Il desiderio, nella sua scrittura, è un’esperienza viva e spietata, mai sublimata, che attraversa il corpo, la memoria, le convenzioni sociali, fino a farsi forma collettiva.
Il desiderio – soprattutto quello femminile – è forse uno dei temi più scivolosi e contesi della letteratura occidentale. Per secoli, è stato raccontato da una prospettiva prevalentemente maschile, filtrato attraverso categorie estetiche, morali o patologiche che lo rendevano o sublime o colpevole, mai neutro, mai quotidiano, difficilmente incarnato nella materia viva della vita di una donna comune.
Il desiderio nella narrazione femminile contemporanea, al contrario, non è più tanto oggetto da raccontare, o tanto meno giudicare, quanto un’esperienza da attraversare, un nodo critico tra corpo e linguaggio, tra psiche e norma sociale. Non ha più a che fare con la seduzione tout court ma con la dipendenza, non solo con il piacere ma con la perdita di sé, non tanto in relazione alla conquista dell’altro ma con la scoperta, dolorosa e lucida, di sé nella relazione. È in questa tensione che si inserisce, in maniera radicale e quasi unica, l’opera di Annie Ernaux.
Nata nel 1940 a Lillebonne, in Normandia, cresciuta in una famiglia operaia di provincia, Ernaux è stata la prima della sua famiglia a frequentare l’università. Questo passaggio – dalla cultura popolare a quella borghese, dalla provincia alla scuola – è stato fondamentale nella costruzione della sua identità di scrittrice, così come nella sua elaborazione del desiderio.
Il desiderio nella narrazione femminile contemporanea, non ha più a che fare con la seduzione tout court ma con la dipendenza, non solo con il piacere ma con la perdita di sé, non tanto in relazione alla conquista dell’altro ma con la scoperta, dolorosa e lucida, di sé nella relazione.
Per Ernaux, il desiderio non è mai un fatto puramente privato, ma un vettore attraverso cui il soggetto percepisce la propria distanza da ciò che è legittimo, autorizzato, dicibile.
Il senso ultimo della sua esistenza, come lei stessa ha ammesso, non è altro che questo: fare della propria vita materia di scrittura, trascrivere il corpo, le sensazioni, i pensieri, perché nulla vada perduto, perché tutto venga restituito con parole giuste, nude, necessarie. Non si tratta di raccontare per compiacere o guarire, ma di scrivere per fissare, per depositare nella lingua ciò che altrimenti svanirebbe: la vergogna, il desiderio, l’attesa, la frattura tra il dentro e il fuori. È una forma di resistenza contro l’oblio e l’ideologia, ma anche un atto di responsabilità: offrire la propria vulnerabilità affinché altri possano riconoscervisi.
Nel lavoro di Ernaux, il personale è sempre politico. Non per semplice adesione a uno slogan femminista, ma per un’urgenza epistemica: ogni esperienza individuale è inscritta dentro strutture collettive – culturali, storiche, economiche, di genere e di classe – che la determinano e la rendono condivisibile. Ernaux non scrive per raccontare sé stessa, ma per interrogare le condizioni sociali che rendono possibile, o impossibile, ciò che ha vissuto. La carnalità, l’aborto, l’amore, l’ascesa personale: nulla viene narrato come eccezione, ma come traccia leggibile di un ordine più ampio. È per questo che la sua scrittura rinuncia al lirismo e adotta una forma più asettica, documentaria: l’io narrante si offre come campo di registrazione, come superficie attraversata da forze sociali. In questo senso, Ernaux non pratica l’autobiografia, ma una forma di auto-sociologia.
Un riconoscimento che dopo molte pubblicazioni è arrivato nel 2022 anche dall’Accademia svedese che le ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura, «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui scopre le radici, le estraneità e i vincoli collettivi della memoria personale».
Una memoria che, per sua stessa ammissione, Ernaux concepisce sulla scorta del pensiero di Paul Ricoeur: non come archivio del passato, ma come forma di conoscenza. Una memoria fatta di milioni di immagini e parole, ed è proprio attraverso di essa che è possibile accedere a una verità del vissuto, altrimenti sfuggente.
L’“io” della sua opera è dunque sempre un “noi” potenziale: una figura esposta, sì, ma soprattutto leggibile, capace di restituire al lettore non un’identificazione sentimentale, ma una consapevolezza.
Questa dimensione collettiva dell’io si estende anche ai territori più intimi, come il desiderio, che Ernaux affronta non come esperienza privata ma come fatto sociale. È proprio nei luoghi della vulnerabilità, del corpo esposto e dell’attesa amorosa, che la scrittura svela con più forza la tensione tra vissuto soggettivo e condizionamenti culturali.
Per Ernaux, il desiderio non è mai un fatto puramente privato, ma un vettore attraverso cui il soggetto percepisce la propria distanza da ciò che è legittimo, autorizzato, dicibile.
