Come fondamentalismi religiosi e governi occidentali parlano la stessa lingua del potere.
Un pomeriggio d’agosto del 2021 a Kabul, mentre il caos dell’evacuazione occidentale si consuma all’aeroporto e migliaia di afghani cercano disperatamente di lasciare il Paese, un portavoce talebano — giovane, sorprendentemente elegante nel suo completo tradizionale — parla con calma studiata davanti alle telecamere di Al Jazeera. Indossa un turbante nero perfettamente avvolto e un sorriso contenuto che vuole comunicare sicurezza, controllo, inevitabilità storica. Dice, in un pashto lentamente tradotto in inglese, che l’Emirato Islamico «ha finalmente riportato la stabilità e la pace che il popolo afghano meritava dopo decenni di occupazione straniera». Dietro di lui, le bandiere bianche con la shahada in caratteri neri ondeggiano lente nel vento secco, come tende che delimitano uno spazio nuovo, purificato, restituito alla sua autenticità originaria.
A diecimila chilometri di distanza, in una piccola città del Midwest americano — una di quelle comunità di cinquemila anime dove l’unica industria ha chiuso vent’anni fa lasciando dietro di sé disoccupazione e fentanyl — un pastore evangelico di mezza età sale su un palco montato nel parcheggio di una chiesa metodista. È un evento politico mascherato da celebrazione religiosa, o forse una celebrazione religiosa che è diventata inevitabilmente politica. Dietro di lui, la bandiera americana con le sue cinquanta stelle e le sue tredici strisce occupa l’intero fondale. «God bless our nation and protect us from those who want to destroy our way of life», dice con voce che si fa via via più intensa e più drammatica. La folla — qualche centinaio di persone, prevalentemente bianche, prevalentemente anziane — applaude con fervore crescente. Qualcuno piange apertamente, sopraffatto dall’emozione. Non si parla esplicitamente di teologia, di dottrina, di interpretazione delle Scritture. Si parla di patria assediata, di valori minacciati, di bambini da proteggere. Non si parla di politica nel senso di alternative programmatiche da valutare razionalmente. Si parla di salvezza collettiva, di redenzione attraverso la fedeltà, di esclusione necessaria di chi minaccia la purezza della comunità.
Non si parla esplicitamente di teologia, di dottrina, di interpretazione delle Scritture. Si parla di patria assediata, di valori minacciati, di bambini da proteggere. Non si parla di politica nel senso di alternative programmatiche da valutare razionalmente. Si parla di salvezza collettiva, di redenzione attraverso la fedeltà, di esclusione necessaria di chi minaccia la purezza della comunità.
Due mondi che non si incontreranno mai, due universi che si considerano reciprocamente l’incarnazione del male assoluto, eppure si specchiano l’uno nell’altro con una precisione quasi imbarazzante per chi osserva dall’esterno. Entrambi raccontano la stessa storia fondamentale: quella di un popolo che ha paura di perdersi, di dissolversi, di essere contaminato fino a non riconoscersi più, e di un potere — religioso, politico, o quella zona ibrida dove i due si fondono indistinguibilmente — che trasforma quella paura primordiale in fede operativa, in identità mobilitabile, in consenso politico.
C’è un filo rosso che attraversa il nostro tempo, unendo voci apparentemente inconciliabili. Da una parte, la voce roca e deliberata di chi invoca l’ordine divino. Dall’altra, quella calibrata e televisiva di chi promette di difendere la nazione. Separati da abissi geografici, culturali e religiosi, questi due universi comunicativi parlano in realtà lo stesso linguaggio: quello della purezza minacciata, della paura canalizzata in identità, del confine sacro tra noi e loro. È un linguaggio che non ha bisogno di traduzione perché opera su un livello più profondo della sintassi: quello dei simboli, delle emozioni collettive, della costruzione narrativa del nemico.
L’uso politico della religione non è affatto una prerogativa esclusiva dei fondamentalismi mediorientali. Nei paesi occidentali, e particolarmente negli Stati Uniti, la religione è tornata prepotentemente nel linguaggio della politica non come teologia propriamente detta, ma come potente simbolo di identità collettiva e marcatore di confine culturale.
