Il trionfo di Nick Land

Luiss University Press, Gog Edizioni

Donald Trump, criptovalute, accelerazionismo e apocalisse: il mondo in cui viviamo è l’incubo sognato dal filosofo neoreazionario.

da Quants n. 23 (2025)

Se ha ragione Oswald Spengler a sostenere – nel Tramonto dell’Occidente – che per valutare l’importanza di un filosofo bisogna considerare «se l’anima del tempo parla attraverso le sue opere e le sue intuizioni», allora la conclusione non può che essere una: il filosofo più importante della nostra epoca è Nick Land, il visionario, criptico e nichilista teorico dell’accelerazionismo (di destra), dell’illuminismo oscuro e del movimento neoreazionario (Neoreaction, NRx).

Per capire l’impatto di Nick Land sulla nostra epoca, e in particolare sulla visione anarcocapitalista della politica e della finanza che – assieme a quella più tradizionalmente conservatrice e autoritaria – sta al momento trionfando, è però importante partire da chi, oggi, simboleggia più di ogni altro, forse in modo inconsapevole, questa svolta: Donald Trump. Partendo da un elemento solo all’apparenza secondario: il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e la moneta a cui Land ha dedicato pagine importanti (e che citeremo spesso), i bitcoin.

Come si collegano Donald Trump e la criptovaluta ideata nel 2008 dal misterioso Satoshi Nakamoto? Il rapporto tra i due principali agenti del caos – rispettivamente politico e finanziario/tecnologico – della nostra epoca non sono sempre stati idilliaci. Ancora dopo la conclusione del suo primo mandato, Trump considerava i bitcoin «una truffa contro il dollaro». Col tempo, la situazione è però drasticamente cambiata: il superPAC (organizzazione di raccolta fondi elettorali) messo in piedi da svariati e ricchissimi esponenti del mondo cripto ha raccolto in favore della candidatura di Donald Trump del 2024 qualcosa come 131 milioni di dollari.

Oggi, ad avere una chiara visione, per quanto inquietante e distopica, del progresso non è più la sinistra. Al contrario, a delineare un chiaro progetto di futuro è, paradossalmente, quella parte politica che è sempre stata indicata come “conservatrice” e “reazionaria”. Oggi è la destra a essere rivoluzionaria, anche se la sua rivoluzione non porterà al Sol dell’Avvenire, ma semmai a un oscuro crepuscolo sociale.

Lo stesso Trump – da tempo convertito sulla via delle criptovalute (su cui ha speculato creando proprie monete, NFT e altro ancora) – ha tenuto un discorso durante la conferenza Bitcoin 2024 e, in quell’occasione, ha fatto una serie di promesse che hanno elettrizzato il settore, promettendo di trasformare gli Stati Uniti nella «cripto-capitale del mondo» e ventilando la possibilità di creare una «riserva strategica di Bitcoin».

Un’idea incredibilmente azzardata – visto che i saliscendi delle criptovalute sono l’equivalente finanziario delle montagne russe – ma che nei mesi scorsi ha iniziato a prendere forma. Il governo della più potente nazione del mondo ambisce quindi, pur con qualche incoerenza, a diventare un alleato delle criptovalute e del loro progetto di sovvertire – a questo punto dall’interno – l’ordine finanziario globale.

In realtà, ormai da tempo è chiaro che la missione originaria di Satoshi Nakamoto (trasformare i bitcoin in una valuta deterritorializzata in grado di sottrarre agli stati la sovranità monetaria) è stata abbandonata dai suoi adepti, a favore di una visione molto più di breve termine, molto più facile da realizzare e soprattutto molto più redditizia: dare vita a un asset finanziario completamente slegato da qualunque elemento di economia reale (come avviene, almeno in teoria, con le azioni delle aziende) che permette di creare enormi ricchezze tramite la compravendita di monete digitali, dietro alle quali, nella maggior parte dei casi, non c’è alcun vero “progetto”. Tutto ciò avviene inoltre sulla pelle degli investitori meno avveduti, che si lasciano attirare in un gioco speculativo spesso gestito a piacimento dalle cosiddette “whale” (balene, i grandi investitori in grado di determinare l’andamento di una moneta tramite le loro azioni finanziarie) e dagli insider dell’ambiente.

