Da un archivio di 1.500 screenshot nasce Cooking Memes, il libro di Alessandro Mininno che racconta il cibo come campo di battaglia identitario di internet. Tra lasagne-doom, Gorgonzilla e junk food, una conversazione su ironia, algoritmi e sul perché i meme continuano a dire più di quanto sembri.
Alessandro Mininno ha passato anni a salvare meme sul cibo, non per lavoro o per un progetto specifico. Li salvava perché facevano ridere. A un certo punto ne aveva millecinquecento nella cartella screenshot del telefono e si è accorto che lì dentro c’era qualcosa. Cooking Memes (Krisis Publishing, 2025) è quel qualcosa: un volume da 496 pagine dove convivono lasagne al forno indistinguibili da livelli di Doom, charcuterie board composte esclusivamente da diversi tipi di cetrioli, cavalli fatti di pane, il Beyond Fried Chicken di KFC paragonato a gomme da cancellare fritte, americani inorriditi dai beans on toast che poi mangiano hamburger coi Lucky Charms, gelati nascosti dentro foglie di lattuga, lo starter pack del boomer al barbecue, il sangue italiano che è sugo di pomodoro, introversi che si allenano come ginnasti per chiedere il ketchup alla cameriera, un Gorgonzilla (Godzilla fatto di gorgonzola) che distrugge una città.
Negli ultimi dieci anni il cibo nei media è diventato quasi esclusivamente aspirazionale. Il bone broth, da base di cucina, è diventato feticcio wellness – a New York Marco Canora lo vende da Brodo in tazze di cartone come fosse caffè specialty, con abbonamenti e routine giornaliere – mentre su TikTok il perpetual stew, lo stufato infinito che si alimenta ogni giorno, è diventato un micro-genere narrativo a metà tra ASMR e comfort food. Poi il clean eating, i superfood, le bowl instagrammabili, il matcha latte come atto spirituale, le ricette di Ottolenghi con ventiquattro passaggi e trentasei ingredienti, i ristoranti omakase senza menu e senza prezzi, gli influencer che mangiano avocado toast con la luce giusta su un terrazzo. Il food content contemporaneo è un’enorme macchina per produrre desiderio e senso di inadeguatezza, e funziona esattamente come funzionava la moda negli anni Duemila: ti mostra un mondo in cui tutti mangiano meglio di te. Cooking Memes sta dall’altra parte: col processed food, col fritto, col cibo che fa male e che fa anche molto ridere. I meme prendono tutta l’estetica aspirazionale della food culture – la televisione, la pubblicità, la influencer culture, il wellness – la rimediano e la ribaltano in chiave grottesca. Non è nostalgia del junk food, è una forma di critica culturale che passa attraverso il ridicolo.
Negli ultimi dieci anni il cibo nei media è diventato quasi esclusivamente aspirazionale.