La religione in questi discorsi non è semplicemente un sistema di credenze o una pratica spirituale e individuale. Diventa una struttura narrativa capace di giustificare moralmente azioni che altrimenti risulterebbero inaccettabili, trasformando la violenza in virtù e l’esclusione in dovere sacro. Parallelamente, il nazionalismo smette di essere un semplice sentimento di appartenenza territoriale per diventare un sistema di delimitazione ontologica: non solo stabilisce chi appartiene alla comunità nazionale e chi ne è escluso, ma determina chi merita protezione, diritti, umanità piena, e chi invece può essere legittimamente espulso, respinto, reso invisibile. Questa convergenza tra fede religiosa e fede nazionale non è accidentale né superficiale: è strutturale, ed è forse il fenomeno politico più pericoloso del nostro tempo.
I movimenti fondamentalisti contemporanei — dai talebani afghani all’ISIS in Medio Oriente, da Boko Haram in Nigeria agli evangelici ultraconservatori americani che hanno trasformato la politica repubblicana negli ultimi decenni — costruiscono la loro comunicazione su una promessa narrativa tanto antica quanto pervasiva: quella del ritorno a un ordine perduto, a un tempo mitico in cui la comunità viveva in purezza, non ancora contaminata dalla modernità, dal secolarismo, dal pluralismo. Nei video di propaganda dell’ISIS, la religione diventa letteralmente una scenografia del potere: bandiere nere che ondeggiano con studiata lentezza, voci gravi modulate su frequenze che evocano autorità ancestrale, versetti coranici che accompagnano immagini di guerra presentate come atti di giustizia divina. Ogni parola, ogni immagine costruisce una visione rigorosamente dicotomica del mondo: credenti contro infedeli, fedeltà contro tradimento, luce divina contro oscurità morale. I talebani afghani, dopo il loro ritorno al potere, hanno perfezionato ulteriormente questa grammatica comunicativa attraverso un interessante processo di ibridazione lessicale. Nei loro comunicati ufficiali, termini squisitamente religiosi convivono con un linguaggio che potrebbe essere estratto dai comunicati stampa di qualsiasi governo contemporaneo: «ordine pubblico», «stabilità nazionale», «sicurezza delle frontiere», «sovranità territoriale». È una metamorfosi lessicale che li avvicina, più di quanto l’immaginario occidentale sia disposto ad ammettere, proprio ai governi che dicono di combattere.
Le espressioni “sicurezza nazionale” e “difesa della patria” sono diventate sinonimi perfetti di “identità culturale”, in uno slittamento semantico che rivela come la paura dell’altro non sia più una questione di minacce concrete e verificabili, ma di ansia esistenziale rispetto alla trasformazione demografica e culturale del Paese. È la politica come rito di purificazione, il confine come liturgia.
L’uso politico della religione non è affatto una prerogativa esclusiva dei fondamentalismi mediorientali. Nei paesi occidentali, e particolarmente negli Stati Uniti, la religione è tornata prepotentemente nel linguaggio della politica non come teologia propriamente detta, ma come potente simbolo di identità collettiva e marcatore di confine culturale. Lo slogan storico «In God We Trust» — adottato come motto nazionale nel 1956 e stampato sulle banconote americane dall’anno successivo — ha assunto nelle mani della destra trumpiana una funzione politica radicalmente nuova: non più semplicemente un residuo della Guerra Fredda contro l’ateismo comunista, ma una dichiarazione attiva di appartenenza, un segno di purezza morale e autenticità americana contrapposto a un nemico contemporaneo fluido e indistinto — i migranti illegali, i globalisti senza radici, i laicisti che vogliono rimuovere Dio dallo spazio pubblico.
