Flora Tristan, vita e lotta

Gallimard, Éditions Manucius, Edizioni Spartaco

Figlia illegittima, operaia e socialista, attraversò continenti e classi sociali per dimostrare che l’emancipazione delle donne e quella dei lavoratori sono una sola causa. Una vita segnata dalla violenza, ma guidata da una radicale idea di giustizia.

da Quants n. 24 (2026)

È in un libro di Salvatore Engel-Di Mauro, professore al Dipartimento di geografia e studi ambientali della State University of New York, che ho incontrato per la prima volta il nome di Flora Tristan. Associata alle correnti sindacaliste emerse nel periodo in cui il socialismo cominciò a definirsi come concetto negli anni Venti del XIX secolo, Engel-Di Mauro parla di lei come «una francese con origini Inca» che «introdusse il concetto e la prassi dell’unità della classe operaia nella lotta per migliorare le condizioni dei lavoratori sia a casa che sul posto di lavoro». Queste poche righe mi sono bastate per capire che avevo bisogno di sapere di più su di lei, così ho cominciato a destreggiarmi in ogni fonte possibile per entrare in profondità nella storia di questa donna.

Flora Célestine Thérèse Herniette Tristan Moscoso nasce nel 1803 nella Francia borghese, e vive i primi anni della sua vita da bambina privilegiata in una maestosa casa di Parigi. L’immensa fortuna dipende dal padre, un nobile creolo peruviano, ufficiale dell’esercito spagnolo in America Latina. La moglie, madre di Flora, lo incontrò per caso a Bilbao, dove con la famiglia di origini francesi era scappata per rifugiarsi durante il periodo del terrore. I due si innamorarono e sposarono con matrimonio religioso, che non fu però registrato, risultando così illegale. Nel corso dell’infuocata vita di Tristan, sarà proprio questa la radice della lunga serie di difficoltà che dovette affrontare immediatamente dopo la morte del padre, che morì quando aveva solo quattro anni. 

La condizione di figlia illegittima diventa un vero e proprio punto di forza, in quanto la libera dalla costrizione di rispettare le leggi della sua precedente posizione sociale.

Da questo momento comincia il tracollo economico-finanziario della famiglia, che pur essendo l’inizio di una tumultuosa lotta per la sopravvivenza, è anche il nucleo che muove l’intera missione della sua vita. Sprovvisti di mezzi di sostentamento – i beni della madre vengono sequestrati dai rivoluzionari in Francia, mentre l’eredità del padre divisa tra Spagna e Perù viene distribuita alla famiglia di lui, poiché il matrimonio non risulta legale –, si trasferiscono a Parigi, in un quartiere povero e malfamato. Per aiutare a sostenere la famiglia, Flora, diventata ormai una bellissima e florida quindicenne, comincia a lavorare come operaia in una piccola tipografia. Dopo pochissimo tempo, il proprietario della tipografia si innamora di lei, che – costretta dalla madre, che non perdonò mai – lo sposa circa due anni dopo.

L’uomo si rivela subito un pericoloso violento. Da lui Flora ha tre figli, ma durante l’ultima gravidanza lo lascia. Lui continua a vessarla e tormentarla, non riuscendo a gestire la mortificazione e la vergogna di essere stato abbandonato da una donna. Dopo diversi anni, quando è ormai una donna adulta di circa 36 anni, lui l’aspetta per incontrarla, e poi le spara una pallottola nel petto. Ma Flora non muore. Durante il processo, l’avvocato dell’ex marito prova persino a chiedere un attenuante, perché Flora è una “figlia illegittima”. Flora vive gli anni successivi – non troppi, ma comunque estremamente rilevanti per compiere la sua missione – con la pallottola conficcata nel petto, quasi un simbolo di una libertà che avrebbe dovuto conquistarsi affrontando con ardore “messianico” le numerose e dolorose difficoltà che cercheranno di ostacolarla nella vita. 