Il libro di Alessandro Mininno parte da uno scanzonato cazzeggio e finisce per raccontare come il cibo sia diventato il campo di battaglia preferito di internet tra identità, geopolitica, classe, mascolinità, nonsense, tutto filtrato attraverso immagini sgranate, fritte, consumate e ripostate innumerevoli volte. Il punto è che nei meme il cibo non è quasi mai solo cibo: è il modo più veloce per dire chi sei e chi non sei, per tracciare un confine tra noi e gli altri, per prendere in giro una classe sociale, un paese, un’intera visione del mondo. Funziona perché tutti mangiano, tutti hanno un’opinione su cosa si mangia, e tutti pensano che il modo in cui mangiano gli altri sia sbagliato. Anche io ho la cartella screenshot piena di meme sul cibo, ma i miei sono roba da kitchen nerd – il toxic line cook starter pack con le American Spirit e il podcast di Dave Chang, il natural wine guy che ti consiglia il vino georgiano invecchiato in anfore di argilla, il line cook a cui dicono che l’AI lo rimpiazzerà e risponde «vorrei vedere l’AI bere cinque birre e sbagliare otto entrée a sera», lo chef al food festival che beve cocktail con altri chef lamentandosi di quanto è duro il lavoro mentre lo staff copre il ristorante. Sono espressione di una cultura del food ammantata di una certa divertita sacralità, che guarda se stessa e i suoi riti, le sue formule e i suoi archetipi mantenendo, anche nella canzonatura, un tono di innegabile autocompiacimento. Condivido meme che ironizzano sul foodie contemporaneo – anche se Eater dice che il termine è ormai caduto in disuso – che frequenta posti in cui i vini sono highly crushable e i menu sono strutturati secondo una logica combinatoria apparentemente casuale, in stile Perec – non mancano mai le alici e il chili oil -; ha sempre il kimchi in frigo e la notte cerca voli per Mexico City. Li condivido anche se – o forse proprio perché – mi sento molto vicina al profilo che emerge accostando questi meme. Pur trovandoli spassosi e pur continuando a collezionarli a volte mi sembra che rappresentino il lato clean dei contenuti sul food; è difficile non sentirsi rassicurati, e anche lusingati, nell’identificarsi con questo tipo di immagine, di stile di vita, in definitiva, di estetica.
Il food content contemporaneo è un’enorme macchina per produrre desiderio e senso di inadeguatezza, e funziona esattamente come funzionava la moda negli anni Duemila: ti mostra un mondo in cui tutti mangiano meglio di te.
Quelli di Cooking Memes, invece, vengono da un altro posto, piuttosto vischioso e torbido: è internet che guarda il cibo da fuori, senza nessuna reverenza. Non ci sono celebrity chef, menu mandati a memoria come liturgie, tatuaggi e coltelli, stelle e battaglie contro le stelle. Alessandro Mininno, che il libro l’ha curato, viene dalla comunicazione digitale – è cofondatore di Gummy Industries, gestisce l’agenzia di influencer marketing Flatmates, ha scritto libri sui graffiti (Graffiti Writing, pubblicato da Mondadori e ripubblicato da BRUNO) e sulla cucina giapponese (The Sushi Game, Terre di Mezzo). Tra le altre cose, insegna branding del cibo a Ca’ Foscari.
Gli ho fatto qualche domanda su tutto questo: su cosa succede quando porti cinquecento screenshot dal telefono alla carta stampata, su David Foster Wallace e sul confine tra ironia e ferocia, sul cibo come arma identitaria, sul perché nel libro non c’è neanche un meme su The Bear e sul fatto che forse i meme non esistono più.
Nel titolo parli di «archivio incompleto». Mi interessa questa espressione, perché ovviamente un archivio non è mai neutro: è un dispositivo che seleziona, ordina e produce leggibilità. Che tipo di archivio volevi costruire? Un repertorio di immagini o una mappa delle norme culturali che regolano oggi il modo in cui parliamo di cibo, gusto e lifestyle?
L’archivio di Cooking Memes non nasce con un intento: si è formato in modo spontaneo nella mia cartella degli screenshot. A posteriori mi sono accorto che costituisse un archivio, per forza di cose incompleto e parzialissimo. È bello perché in un mondo che spinge per la performance, per gli obiettivi, per l’efficacia di ogni nostra azione, i meme sono inutili. Cooking Memes è prima di tutto la traccia di anni di cazzeggio, di mindless scrolling e di risate. Superati i millecinquecento, ecco, mi sono reso conto del fatto che non parlassero solo di cibo, ma di molti altri aspetti della nostra vita. Ho deciso che la mia vita può essere definita dal mio cazzeggio e non dal mio lavoro. Ho portato la collezione dall’editore, ci siamo molto divertiti a fare il libro.
Nei cooking meme il cibo funziona spesso come un marcatore identitario intorno a temi come autenticità, salute, classe, stile di vita. Quanto ti sembra che questi meme non si limitino a rappresentare il gusto, ma contribuiscano a disciplinarlo, rendendo alcune pratiche legittime e altre ridicole o motivo di vergogna?