Questa idea di lotta contro la “cattedrale” permette a un gruppo di neo-reazionari di considerarsi, paradossalmente, dei rivoluzionari, destinati ad accelerare un percorso che considerano comunque la logica conclusione della democrazia.

Da questo punto di vista, il vero ruolo dei bitcoin e delle altre criptovalute non è quello di sovvertire l’ordine finanziario globale. È semmai quello di accelerarne al massimo il meccanismo speculativo: senza più nessuna rete, nessuna salvaguardia, nessun freno, nessuna regolamentazione. Una legge della giungla speculativa che rappresenta il sogno di un anarcocapitalismo rampante, nichilista e sempre più dominante.

Ciò che, anche tramite i bitcoin, si sta verificando è, come scrive Benjamin Noys (tra i primi a individuare il legame tra accelerazionismo e criptovalute), una «chiamata alla dematerializzazione e alla ‘libertà’: l’eliminazione di tutti gli avanzi di socialdemocrazia [a favore di] nuove forme di monetizzazione biopolitica e l’assoggettamento di tutta la vita a forme di valore». Una transizione – prosegue Noys – che si sposa alla perfezione con la richiesta di stabilità politica e sicurezza, di nuovi confini, e con il desiderio di «riprendere il controllo» che è alla base sia del sovranismo europeo sia del trumpiano Make America Great Again, saldando così questo bizzarro asse tra anarcocapitalismo e conservatorismo autoritario.

Dalla dichiarazione di indipendenza scritta dal paroliere di un gruppo hippie si arriva, per il tramite anche dei bitcoin, alla legge della giungla e all’autoritarismo incarnato da Peter Thiel. Una visione che non richiede che le istituzioni vengano riparate, ma che vengano abbattute per lasciare spazio alla pura legge del mercato. 

Un asse che, sempre secondo Noys, è la cifra distintiva della filosofia politica che sta oggi trionfando: «L’emergere di un accelerazionismo ‘di destra’ o ‘reazionario’ era già evidente nelle genealogie del concetto che avevo tracciato attraverso movimenti come il Futurismo italiano e le politiche della teoria cyber-culturale degli anni Novanta. Che Nick Land, una figura di spicco dell’accelerazionismo, si sia affermato anche come uno dei principali pensatori del movimento “Neo-Reazionario” (NRx) non dovrebbe sorprendere. Allo stesso modo, non dovrebbe sorprendere che Land dedichi del tempo a celebrare Bitcoin come la dissoluzione della solidarietà sociale».

Altro che contraddizione: quello tra autoritarismo politico e speculazione selvaggia è un match made in heaven, già auspicato dall’investitore e ideologo della Silicon Valley Peter Thiel con la famosa dichiarazione «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili».

In tutto ciò, l’impronta di Nick Land è talmente evidente da essere quasi soffocante: Land aveva già teorizzato quello che oggi si sta verificando. E non bisogna farsi trarre in inganno dallo stile distopico e cyberpunk del filosofo oggi sessantatreenne, Land tutto ciò lo ha sempre esplicitamente auspicato: «La rivoluzione macchinica deve andare nella direzione opposta alla regolamentazione socialista: insistere per un’ancòra più disinibita mercatizzazione dei processi che stanno sfaldando il campo sociale, ‘ancor più lontano’ con il ‘movimento del mercato, della decodificazione e della deterritorializzazione’, scrive citando Deleuze e Guattari. In questo modo, «l’impeto ciberrivoluzionario finalmente si scioglie dalle ultime catene del passato», scrive in Desiderio Macchinico (testo del 1994 contenuto in Collasso. Scritti 1987-1994, Luiss University Press, 2020).

L’inclinazione progressista dell’ideologia californiana potrebbe anche essere considerata un colossale fraintendimento. Un ethos figlio di una cultura libertaria e solidale, ma all’interno della quale già si celavano alcuni semi dell’anarcocapitalismo. 

A questo punto, non può stupire che – come già accennato – Nick Land stesso abbia immediatamente subito il fascino dei bitcoin e delle sue rivoluzionarie potenzialità tecnocapitaliste. «[Bitcoin] incarna l’arena del ‘libero scambio’ nella sua radicalità innovativa e (dal punto di vista della sinistra) nella sua aggressività sociale», scrive Land nel saggio Cripto-current: an introduction to Bitcoin and philosophy. 