Flora vive gli anni successivi – non troppi, ma comunque estremamente rilevanti per compiere la sua missione – con la pallottola conficcata nel petto, quasi un simbolo di una libertà che avrebbe dovuto conquistarsi affrontando con ardore “messianico” le numerose e dolorose difficoltà che cercheranno di ostacolarla nella vita. 

Lavorando come operaia, Tristan prende coscienza delle terribili condizioni di vita nelle fabbriche – soprattutto per le donne, che devono dividersi tra cura della casa e lavoro, vivendo praticamente in stato di schiavitù – e della complicata situazione generale delle classi più deboli. La donna fa diversi mestieri per sostenere sé stessa e i figli, avendo modo così di comprendere cosa significa essere una figlia illegittima, senza casta. È questo che la ispira ad autodefinirsi paria, in una sorta di rivendicazione del termine, che indica una «persona di condizione sociale molto bassa, che è o si sente emarginata, oppressa e spregiata» (Treccani).

Questa mancanza non è da lei considerata tale, anzi: ben presto la condizione di figlia illegittima diventa un vero e proprio punto di forza, in quanto la libera dalla costrizione di rispettare le leggi della sua precedente posizione sociale. In questa maniera, Tristan può raccontare la verità così come la vive, senza addolcirla con addomesticazioni o favoritismi di classe.

Giovanissima, a 25 anni, si avvicina al socialismo umanitario, recentemente ribattezzato “spirituale” dalla Scuola delle Donne. Il socialismo spirituale, che ha come maggiori esponenti Saint-Simon, Charles Fourier e Robert Owen, è una corrente politica che sostiene la creazione di una società ideale basata sulla collaborazione, la fratellanza e l’uguaglianza tramite un cambiamento sociale pacifico e graduale, senza ricorrere al mezzo turbolento che è la rivoluzione. 

Estremamente influenzata da Fourier e Owen, Tristan scrive e pubblica in questo periodo della sua vita il suo primo pamphlet, che ha come tema proprio la condizione femminile dell’epoca, e denuncia la situazione delle donne lasciate senza mezzi e senza istruzione, ignorate da leggi che non fanno altro se non sfruttarle, sminuirle e oltraggiarle. Secondo Tristan, le donne devono avere il diritto di mantenersi autonomamente e di divorziare legalmente per poi vivere da sole come gli uomini.

La denuncia fatta a gran voce di povertà, corruzione e razzismo, ma soprattutto di assenza di istruzione – che lei ritiene cruciale per lo sviluppo di un popolo – dello stato indipendente peruviano incontrano naturalmente il disdegno della famiglia del padre e dell’élite peruviana. Lo zio brucia pubblicamente il libro nella piazza di Arequipa.

Pochi anni dopo, a trent’anni, decide di partire per andare in Perù, dove vive la famiglia del padre a cui l’eredità è stata consegnata. Flora parte da sola, atto assolutamente fuori dal comune se si considera l’epoca. Il suo obiettivo è uno: rivendicare la parte di eredità del padre che le spetta. Dopo il viaggio in nave durato cinque mesi, approda nel Paese sudamericano nel periodo immediatamente successivo alla dichiarazione di indipendenza delle colonie dalla Corona Spagnola. Dimagrita e provata dal viaggio particolarmente rischioso ed estenuante, al porto viene accolta con gli onori dovuti alla famiglia di suo padre. Per breve tempo vive nella casa dello zio ad Arequipa, dove ha nuovamente un assaggio di agiatezza e tranquillità, pur non essendo riconosciuta come parte della famiglia in quanto “illegittima”. La sua strada, però, non è questa. Chiede allo zio la sua parte di eredità, che le viene negata, e a questa lo zio sostituisce una piccola rendita della quale si accontenta finché dura. E non dura molto.