Il modo in cui ne scrive è rivoluzionario perché rifiuta ogni idealizzazione e ogni retorica sentimentale. Nei suoi testi – Passione semplice e Perdersi in primis, ma anche in opere anteriori – anche se lei è “etnologa di sé stessa” per sua definizione, il desiderio non è mai un’esperienza individuale isolata, bensì il punto d’incontro (o di rottura) tra il soggetto e le strutture che lo circondano: famiglia, classe sociale, norme di genere, convenzioni culturali. Scrivere del desiderio, per Ernaux, non è semplicemente raccontare una relazione, un amore, un bisogno, ma mettere a nudo una condizione di soggezione psichica. Il suo desiderio si manifesta così non come forza vitale o impulso erotico, ma come disarticolazione dell’identità, come perdita di padronanza del proprio tempo, del proprio corpo, del proprio pensiero.
I due volumi ruotano attorno alla stessa vicenda: la passione travolgente vissuta da Ernaux per circa un anno, alla fine degli anni Ottanta, poco prima del crollo del Patto di Varsavia. La relazione si consuma infatti sullo sfondo dell’ultimo respiro del blocco sovietico: l’uomo amato, un funzionario dell’ambasciata dell’URSS a Parigi, rappresenta non solo l’oggetto di un desiderio assoluto, ma anche un’intera ideologia in disfacimento. Identificato con due diverse iniziali – A. nel testo narrativo, S. nel diario – è una figura opaca e sfuggente che incarna il prototipo dell’apparatčik: l’uomo dell’apparato comunista, radicato in un sistema politico in declino, che resta al tempo stesso desiderato e inaccessibile, anche perché sposato.
Quel corpo giovane, sfuggente, più volte assente, è al tempo stesso individuo e simbolo: incarna la fine imminente di un ordine geopolitico, e con esso il fallimento di una promessa collettiva. In questa tensione tra eros e ideologia, tra intimità e Storia, la scrittura di Ernaux si carica di una dimensione inedita: il privato non solo si intreccia col politico, ma lo anticipa e lo attraversa. Un’esperienza circoscritta a pochi e intensi incontri erotici, che segna profondamente il suo corpo e la sua scrittura.
Il senso ultimo della sua esistenza, come lei stessa ha ammesso, non è altro che questo: fare della propria vita materia di scrittura, trascrivere il corpo, le sensazioni, i pensieri, perché nulla vada perduto, perché tutto venga restituito con parole giuste, nude, necessarie.
In Perdersi, la diaristica in presa diretta mostra questa lacerazione in tempo reale: l’attesa, la dipendenza, la frustrazione, l’euforia sessuale diventano materia non già per un romanzo, ma per un documento esistenziale. Lì, la scrittura non consola: documenta. E il desiderio non redime: rivela. Di fronte a tale assoggettamento non si può che scrivere e quindi Ernaux scrive, senza censure, senza cesure.
Perdersi è stato pubblicato solo molti anni dopo Una passione semplice, che riporta la stessa storia ma in modo asciutto, tipicamente alla Ernaux. Se il primo è un documento scritto di getto e senza ritocchi (stando a quanto da lei dichiarato) – frammentato, ossessivo, intimo fino all’insofferenza – il secondo è una costruzione narrativa che trasfigura quell’esperienza, trasformandola da urgenza personale a forma letteraria.
La protagonista non esce per paura di mancare una sua chiamata, perde e si perde nelle ore d’amore, le evoca quando lui non c’è. È tesa fino all’estremo verso di lui, lo disvelano soprattutto i verbi (ricadere, perdersi, aspettare, toccarsi, immaginarlo), «perché niente conta più a parte il desiderio».
Nel diario scrive: «Aspettarlo con mille scenari nella testa… questo abisso – tra l’immaginario, il desiderio e il reale – è invivibile». È un frammento che cristallizza l’intero movimento del libro: la scrittura diventa un modo per contenere lo scarto traumatico tra ciò che si vuole e ciò che si ha, tra ciò che si immagina e ciò che accade. Una passione totalizzante, annichilente: «Una volta, sdraiata sullo stomaco, mi sono fatta venire. Mi è sembrato che fosse il suo orgasmo». È una frase che dice moltissimo non solo sul desiderio femminile, ma sulla fusione totale che la scrittrice insegue tra corpo e mente, tra realtà e rappresentazione.
Questa è la discesa nell’abisso del desiderio da parte di una donna e di una scrittrice femminista, che non teme di mostrare la propria vulnerabilità né la propria dipendenza nei confronti – del “maschio”, che, come scrive è – «l’uomo, colui che per un certo tempo riconosco come un dio» inchiodando su carta l’«incapacità di dimenticare l’altro, di essere autonoma».
Un desiderio che, sia in absentia che in praesentia, non conosce attenuazione: resta intatto nella sua intensità, nella sua urgenza, a malapena arginato dalla scrittura stessa. Solo l’opacizzazione – quel velo narrativo che trasfigura e insieme trattiene – riesce a contenerlo, senza mai dissiparlo davvero.