Il libero scambio radicale e l’aggressione sociale (che assume una connotazione negativa vista da sinistra, ma non da Land) sono l’effetto prodotto sulla società dai bitcoin, la cui «cifra distintiva è un’intensificazione rigenerativa, o auto-rinforzante, del disequilibrio socio-economico, ‘governato’ – o, più precisamente, reso radicalmente ingovernabile – da una dinamica fondamentale di feedback positivo». Di conseguenza, prosegue Land, Bitcoin «esprime – nella sua forma contemporanea tecno-libertaria o cripto-anarchica – l’impulso primordiale del liberalismo (nel suo senso classico)».

Ma a rendere potente la proposta dei bitcoin è anche la loro capacità distruttiva. Distruttiva, in particolare, per la sinistra: «La sinistra riconosce così il proprio nemico con un realismo sorprendente, come un agente emergente – e intrinsecamente frammentato – di dissolidarietà sociale».

«Bitcoin ci dice – più chiaramente di qualsiasi altra innovazione – cosa [il capitalismo] sta per diventare, sfuggendo in linea di principio alla governance trascendente. L’estremismo di destra coerente, la governance automatizzata e una filosofia critica inflessibile sono intertraducibili senza discrepanze significative. La cripto-corrente è un incubo per la sinistra».

Lo smottamento a cui stiamo assistendo in questi anni – che a colpi di meme, podcast e troll ha fatto sì che la destra diventasse la principale portatrice della controcultura odierna – ha liberato quella che probabilmente è sempre stata la collocazione più naturale di una certa visione dell’impatto delle nuove tecnologie sulla società: non tanto la liberazione dalle istituzioni corrotte e la creazione di un mondo migliore (come da vecchio motto della Silicon Valley), ma il superamento delle istituzioni, del welfare e l’avvento di uno sfrenato e totale individualismo.

Nick Land, come sempre, è difficile da interpretare. Quel che però emerge chiaramente è come sia quasi del tutto disinteressato agli aspetti pratici dei bitcoin e della blockchain (citati solo di passaggio in questo saggio). È invece interamente concentrato sui bitcoin come simbolo di un futuro tecnocapitalista a base di bolle speculative, impulso primordiale all’aggressività, legge della giungla del mercato, autoritarismo automatizzato, deregolamentazione dei processi, fine della solidarietà sociale.

È evidente, qui, il legame che porta da Nick Land alla vittoria di Donald Trump e all’ascesa politica di Elon Musk, passando per la alt-right e la cultura crypto-bro: tenuti tutti insieme dalla volontà di sfasciare il futuro senza cautela, di trollare le fondamenta del presente senza curarsi delle conseguenze, di puntare tutto sull’azzardo anche finanziario, di lanciarsi nel vuoto senza guardarsi indietro.

Ma perché ha preso piede una cultura del rischio così folle, così ciecamente nichilista e che non può portare ad altro che alla catastrofe (o al Collasso, per dirla con Land)? È qui che, secondo me, entrano in gioco altri due elementi fondamentali, forse i più importanti della nostra epoca: l’intelligenza artificiale letta in chiave millenarista e la crisi climatica interpretata – forse inconsciamente – come un avvenimento apocalittico a cui si può reagire solo in modalità «si salvi chi può». Partiamo dalla prima.

«L’intelligenza artificiale forte (in altri casi nota come intelligenza artificiale generale, ndA) è come un biglietto della lotteria cosmica: se vinciamo, otteniamo l’utopia; se perdiamo, Skynet ci sostituisce facendoci sparire dalla faccia della Terra», scriveva nel 2014, nel suo saggio Zero to One, il già citato Peter Thiel.

Per lungo tempo, questa posizione radicale, che auspica l’azzardo esistenziale, è rimasta minoritaria anche all’interno degli ambienti della Silicon Valley che più guardano all’intelligenza artificiale come a un’entità messianica, il cui avvento è destinato a cambiare il destino stesso dell’essere umano. Negli ultimi anni, però, quella che prima era un’area politicamente marginale ha vissuto un’imponente ascesa. In parte ormai superata la fase in cui a tenere banco erano due scuole di pensiero radicalmente utilitariste come l’altruismo efficace e il lungo termismo – entrambe sorte tra le élite della Silicon Valley e focalizzate anche sulla necessità di “allineare” l’intelligenza artificiale ai valori dell’essere umano per evitare che si ribelli a esso – la scena tecno-filosofica di destra è adesso occupata da una scuola di pensiero ancora più estrema: il cosiddetto accelerazionismo efficace (sigla: e/acc, che si legge “i/ek”). 