Le politiche migratorie dell’era Trump — dal controverso «Muslim Ban» del gennaio 2017 fino alle operazioni di deportazione di massa del secondo mandato, iniziato nel gennaio 2025 — non sono soltanto atti amministrativi o decisioni di sicurezza nazionale. Sono, più profondamente, atti di linguaggio: dichiarazioni che non descrivono semplicemente la realtà ma la creano, la trasformano attraverso il loro stesso enunciarsi. Ogni decreto viene annunciato e difeso con parole che evocano sistematicamente paura, contaminazione potenziale, necessità esistenziale di difesa. Il muro al confine con il Messico, promesso in ogni comizio e mai completato, è diventato molto più di un’infrastruttura fisica: è un simbolo quasi sacro, una barriera che separa non solo due territori ma due concezioni della civiltà.
Il linguaggio è il primo campo di battaglia.
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025, questa grammatica del nemico si è fatta carne e operazione militare sul territorio nazionale. Fin dal 23 gennaio 2025, l’ICE ha iniziato a condurre raid nelle cosiddette «sanctuary cities», con centinaia di immigrati fermati e deportati. L’amministrazione ha revocato la politica dell’era Biden che impediva le retate in scuole, ospedali e luoghi di culto, trasformando ogni spazio della vita quotidiana in potenziale zona di caccia. La retorica è stata quella della crociata purificatrice: il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller ha chiesto un milione di deportazioni nel primo anno e un obiettivo di tremila arresti al giorno. Nel corso del 2025, il numero di persone detenute dall’ICE è aumentato di oltre il 75 per cento, fino a toccare a metà gennaio 2026 il record storico di circa 73.000 detenuti. Oltre il 70 per cento di loro non ha condanne penali. I raid hanno colpito fattorie, cantieri edili, fabbriche, ma anche cittadini americani — almeno 170 casi documentati entro ottobre 2025, tra cui veterani portoricani, membri delle nazioni Navajo, persone con disabilità. Il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato nelle strutture di detenzione dell’ICE, con trentadue morti in custodia — un conteggio che ha continuato a crescere nei primi mesi del 2026. L’agricoltura, l’edilizia, l’industria dell’ospitalità hanno registrato perdite massicce di manodopera: secondo i dati preliminari del Census Bureau analizzati dal Pew Research Center, 1,2 milioni di immigrati hanno abbandonato la forza lavoro americana tra gennaio e luglio 2025. Le espressioni “sicurezza nazionale” e “difesa della patria” sono diventate sinonimi perfetti di “identità culturale”, in uno slittamento semantico che rivela come la paura dell’altro non sia più una questione di minacce concrete e verificabili, ma di ansia esistenziale rispetto alla trasformazione demografica e culturale del Paese. È la politica come rito di purificazione, il confine come liturgia.
In Europa, questa stessa logica di sacralizzazione della politica identitaria si ripete con variazioni locali ma struttura profonda identica. In Polonia, sotto il governo del partito Diritto e Giustizia (PiS) dal 2015 al 2023, la croce cattolica è stata sistematicamente trasformata da simbolo religioso privato a emblema politico pubblico, usata in manifestazioni governative e presentata come elemento distintivo dell’identità nazionale polacca contro il secolarismo dell’Unione Europea. In Ungheria, Viktor Orbán ha costruito un intero sistema ideologico attorno al concetto di «democrazia illiberale cristiana», presentata esplicitamente come baluardo contro l’immigrazione islamica da sud e il liberalismo progressista da ovest. In Italia, particolarmente durante il governo Conte I con Matteo Salvini come Ministro dell’Interno, la religione cattolica venne ripetutamente evocata per giustificare politiche di chiusura dei porti. Salvini esibiva pubblicamente rosari durante i comizi, baciava crocifissi davanti alle telecamere, invocava la protezione della Madonna nelle sue dichiarazioni ufficiali, creando un cortocircuito deliberato tra fede religiosa e politica migratoria. «Difendiamo la nostra civiltà cristiana», si ripeteva, trasformando una questione complessa di politica internazionale e diritto umanitario in una crociata identitaria.