Sì, perché in questo periodo passato in Perù Tristan sblocca un altro tassello del suo destino: comprende che c’è un collegamento diretto e strettissimo tra oppressione delle donne e oppressione delle classi povere, ed è la prima a svilupparlo e a mettere questa evoluzione di coscienza e del pensiero nero su bianco. Comincia così a predicare e diffondere il più possibile che tutte le classi più deboli hanno bisogno l’una dell’altra, perché comprende prima di molti altri che se i bambini e gli uomini delle classi più povere continuano a essere sfruttati non può esserci libertà e serenità per le donne. Tristan prende appunti, studia ed elabora teorie, e al suo rientro in Francia, seppur senza eredità, ha comunque modo di riscattarsi pubblicando la sua opera più conosciuta, che intitolerà Le peregrinazioni di una paria.

A Londra, vestita da uomo visita prigioni, manicomi, quartieri malfamati e bordelli, e ritrova la medesima situazione di disagio, disuguaglianza e sfruttamento nelle fabbriche della rivoluzione industriale.

La paria socialista fa della mancanza di vincoli uno stile di vita, una parte fondamentale della sua identità, e da “intoccabile” descrive il Perù della classe dirigente e dei latifondisti di Lima e Arequipa in maniera aspra, durissima. La denuncia fatta a gran voce di povertà, corruzione e razzismo, ma soprattutto di assenza di istruzione – che lei ritiene cruciale per lo sviluppo di un popolo – dello stato indipendente peruviano incontrano naturalmente il disdegno della famiglia del padre e dell’élite peruviana. Lo zio brucia pubblicamente il libro nella piazza di Arequipa, e in concomitanza Flora perde la rendita.

È proprio poco dopo questo periodo già movimentato che l’ex marito le spara.

Il proiettile nel petto non basta a fermarla. L’anno successivo Tristan raggiunge Londra e ritrova la medesima situazione di disagio, disuguaglianza e sfruttamento nelle fabbriche londinesi della rivoluzione industriale. Anche in questo caso la paria prende appunti e denuncia – in un altro libro che pubblicherà poco dopo, intitolato Passeggiate londinesi – la situazione di ingiustizia per l’enorme disparità tra classi sociali, con occhio di riguardo particolare nei confronti della condizione delle donne. Visita prigioni, manicomi, quartieri malfamati e bordelli travestita da uomo, per un accesso facilitato. In questo periodo conosce anche l’opera di Mary Wollstonecraft. Anche secondo Tristan, come per Wollstonecraft, le donne «non sono esseri deboli, passivi e subordinati, ma vittime dell’educazione e della prepotenza patriarcale».

Sua figlia, Alina Maria Chazal, sarà la madre del pittore Paul Gauguin.

Tristan è bellissima e ammaliante, descritta come una regina da chiunque la incontra. Ma non usa mai l’aspetto a suo vantaggio: rimane, per tutta la vita, una predicatrice di consapevolezza e una determinante figura del socialismo internazionale. Quando torna in Francia tiene conferenze e assemblee dappertutto, in modo tale da creare una coscienza di classe compatta, pur venendo sempre, in qualche modo, contrastata dalle autorità. Questa unione, tuttavia, le permette di stabilire contatti con altre libere pensatrici, che finanziano la pubblicazione del suo manifesto, intitolato L’Unione Operaia, in cui menziona una serie di azioni concrete per poter ridurre e successivamente far sparire il divario tra le classi in maniera pacifica. Il suo obiettivo chiave rimane, per tutto il corso della sua vita, la libertà delle donne.

Tristan muore a 41 anni. Sua figlia, Alina Maria Chazal, sarà la madre del pittore Paul Gauguin, uno dei più grandi di sempre, che sembra essere per gran parte della sua vita condizionato da un richiamo ancestrale, che parte dal sangue, tanto da partire per le Isole Marchesi alla ricerca di comunità native che influenzeranno tutta la sua arte, eterne insegnanti di una vita forse non più semplice, ma di sicuro più autentica.

Scrittrice, articolista e editor per Gazzetta filosofica. Ha collaborato con Siamo mine, L'indiscreto, Il Nemico e Kairos. Si interessa di filosofia, teologia, antropologia e letteratura.