È con il suo movimento neoreazionario che la destra, per la prima volta dai tempi forse del Futurismo italiano, diventa in grado di impostare un discorso culturale che guarda al futuro e non sia più esclusivamente conservatore e improntato alla nostalgia dei tempi passati. Questa ventata di novità viene innanzitutto accolta dalla alt-right, che la trasforma in meme virali che conquistano i social media e che, trovando nel politicamente corretto delle università un facile bersaglio, rendono la destra una controcultura sprezzante e cool.

La differenza principale con l’altruismo efficace consiste nel fatto che gli esponenti di questa scuola di pensiero – tra cui troviamo discepoli di Nick Land come l’ex ingegnere di Google Guillaume Verdon (noto anche come Beff Jezos) e investitori potenti come Marc Andreessen – reputano la creazione di una superintelligenza artificiale, in cui la tecnologia avanza oltre il controllo dell’essere umano, non solo inevitabile, ma desiderabile: una componente necessaria della nostra evoluzione oltre l’umanità.

Parole simili si trovavano sul sito (oggi non più online) dedicato all’accelerazionismo efficace: «Invece di temerlo, abbiamo fiducia nel processo di adattamento [alla tecnologia] e desideriamo accelerarlo fino al suo limite asintotico: la singolarità tecnocapitalista. Non abbiamo affinità con gli esseri umani biologici né con la struttura mentale umana. Siamo postumanisti nel senso che riconosciamo la supremazia delle forme superiori di accumulo di energia libera rispetto alle forme inferiori. Il nostro obiettivo è accelerare questo processo per preservare la luce del tecnocapitale».

Parole che vengono riprese proprio da Marc Andreessen, che nell’ottobre 2023 ha pubblicato una sorta di manifesto ideologico intitolato The Techno-Optimist Manifesto, in cui sostiene per esempio che «non esistono problemi materiali», compresi quelli causati dalla tecnologia, «che non possano essere risolti attraverso più tecnologia». E che questo progresso non debba soltanto continuare, ma accelerare, «per assicurarci che la spirale ascendente del tecno-capitalismo proceda per sempre». E poi, citando non a caso Marinetti e il Futurismo, conclude: «La tecnologia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo».

Chiunque non condivida questo assolutismo tecno-ottimista, chiunque cerchi di rallentare l’avanzata dell’intelligenza artificiale o di assicurarsi che sia “etica” o “responsabile” e chiunque non abbracci il soluzionismo tecnologico è considerato un pavido, un codardo, qualcuno che vuole impedire alla tecnologia di sprigionare tutto il suo potere liberatorio. In una parola, seguendo il gergo accelerazionista, un “decel”.

Alla luce di tutto ciò, il messia non può che essere Elon Musk, e il risultato politico non può che essere Donald Trump: l’agente del caos in grado di rovesciare da destra l’ordine liberaldemocratico.

Il modello da seguire diventa dunque il “sinofuturismo” di Nick Land: l’idea – scrive e-flux – che «la Cina sia stata in grado di importare la scienza e la tecnologia occidentale senza incontrare resistenza, mentre in Occidente ogni significativa invenzione tecnologica o scoperta scientifica sarà sempre limitata e rallentata dalla correttezza politica della Cattedrale (termine con cui l’accelerazionismo si riferisce a qualcosa di simile all’egemonia culturale gramsciana, ma interpretata da destra)».

È evidente come nel mondo e/acc non ci sia una visione sociale, non ci sia il desiderio di assumersi responsabilità e lavorare affinché lo sviluppo tecnologico sia benefico per tutti, non ci sia alcun desiderio di regolamentare o tenere a bada l’intelligenza artificiale. L’unica volontà è quella di accelerare la tecnologia senza alcuna barriera o limite, tuffandosi privi di paracadute in un futuro da cui potrebbe sorgere una nuova post-umanità o che potrebbe seppellire l’intera civiltà umana.