Il fondamentalismo, sia nella sua variante religiosa che in quella politica nazionalista, si fonda su un’illusione psicologicamente potente quanto storicamente falsa: l’idea che la società possa essere purificata dai suoi elementi impuri, che esista un modo per tornare a un’autenticità originaria liberandosi delle contaminazioni che caratterizzano inevitabilmente ogni società umana reale.
Con l’avvento del governo Meloni nell’ottobre 2022, questa grammatica comunicativa non è stata abbandonata ma raffinata, depurata degli eccessi più folkloristici ma non meno efficace nella sua sostanza. Il testo fondativo di questa nuova fase, del resto, è una litania. «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana»: la sequenza scandita da Meloni in piazza San Giovanni nell’ottobre 2019 ha la struttura anaforica di un credo — l’identità recitata come professione di fede, ogni attributo un articolo di dottrina, e sullo sfondo la minaccia di chi quegli attributi vorrebbe cancellare: «non me lo toglierete». Non sorprende che la formula, nata come discorso di piazza, sia diventata remix virale, poi titolo di autobiografia, infine liturgia di movimento: come tutte le formule rituali, funziona per ripetizione, non per argomentazione. Attorno a quel credo si è costruito un intero lessico sacro: il vecchio trittico «Dio, patria, famiglia», la «famiglia naturale» da difendere dall’«ideologia gender», la maternità come credenziale politica, fino alla legge che nel 2024 ha reso la gestazione per altri «reato universale» — categoria giuridica che pretende di valere ovunque e per chiunque, come i comandamenti. Non serve la teologia: basta il suo vocabolario. La strategia comunicativa di Giorgia Meloni si basa su un principio preciso: controllare il flusso dell’informazione, selezionare gli interlocutori, evitare il contraddittorio. I dati raccontano una storia inequivocabile di progressivo isolamento dalla stampa. Nel 2023, il primo anno pieno di governo, Meloni ha partecipato a 16 conferenze stampa. Nel 2024, soltanto a quattro. Nel 2025, due soltanto: quella del 9 gennaio, posticipata per influenza dalla tradizionale conferenza di fine anno, e quella di ottobre sulla legge di Bilancio, in cui ha risposto alle domande di due soli giornalisti. Da gennaio a settembre 2025, Meloni ha risposto a 94 domande dei giornalisti, contro le 138 dello stesso periodo del 2024 — un terzo in meno. Le apparizioni televisive nello stesso arco sono state appena sette, contro le 29 dell’anno precedente.
Religione e nazionalismo, nel contesto contemporaneo, sono diventate tecnologie di potere: dispositivi che non semplicemente reprimono o censurano, ma producono soggettività, creano identità, organizzano desideri e paure in configurazioni politicamente operabili.
Quando parla, Meloni sceglie accuratamente dove e con chi. Nel 2024 è stata ospite undici volte dei programmi condotti da Bruno Vespa su Rai 1 — sei volte a Cinque minuti e cinque a Porta a Porta — un giornalista che non ha mai nascosto apprezzamenti per il governo. Frequenta regolarmente le trasmissioni di Rete 4 condotte da Nicola Porro, Paolo Del Debbio, Mario Giordano, tutti dichiaratamente vicini alla destra. Le interviste alla carta stampata nel 2024 sono state tre: una al Secolo d’Italia, organo storico del Movimento Sociale Italiano da cui discende Fratelli d’Italia; una al Corriere della Sera; una al settimanale Chi. Nessuna intervista a Repubblica, al Fatto Quotidiano, a Domani, testate critiche verso il governo. Un fuorionda registrato nell’agosto 2025 ha catturato Meloni mentre mormorava alla Casa Bianca, a margine di un incontro con Donald Trump: «I never want to speak with my press». La frase, diventata virale, ha certificato un fastidio non più nascosto. La parabola di questa strategia si è compiuta nel marzo 2026, quando Meloni è diventata la prima presidente del Consiglio in carica a farsi intervistare in un podcast: cinquantacinque minuti a Pulp Podcast, il format YouTube condotto da Fedez e Mr. Marra, pubblicati tre giorni prima del referendum sulla giustizia, dopo che Elly Schlein e Giuseppe Conte avevano declinato lo stesso invito. Non un’apertura, ma il perfezionamento del metodo: parlare a un pubblico di milioni di giovani elettori attraverso intervistatori che non fanno giornalismo, senza domande di follow-up né verifica dei fatti — quella che alcuni osservatori hanno descritto come propaganda elettorale travestita da intervista.