Non si tratta solo dei meme sul cibo: nell’ultimo decennio la satira online è stata utilizzata come arma per cambiare il punto di vista delle persone. I meme sono fatti per propagarsi e per sembrare inoffensivi: talvolta sono un gioco, altre volte sono il frutto di un pensiero politico. Nel mondo post 4chan, sulla scia di quello che l’alt right ha ottenuto negli Stati Uniti, mi sembra ormai evidente che il Memetic Warfare come arma sia una pratica efficace e, addirittura, consolidata.
Nel caso del cibo, quello che mangiamo, come mangiamo, addirittura come cuciniamo sono dati fortemente identitari: ci sentiamo molto diversi da coloro che mangiano «quelle altre cose», di volta in volta i cavalli, i gatti, i cani, gli insetti. L’Italia è spaccata in due dalla linea di demarcazione tra olio e burro (con buona pace delle ridotte aree geografiche in cui il grasso primario è lo strutto). Deridere gli altri serve a creare distanza verso di loro e, al contempo, creare comunità tra di noi. Lo fece la Lega, con gli adesivi «Sì alla polenta / No al kebab», in fondo dei proto meme adesivi. Lo fa oggi Trump, twittando dei meme in cui gli haitiani mangiano i gatti.
Il libro di Alessandro Mininno parte da uno scanzonato cazzeggio e finisce per raccontare come il cibo sia diventato il campo di battaglia preferito di internet tra identità, geopolitica, classe, mascolinità, nonsense, tutto filtrato attraverso immagini sgranate, fritte, consumate e ripostate innumerevoli volte.
Il libro è diviso in quattordici capitoli – “Deep Fried”, “Sushi Pizza”, “Quantum Ravioli”, “AI la Carte”, “Peanuts and Penis”, tra gli altri. Già i titoli funzionano da soli, sono meme prima ancora di aprire il capitolo. È un indice che si legge come un menù degustazione: ti fidi e vedi cosa arriva. Una cosa che mi ha colpito, però, è l’assenza quasi totale di meme legati alla cultura gastronomica «alta» o seriale, per esempio attorno a The Bear o ad altre narrazioni televisive sulla cucina. È come se il cooking meme preferisse il quotidiano, lo scarto, il fallimento, più che il food come oggetto di culto. Ti sembra che esista una soglia di capitale culturale oltre la quale il meme fatichi a funzionare?
Ma no, ma no. È pieno di meme su The Bear, sul Noma, su Masterchef, su tutto. Ci sono interi account di chef che pubblicano solo quello. L’ironia funziona a tutti i livelli, Instagram è diffuso tra tutte le classi sociali. Ne ho salvati pochi, se devo scegliere dei riferimenti meno mainstream preferisco la cultura nerd.
(La risposta è spiazzante nella sua semplicità: non c’è una soglia, Mininno semplicemente preferisce i meme nerd a quelli sulla ristorazione fine dining. L’archivio è incompleto, come promette il sottotitolo, e le assenze dicono qualcosa almeno quanto le presenze. Ma c’è un altro filo che attraversa tutto il libro e che merita di essere tirato: quello dell’ironia e dei suoi limiti.) C’è un passaggio in E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione in cui David Foster Wallace sostiene che, quando l’ironia diventa la lingua dominante di una cultura mediale, smette di essere critica e si fa postura difensiva che produce distanza. Nei cooking meme l’ironia è onnipresente, anche quando si toccano temi sensibili come il corpo – dieta, povertà, autenticità – tutto passa attraverso il registro del riso. Che tipo di clima affettivo genera secondo te? Complicità, distacco, protezione?