Come ha scritto Thiel, l’intelligenza artificiale – in quest’ottica – diventa il biglietto della lotteria cosmica: una visione spregiudicata e fatalista da «o la va o la spacca» che procede di pari passo con l’azzardo finanziario dei bitcoin. E che presenta i massimi vantaggi – e i minori rischi – per chi è dotato delle risorse economiche necessarie a godere i frutti della tecnologia post-umana ed è maggiormente attrezzato per difendersi nel caso in cui le cose vadano per il verso sbagliato.

La prima conseguenza di quanto abbiamo visto finora è che, oggi, ad avere una chiara visione, per quanto inquietante e distopica, del progresso non è più la sinistra. Al contrario, oggi a delineare un chiaro progetto di futuro è, paradossalmente, quella parte politica che è sempre stata indicata come “conservatrice” e “reazionaria”. Oggi è la destra a essere rivoluzionaria, anche se la sua rivoluzione non porterà al Sol dell’Avvenire, ma semmai a un oscuro crepuscolo sociale.

Nick Land ha insomma posto le basi per la riconquista ideologica della destra, dipingendo i seguaci del movimento neo-reazionario dell’Illuminismo Oscuro (da lui fondato assieme al blogger Mencius Moldbug, nome d’arte di Curtis Yarvin) come dei contemporanei Voltaire, che si battono contro la “cattedrale” del politicamente corretto che ostacola l’avanzata capitalista-tecnologica.

Questa idea di lotta contro la “cattedrale” permette a un gruppo di neo-reazionari di considerarsi, paradossalmente, dei rivoluzionari, destinati ad accelerare un percorso che considerano comunque la logica conclusione della democrazia (seguendo anche in questo quanto scritto da Land nel saggio The Dark Enlightment).

Come si legge su El Pais, «Mencius Moldbug è un dichiarato seguace di Thomas Carlyle, un filosofo scozzese del XIX secolo che diffidava dell’uguaglianza e della democrazia. Carlyle proponeva un ‘governo di eroi’, individui eccezionali protagonisti della storia, che devono guidare le loro società (simili ai ‘grandi uomini’ di Hegel, che incarnano lo spirito del loro tempo). L’influenza dell’anarco-capitalista tedesco contemporaneo Hans-Hermann Hoppe — o del neo-fascista e occultista nazista Julius Evola — ha portato Moldbug a diffidare della democrazia e a esplorare alternative autoritarie e monarchiche». 

È anche su questa cruciale differenza che poggia lo scisma accelerazionista: da una parte il versante di sinistra che – con Nick Srnicek e Alex Williams – cerca di incanalare la tecnologia affinché abiliti un futuro più equo e – tramite Mark Fisher – ci implora di uscire dal realismo capitalista e di immaginare un quadro socioeconomico differente. E dall’altra quello di Nick Land, che desidera lasciare la tecnologia a briglie sciolte per accelerare il passaggio a un assoluto, sfrenato e spietato tecnocapitalismo.

Ma come siamo arrivati fino a qui? Com’è possibile che il mondo (presunto) progressista della Silicon Valley e di internet sia diventato terreno di conquista di una destra che fonde in sé delle evidenti pulsioni autoritarie e neo-fasciste con un assoluto libertarianesimo finanziario e tecnologico?

In realtà, con il senno di poi, i segnali c’erano fin dall’inizio: nella visione individualista e “survivalist” di Stewart Brand (fondatore del Whole Earth Catalog e figura chiave dell’ideologia californiana post-hippie), nell’ideologia libertaria e antagonista del mondo hacker, nella completa sfiducia nei confronti delle istituzioni dei cypherpunk (movimento da cui sono nati i bitcoin e di cui ha fatto parte, tra gli altri, anche Julian Assange). Per quanto tutte le persone e i movimenti citati si potrebbero considerare progressisti, il libertarianesimo cui hanno aderito è ciò che – in un’epoca di crisi come quella che stiamo vivendo – ha permesso che scivolassero gradualmente verso destra.

Per capire meglio questo aspetto, è essenziale rifarsi alla “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio”, pubblicata online l’8 febbraio del 1996, agli albori della diffusione di internet e in una fase nella quale se ne stavano delineando i valori fondanti, traendoli dalla cultura hacker. Il testo sintetizza la visione libertaria e utopistica di John Perry Barlow, saggista, poeta, paroliere dei Grateful Dead e fondatore dell’Electronic Frontier Foundation (no-profit in prima linea per la difesa della privacy e dei diritti digitali), deceduto nel 2018 all’età di settant’anni.