È la stessa logica di controllo dell’informazione che caratterizza i regimi autoritari, ma applicata dentro una democrazia formalmente funzionante. Non serve chiudere i giornali o arrestare i giornalisti: basta selezionare gli interlocutori, evitare il contraddittorio, trasformare il servizio pubblico in strumento di propaganda. Ed è qui che il controllo dell’informazione si salda alla grammatica della purezza: un linguaggio che decreta invece di argomentare può sopravvivere solo dove nessuno è autorizzato a fare domande.
Questa è la vera convergenza profonda tra i talebani che governano l’Afghanistan invocando la sharia e i governi occidentali che governano invocando la tradizione giudaico-cristiana: l’uso sistematico e sempre più consapevole della parola come arma morale, come dispositivo che non argomenta ma comanda, che non discute ma decreta.
Ma forse l’esempio più emblematico e disturbante di questa convergenza linguistica non si trova nei regimi apertamente teocratici né nelle autocrazie dichiarate. Si trova in Israele, uno Stato che incarna il paradosso più stridente del nostro tempo: una democrazia parlamentare, alleato strategico degli Stati Uniti, con un’economia avanzata e un sistema giudiziario indipendente, che negli ultimi decenni ha progressivamente adottato un linguaggio religioso-nazionalista strutturalmente indistinguibile da quello dei fondamentalismi che dice di combattere. Il sionismo laico e socialista di Ben Gurion — quello che aveva fondato lo Stato nel 1948 su principi illuministi e internazionalisti — è stato progressivamente sostituito, soprattutto sotto le successive amministrazioni Netanyahu, da una retorica che fonde nazionalismo etnico, diritto divino e logica securitaria in una narrazione chiusa dove ogni questione politica diventa questione di sopravvivenza, ogni critica diventa tradimento, ogni tentativo di dialogo diventa ingenuità suicida.
Il linguaggio è il primo campo di battaglia. La Cisgiordania — termine geografico neutro riconosciuto dal diritto internazionale — diventa sistematicamente «Giudea e Samaria» nei discorsi ufficiali della destra religiosa al governo, rivendicando non un’occupazione militare ma il compimento di una promessa biblica. Non è una scelta lessicale casuale: è la sacralizzazione di obiettivi geopolitici attraverso il linguaggio religioso, esattamente come i talebani chiamano «Emirato Islamico» uno Stato che quasi nessun governo al mondo riconosce sotto quel nome. I coloni che si insediano illegalmente nei territori palestinesi non vengono presentati come violazione delle risoluzioni ONU ma come «ritorno» sulla terra dei padri. La costruzione del nemico palestinese segue esattamente la grammatica dell’esclusione che opera in Polonia, Ungheria, Stati Uniti. Si parla ossessivamente di «minaccia demografica», come se la semplice esistenza e riproduzione dei palestinesi costituisse un pericolo esistenziale per lo Stato ebraico. La guerra a Gaza — che prima del fragile cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha provocato decine di migliaia di morti civili, distrutto infrastrutture, ospedali, scuole — è stata presentata sistematicamente non come scelta politica discutibile, ma come inevitabile lotta per la sopravvivenza dove ogni esitazione equivaleva a complicità con il terrorismo e ogni richiamo al diritto internazionale diventava ipocrisia antisemita. E la tregua non ha interrotto questa operazione linguistica: l’ha semmai portata a compimento. Nei mesi successivi al cessate il fuoco, mentre l’attenzione del mondo restava su Gaza, la Knesset ha approvato in lettura preliminare l’applicazione della sovranità israeliana su quella che le risoluzioni parlamentari chiamano, con lessico biblico, «Giudea, Samaria e Valle del Giordano»; il governo ha istituito in un solo giorno diciannove nuovi insediamenti — sessantotto in tre anni di esecutivo Netanyahu, contro i centoquarantuno approvati nei cinquantacinque anni precedenti di occupazione — e una decisione del febbraio 2026 ha trasferito la registrazione delle terre dell’Area C al ministero della Giustizia, un passaggio che Amnesty International considera equivalente a un’annessione a norma di legge israeliana. Il 2025 è stato intanto l’anno con il più alto numero di attacchi dei coloni contro i palestinesi mai documentato dalle Nazioni Unite. «Il popolo di Israele sta tornando a casa, e questa volta per sempre», ha proclamato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich: la parola «ritorno» — la stessa che trasforma l’insediamento illegale in compimento della promessa — è diventata legge, catasto, cartografia.