L’operazione è ancora più sorprendente se si pensa che non c’è un amore romantico, né una relazione paritaria: c’è sempre un’ossessione. L’uomo, mai veramente nominato, è sposato, straniero, sfuggente. La donna, l’io narrante, è interamente presa – posseduta, verrebbe da dire – dal suo desiderio. Ernaux racconta la masturbazione, la sofferenza dell’attesa, la dissoluzione dell’io nella dipendenza amorosa. Ma proprio qui avviene il ribaltamento: il gesto di narrare tutto ciò, con lucidità, trasforma la debolezza in esposizione, l’umiliazione in sapere, il vissuto in forma. La scrittura diventa così non uno spazio di protezione ma di restituzione.
In questa tensione tra eros e ideologia, tra intimità e Storia, la scrittura di Ernaux si carica di una dimensione inedita: il privato non solo si intreccia col politico, ma lo anticipa e lo attraversa.
Ma il desiderio in Ernaux non si manifesta solo nei grandi traumi amorosi o nelle relazioni clandestine: a volte riaffiora in forme minime, quasi impercettibili, ma altrettanto significative. In Guarda le luci, amore mio, la scrittrice sceglie uno spazio apparentemente neutro – un ipermercato della banlieue parigina – per registrare i gesti, i corpi, le solitudini, gli scambi, e in filigrana le dinamiche del desiderio sociale e della visibilità. Il consumo diventa così un teatro quotidiano dove si osservano le frizioni tra i generi, tra le classi, tra l’individuale e il collettivo.
«Qui, in certi momenti, ho l’impressione di essere una superficie liscia sulla quale si riflettono le persone, i cartelli sospesi sopra le teste». In questo passaggio del libro sopra citato, Ernaux non è più semplicemente soggetto scrivente, ma diventa uno strumento di registrazione, una lastra sensibile che riflette ciò che accade intorno: i corpi, i segni, i gesti, le dinamiche sociali. Questo sguardo spersonalizzato e impersonale – essere “una superficie liscia” – è coerente con la sua idea di écriture plate, quella scrittura piatta, antipsicologica, che rinuncia all’enfasi soggettiva per restituire il reale nella sua essenzialità.
Ernaux è una scrittrice medium, intesa nel senso di mezzo espressivo al servizio della storia e dei personaggi e non come creatore-demiurgo. Ernaux si libera della prima persona per lasciare spazio al mondo. Ed è qui che si compie il gesto più radicale: l’autrice si sottrae al narcisismo dell’autonarrazione per diventare voce collettiva, per fare della propria percezione un dispositivo di lettura del reale.
È ancora una volta la scrittura che restituisce dignità a ciò che normalmente resta ai margini. Altrove, in testi più brevi e frammentari, come Il ragazzo, emerge la memoria di un corpo giovane, amato e poi perduto, che continua ad abitare il linguaggio. Non viene descritto, né celebrato: è un’assenza che incide la scrittura, un’immagine che resta impressa nel tempo e nel corpo. Anche qui, la forza del desiderio non sta nel compimento, ma nella sua persistenza, nel fatto che sopravvive come traccia che attraversa il testo. Ernaux non racconta infatti il desiderio per chiuderlo in una forma: lo registra perché resti aperto, irrisolto, politico.
Ernaux non è più semplicemente soggetto scrivente, ma diventa uno strumento di registrazione, una lastra sensibile che riflette ciò che accade intorno: i corpi, i segni, i gesti, le dinamiche sociali.
Il desiderio, in Annie Ernaux, non nasce nel vuoto: è il frutto di una lunga evoluzione soggettiva, esistenziale, e anche stilistica. Per comprenderne la radicalità emotiva, è utile tornare a un’opera come La donna gelata, romanzo di formazione in cui Ernaux racconta il passaggio dalla bambina della provincia normanna alla giovane universitaria, fino alla donna moglie e madre, sempre più disallineata rispetto alle aspettative del mondo che la circonda. In questo testo, che affonda nella tradizione del romanzo borghese ma già la sabota dall’interno, si osserva chiaramente l’emergere di quella soggettività “scissa”, che sarà la cifra più profonda della sua opera futura: la scrittura si fa luogo di attrito tra memoria e realtà, tra biografia e società. È qui che compare, ancora in forma embrionale, quel “noi” che più avanti prenderà una forma più compiuta.
Ne La donna gelata non è ancora pienamente sviluppata la tecnica della scrittura piana, quasi impersonale, ma anche in questo romanzo la frizione tra interiorità e esteriorità è già fortissima. L’educazione, la scuola, il matrimonio, la maternità: ogni tappa della vita femminile viene osservata attraverso una lente che mette in luce la dissonanza tra l’identità imposta e il desiderio nascosto. La “donna gelata” del titolo non è solo una figura di distacco emotivo, ma anche una denuncia silenziosa della paralisi a cui è condannata la soggettività femminile quando non trova le parole per dirsi. Scrivere, allora, diventa un atto di disseppellimento: riportare alla luce non solo i fatti, ma le emozioni represse, le fratture, le contraddizioni.
In questo senso, rappresenta il punto di origine di una genealogia del desiderio ernauxiano, che non è mai solo sessuale, ma anche epistemologico e politico: desiderare, per Ernaux, significa voler sapere, voler capire, voler dire, voler essere.