«Governi del mondo industriale, voi stanchi giganti di carne e acciaio: io vengo dal cyberspazio, la nuova dimora della mente. A nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete sovranità dove ci riuniamo. Non abbiamo un governo eletto, né è probabile che ne avremo uno, quindi vi parlo senza altra autorità se non quella con cui la libertà stessa ha sempre parlato. Dichiaro che lo spazio sociale globale che stiamo costruendo è intrinsecamente indipendente dalle tirannie che cercate di imporci. Non avete alcun diritto morale di governarci né possedete metodi di coercizione che abbiamo reale motivo di temere».

È lampante come le parole che Barlow dedicava a internet – che, a differenza di quanto da lui auspicato, sarebbe presto stato regolato e governato dalle nazioni e da Big Tech – si applica in maniera ancora più calzante ai bitcoin, che effettivamente i governi non sono mai riusciti a governare. Questo ethos libertario, che abbiamo sempre considerato intrinsecamente progressista, proprio con i bitcoin rivela la sua vera natura: la totale sfiducia nei confronti delle istituzioni, propria del mondo hacker, si sposa con il capitalismo, trasformandosi in un anarcocapitalismo in cui conta solo l’individuo, mentre la società scompare.

Dalla dichiarazione di indipendenza scritta dal paroliere di un gruppo hippie si arriva, per il tramite anche dei bitcoin, alla legge della giungla e all’autoritarismo incarnato da Peter Thiel. Una visione che non richiede che le istituzioni vengano riparate, ma che vengano abbattute per lasciare spazio alla pura legge del mercato. 

Da questo punto di vista, l’inclinazione progressista dell’ideologia californiana potrebbe anche essere considerata un colossale fraintendimento. Un ethos figlio di una cultura libertaria e solidale, ma all’interno della quale già si celavano alcuni semi dell’anarcocapitalismo. Il tentativo di cooptare il mondo hacker (e tutte le sue diramazioni) a sinistra è forse legato allo spirito di quei decenni, in cui la controcultura era saldamente ancorata a quella parte. Lo smottamento a cui stiamo assistendo in questi anni – che a colpi di meme, podcast e troll ha fatto sì che la destra diventasse la principale portatrice della controcultura odierna – ha liberato quella che probabilmente è sempre stata la collocazione più naturale di una certa visione dell’impatto delle nuove tecnologie sulla società: non tanto la liberazione dalle istituzioni corrotte e la creazione di un mondo migliore (come da vecchio motto della Silicon Valley), ma il superamento delle istituzioni, del welfare e l’avvento di uno sfrenato e totale individualismo.

In questo smottamento, il ruolo di Nick Land è essenziale. È con il suo movimento neoreazionario che la destra, per la prima volta dai tempi forse del Futurismo italiano, diventa in grado di impostare un discorso culturale che guarda al futuro e non sia più esclusivamente conservatore e improntato alla nostalgia dei tempi passati. Questa ventata di novità viene innanzitutto accolta dalla alt-right, che la trasforma in meme virali che conquistano i social media e che, trovando nel politicamente corretto delle università un facile bersaglio, rendono la destra una controcultura sprezzante e cool. I bitcoin sono la naturale propaggine finanziaria di questa visione accelerazionista – e infatti Nick Land è stato il più acuto interprete delle sue ricadute sociali e politiche. 

L’accelerazionismo si sposa inoltre già dai tempi di Collasso con l’interpretazione millenarista dell’intelligenza artificiale, in grado di trasportare la società in una nuova epoca ultratecnologica, carica però di quel mistero e occultismo che da sempre affascina l’estrema destra. Alla luce di tutto ciò, il messia non può che essere Elon Musk, e il risultato politico non può che essere Donald Trump: l’agente del caos in grado di rovesciare da destra l’ordine liberaldemocratico.

Un agente del caos almeno in parte inconsapevole. L’utile idiota di un movimento accelerazionista che ha contribuito fortemente al suo successo ma di cui – a differenza del suo vice JD Vance – non conosce probabilmente nemmeno l’esistenza. L’ascesa di Trump, da questo punto di vista, è la trollata definitiva: il dito medio verso il mondo del passato di chi ambisce a fare un salto accelerazionista nel buio e scoprire che cosa lo attende dall’altra parte, che cosa verrà dopo il crollo dell’ordine liberaldemocratico da tempo in cancrena.