Offrono qualcosa che le ideologie politiche tradizionali non riescono più a fornire nell’era del capitalismo globalizzato: una narrazione semplice e coerente che spiega il disordine del mondo, un’identità forte che dà senso all’esistenza individuale connettendola a qualcosa di più grande, e un nemico chiaramente identificabile su cui proiettare frustrazioni e paure altrimenti difficili da gestire.
Il paradosso è così stridente da risultare quasi insopportabile: Israele, nato come rifugio per un popolo che aveva subito la più radicale esclusione razziale della storia moderna, oggi legittima quelle che le principali organizzazioni per i diritti umani, israeliane comprese, descrivono come politiche di apartheid, attraverso un linguaggio che ricorda strutturalmente proprio le logiche di purezza etnica e religiosa che avevano giustificato la sua persecuzione. La differenza — e qui sta tutta l’asimmetria della narrazione occidentale — è che uno viene presentato mediaticamente come barbarie medievale da contenere, l’altro come legittima difesa di una democrazia assediata. Ma il linguaggio, spogliato delle sue giustificazioni geopolitiche, funziona identicamente: costruisce un mondo chiuso dove il dubbio è tradimento, dove la complessità viene ridotta a dicotomia amico-nemico, dove la paura viene sistematicamente trasformata in consenso per politiche che altrimenti risulterebbero inaccettabili.
I fondamentalismi religiosi e i governi nazionalisti contemporanei condividono anche le tecniche di comunicazione e gli strumenti di propaganda nell’era digitale. I jihadisti dell’ISIS furono tra i primi attori non statali a comprendere il potenziale virale dei social media, producendo tra il 2014 e il 2017 una quantità impressionante di contenuti ottimizzati per la diffusione online: video brevi e impattanti, slogan facilmente replicabili, una narrativa eroica e identitaria che prometteva ai giovani musulmani disillusi un senso di appartenenza, di scopo, di avventura epica. Nelle democrazie occidentali, la propaganda politica è certamente più sofisticata, meno esplicita nella sua violenza simbolica, ma non necessariamente meno efficace nella sua capacità di creare mondi emotivi chiusi. Le campagne elettorali contemporanee si strutturano sempre più come liturgie digitali: una ripetizione ossessiva di messaggi semplici, di slogan che diventano mantra, di simboli che acquisiscono potere magico attraverso la ripetizione. «Prima gli italiani», «Take back control», «Make America Great Again», «God bless America»: non sono promesse politiche nel senso tradizionale, non sono programmi articolati che possono essere verificati o contestati razionalmente. Sono preghiere collettive, formule rituali che creano appartenenza e identità attraverso la loro stessa ripetizione, indipendentemente dal loro contenuto proposizionale.
La politica contemporanea ha imparato dai fondamentalismi religiosi una lezione cruciale: che la comunicazione efficace non deve convincere attraverso argomenti razionali.