«Non si può più scherzare su niente» è la classica difesa dell’alt right alla critica di David Foster Wallace. D’altra parte la destra è bravissima a memare, mentre la sinistra non lo sa fare. Sicuramente molti meme ci costringono a riflettere su cosa fa ridere e cosa no, su cosa è troppo. Alcuni amici hanno preso in mano il libro, l’hanno sfogliato e non hanno mai riso. Io invece non riesco a smettere di ridere. C’è la possibilità di ridere senza perdere del tutto la sensibilità verso certi temi? Secondo me sì. I meme che ho trovato sono sbagliati, inopportuni, talvolta feroci. Li ho salvati lo stesso.
«È bello perché in un mondo che spinge per la performance, per gli obiettivi, per l’efficacia di ogni nostra azione, i meme sono inutili. Cooking Memes è prima di tutto la traccia di anni di cazzeggio, di mindless scrolling e di risate. Superati i millecinquecento, ecco, mi sono reso conto del fatto che non parlassero solo di cibo, ma di molti altri aspetti della nostra vita».
Un’altra questione interessante è cosa succede a quegli screenshot quando li togli dal flusso. Nel feed muoiono in pochi secondi – li scorri, ridi, vai avanti. In un libro di 496 pagine restano fermi, e anche per un po’. Portare i meme dal feed al libro significa stabilizzare oggetti nati per la circolazione. In questo passaggio cambia qualcosa nel loro statuto? Si perde o si guadagna qualcosa? Il libro stampato trasforma i meme in memoria culturale o ne neutralizza la carica conflittuale?
Un libro stampato in digitale come Cooking Memes, su pasta di legno acida, dura al massimo 100 anni. Se lo maltratti un po’ (ti suggerisco di farlo) nel giro di un decennio sembrerà un reperto archeologico. I file digitali invece sembrano resistere molto bene, soprattutto su internet. Al netto dell’overload informativo, penso che la memoria culturale si crei online, più che sulla carta stampata. Eppure, Cooking Memes è uno screenshot dello scenario attuale: fotografa e congela gli argomenti che ci fanno ridere nel 2026, il modo in cui ci rapportiamo al cibo, i trend alimentari. Certamente trattiene questi 500 meme dal modificarsi e dal “friggersi” in una sequenza di infiniti screenshot. La carica conflittuale non cambia, al massimo raggiunge un pubblico diverso: quello a cui non piace sprecare tempo su Telegram, ma che considera accettabile sprecarlo davanti a un buon vecchio librone da 496 pagine.
«Nel caso del cibo, quello che mangiamo, come mangiamo, addirittura come cuciniamo sono dati fortemente identitari: ci sentiamo molto diversi da coloro che mangiano “quelle altre cose”».
In un articolo recente su Il Tascabile, Alessandro Lolli si chiede se i meme siano “morti”, nel senso che non esistono più come oggetti riconoscibili, ma sopravvivono come grammatica diffusa dentro reel e video brevi. Se questa trasformazione è reale, ha ancora senso parlare di «cooking meme» come categoria? Stiamo ancora parlando di un oggetto specifico, oppure di una modalità di produzione del discorso sul cibo che ormai attraversa tutto il food content contemporaneo?
Ma cooking meme non è una categoria, è un gioco di parole di Francesco D’Abbraccio (l’editore) sul verbo «cooking», come viene utilizzato online, nel senso di «lavorare a qualcosa». Sono d’accordo con te sul fatto che i meme cambino forma, formato e piattaforma. C’è un lavoro bellissimo del collettivo artistico Clusterduck, The Detective Wall, che traccia l’evoluzione della forma dei meme meglio di quanto potrei mai fare io. Certamente insieme al cambiamento di forma c’è un cambiamento di formato, spinto dagli algoritmi: nel 2026 i video funzionano meglio delle immagini, e chi produce i meme segue la corrente. Come i meme, tutti i contenuti vengono trasformati dalle logiche algoritmiche, per nulla neutre, pensate dalle tech company per tenerci incollati allo schermo. Io non riesco a staccarmi dallo schermo ma se, mentre lo faccio, guardo meme sul cibo e rido, mi sembra tempo speso bene.