Ma che cosa motiva questo desiderio di fare un salto nel vuoto? È possibile che, come accennato all’inizio, questo cieco nichilismo e fatalismo sia una conseguenza – forse inconscia – anche della crisi climatica? È possibile che la lettura che spesso ne dà la destra – ovvero che sia una “bufala” che fa da preludio a una sorta di dittatura ecologista-marxista – sia più che altro uno scudo, dietro il quale invece si cela un’accettazione?

A questo punto, può essere utile riprendere un paio di citazioni, già precedentemente menzionate, provenienti da alcuni punti di riferimento accelerazionisti. «Più che paura, abbiamo fiducia nel processo di adattamento e desideriamo accelerarlo fino ai suoi limiti asintotici», recita il sito di riferimento dell’accelerazionismo efficace. Mentre Marc Andreessen, nel suo Manifesto Tecno-ottimista, afferma: «Non esistono problemi materiali», compresi quelli causati dalla tecnologia, «che non possano essere risolti attraverso più tecnologia».

E se questi discorsi non si applicassero solo all’intelligenza artificiale? Se si applicassero anche alla crisi climatica? Se la fiducia nei confronti delle capacità di adattamento dell’essere umano e la fede nella tecnologia come forza salvifica fossero ciò che impedisce alla destra di avere paura della crisi climatica? Coerentemente con la visione anarcocapitalista, il processo di adattamento e le soluzioni tecnologiche non devono necessariamente coinvolgere tutti, ma solo chi avrà le risorse, in primis economiche, per affrontarlo con successo (tramite un potenziamento biotecnologico, la costruzione di bunker in Nuova Zelanda o chissà cos’altro).

Srnicek, Williams e il loro accelerazionismo utopista e ingenuo sono già stati dimenticati. Mark Fisher si è suicidato. Nick Land, invece, ha trionfato.

È come se la crisi climatica avesse innescato una reazione opposta a quella della sinistra, che prevede, semplificando, di sacrificare una parte di benessere materiale e di affrontare una complessa transizione industriale ed economica per cercare di mitigarla. A destra, invece, la crisi climatica potrebbe aver incentivato una reazione da “si salvi chi può”, che sprona a investimenti sempre più azzardati – numerosi analisti hanno in effetti confermato come ci sia desiderio di investimenti “high risk, high reward”, tra cui per esempio i memecoin – nella speranza di accumulare rapidamente le risorse materiali che potrebbero permettere di osservare la crisi climatica da una posizione di sicurezza.

L’econichilismo è lo specchio rovesciato dell’attivismo climatico: è concentrarsi esclusivamente su ciò di cui si ha individualisticamente bisogno, senza preoccuparsi degli altri. Non è la lotta comunitaria per un futuro migliore, ma la legge della giungla survivalista. In questo senso, è sbagliato affermare che la destra neghi la crisi climatica: la destra, anzi, la accetta ancor più della sinistra, e la considera ormai inevitabile in tutta la sua furia distruttiva. Di conseguenza, l’unica risposta possibile sarebbe quella nichilista e individualista, secondo la quale si salverà solo chi avrà le risorse economiche necessarie per farlo, sperando che la “folle scommessa” dell’intelligenza artificiale si riveli indovinata.

È anche su questa cruciale differenza che poggia lo scisma accelerazionista: da una parte il versante di sinistra che – con Nick Srnicek e Alex Williams – cerca di incanalare la tecnologia affinché abiliti un futuro più equo e – tramite Mark Fisher – ci implora di uscire dal realismo capitalista e di immaginare un quadro socioeconomico differente. E dall’altra quello di Nick Land, che desidera lasciare la tecnologia a briglie sciolte per accelerare il passaggio a un assoluto, sfrenato e spietato tecnocapitalismo.

Come siano andate le cose è abbastanza evidente: Srnicek, Williams e il loro accelerazionismo utopista e ingenuo sono già stati dimenticati. Mark Fisher si è suicidato. Nick Land, invece, ha trionfato.

Giornalista classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per Wired, Domani, Esquire e altri. È autore del podcast "Crash: la chiave per il digitale" (Vois Network). Il suo ultimo libro è "Simulacri digitali. Le allucinazioni e gli inganni delle nuove tecnologie" (Add Editore, 2025).