Il fondamentalismo, sia nella sua variante religiosa che in quella politica nazionalista, si fonda su un’illusione psicologicamente potente quanto storicamente falsa: l’idea che la società possa essere purificata dai suoi elementi impuri, che esista un modo per tornare a un’autenticità originaria liberandosi delle contaminazioni che caratterizzano inevitabilmente ogni società umana reale. Quando un governo democraticamente eletto parla di «tradizione» come se fosse una fortezza assediata da difendere con ogni mezzo, quando evoca «radici» che devono essere protette dalla contaminazione, quando promette di «preservare l’identità nazionale» come se questa fosse un oggetto statico piuttosto che un processo storico fluido e costantemente negoziato, quel governo adotta — spesso inconsapevolmente, ma non per questo meno efficacemente — la stessa struttura narrativa del predicatore fondamentalista che promette il paradiso eterno a chi avrà il coraggio di separarsi radicalmente dal mondo corrotto.
Religione e nazionalismo, nel contesto contemporaneo, sono diventate tecnologie di potere: dispositivi che non semplicemente reprimono o censurano, ma producono soggettività, creano identità, organizzano desideri e paure in configurazioni politicamente operabili. Entrambe offrono qualcosa che le ideologie politiche tradizionali — il liberalismo, il socialismo, il conservatorismo fiscale — non riescono più a fornire nell’era del capitalismo globalizzato: una narrazione semplice e coerente che spiega il disordine del mondo, un’identità forte che dà senso all’esistenza individuale connettendola a qualcosa di più grande, e un nemico chiaramente identificabile su cui proiettare frustrazioni e paure altrimenti difficili da gestire. Quando un governo occidentale utilizza simboli religiosi nei discorsi pubblici — il crocifisso al collo di un ministro, il riferimento a Dio in un discorso presidenziale — o quando una milizia jihadista invoca Allah in un video di propaganda girato con telecamere professionali, l’obiettivo strutturale è identico: legittimare l’esercizio del potere attraverso un appello alla sacralità. La fede, in entrambi i casi, non riguarda più prioritariamente il divino, ma diventa fiducia nel leader, devozione al partito, lealtà alla nazione.
La battaglia per il consenso politico, nel ventunesimo secolo, è fondamentalmente una battaglia linguistica, una guerra combattuta non su territori fisici ma su territori simbolici e semantici. La politica contemporanea ha imparato dai fondamentalismi religiosi una lezione cruciale: che la comunicazione efficace non deve convincere attraverso argomenti razionali. Deve convertire nel senso religioso del termine: produrre una trasformazione interiore che renda impossibile tornare indietro, che crei un prima e un dopo, che integri il soggetto in una comunità di credenti che condividono non solo opinioni ma un’intera forma di vita. «Riconquisteremo la nostra libertà perduta», «difenderemo i nostri figli dal pericolo», «riprenderemo il controllo del nostro destino»: sono frasi che non descrivono programmi politici concreti ma costruiscono realtà alternative, mondi possibili in cui l’ansia contemporanea trova finalmente soluzione attraverso l’azione decisa di un leader forte, di un movimento puro, di una comunità finalmente unita contro i suoi nemici.
Questa è la vera convergenza profonda tra i talebani che governano l’Afghanistan invocando la sharia e i governi occidentali che governano invocando la tradizione giudaico-cristiana: l’uso sistematico e sempre più consapevole della parola come arma morale, come dispositivo che non argomenta ma comanda, che non discute ma decreta. In fondo, attraverso tutte le differenze di linguaggio, cultura, storia, geografia, è sempre la stessa preghiera antica che viene recitata — in lingue diverse, davanti a divinità che portano nomi diversi, con rituali che sembrano opposti — ma con le stesse parole di fondo, le stesse parole che hanno accompagnato ogni tentativo umano di creare comunità attraverso l’esclusione: noi siamo i giusti, i puri, gli autentici, i fedeli; e loro — chiunque loro siano, ovunque siano, qualunque cosa rappresentino — non lo sono, non lo saranno mai, non possono esserlo.
È una preghiera vecchia come la civiltà stessa, ma che continua a trovare, in ogni epoca, nuove bocche pronte a pronunciarla e nuove orecchie pronte ad ascoltarla.