Nel suo libro L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso (Minimum fax), Sofia Torre parte dall’esperienza di una dolorosa rottura sentimentale che «non le ha insegnato niente» e mescola memoir e cultural theory per rispondere a una domanda impossibile: cosa significa innamorarsi e soffrire per amore in una società che ci vorrebbe sempre performanti, di successo, e felici?
Lasciarsi con qualcuno di cui si è stati innamorati è una delle esperienze più strazianti che possano capitare, come sa chiunque abbia avuto la sventura di patire per amore almeno una volta nella propria vita. Gli psicoterapeuti dicono che si tratta a pieno titolo di un lutto: perdiamo effettivamente qualcuno, e facciamo lutto non soltanto della presenza di quella persona nelle nostre vite, ma anche di un’immagine di vita che siamo costretti a lasciarci alle spalle. Quando finisce un amore svanisce, anche, l’immagine di noi stessi in cui ci eravamo potuti specchiare: smettiamo di essere speciali, brillanti e desiderabili, e torniamo a essere sciapi e patetici, fragili e bisognosi d’amore. Per dare un senso a quello che ci è accaduto procediamo a lamentarci con amici, psicanalisti e financo con i baristi dietro al bancone del bar: non riusciamo a farcene una ragione e ripetiamo la storia all’infinito per cercare di capire dove e come è possibile che sia andato tutto storto.
Sofia Torre è assegnista di ricerca all’Università di Napoli Federico II, e si occupa di cultural studies; è, anche, come molti, una persona a cui è accaduto d’innamorarsi e che quell’amore poi finisse male. A partire dalle sue riflessioni sull’amore nella società contemporanea – sul suo supposto valore “liberatorio” e “rivoluzionario” – e dalla sua esperienza di sofferenza amorosa ha scritto un libro, intitolato L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso, che sarebbe scorretto chiamare semplicemente un saggio. Si tratta, piuttosto, di un lavoro più vicino alla non-fiction narrativa, con tante citazioni ma senza note a piè di pagina. L’ho intervistata per capire a cosa serva innamorarsi – a niente, dice lei, ma è l’unica cosa su cui non abbiamo nessun controllo: possiamo solo lasciare che accada, sperare per il meglio e, dovesse andare male, potremo sempre lamentarci.
Una domanda che vorrei farti riguarda la genesi del tuo libro: un suo germe è un tuo articolo per Il Tascabile (16 giugno 2021), nel quale fai una critica feroce a una concezione sostanzialmente utilitaristica dell’amore, per la quale l’amore ha senso se è buono, produttivo, politico, sano, permette di crescere, eccetera. Il saggio che tu attacchi in quel testo nel tuo libro scompare, e mi sono chiesta quale sia la ragione di questa scelta. In seconda misura poi ti chiedo quanto tu abbia capito “in più” dell’amore nei quasi cinque anni che sono passati tra la pubblicazione dell’articolo e quella del tuo libro – anni nei quali immagino siano avvenute la relazione dolorosa e poi la rottura di cui racconti nel testo.
Dalla firma del contratto per Minimum Fax all’effettiva uscita del libro, in effetti, è passato un po’ di tempo. Il passaggio del tempo conferma la mia tesi per cui l’amore è una questione circostanziale: anche la passione più intensa del mondo – e non c’era nulla che desideravo come scrivere questo libro – finisce per cedere il passo davanti a problemi lavorativi, economici e di salute. Amare è bellissimo, ma anche fare la spesa senza magone non è male. Io mi sono trovata a esperire una rottura particolarmente dolorosa e che non mi ha insegnato niente ed è proprio da questo niente che sono partita, riscrivendo il libro da capo. La mia teoria è che la fine di un grande amore è la condizione ideale per raccontare le relazioni da una prospettiva, se non collettiva, comprensibile a tutti, perché se c’è qualcosa che prima o poi esperiamo tutti è la sofferenza. Penso che amare non serva a niente e che avere la fortuna di essere amati non significhi meritare un lieto fine: la consequenzialità è come le scarpe con gli strass e lo scotch biadesivo, qualcosa di molto pratico e carino che ci siamo inventati noi.
«Il passaggio del tempo conferma la mia tesi per cui l’amore è una questione circostanziale: anche la passione più intensa del mondo – e non c’era nulla che desideravo come scrivere questo libro – finisce per cedere il passo davanti a problemi lavorativi, economici e di salute. Amare è bellissimo, ma anche fare la spesa senza magone non è male».
Sempre in relazione a questo, mi chiedo: tu ti occupi di ricerca accademica, ma anziché scrivere un saggio pienamente accademico (senza aneddoti e con tante note a piè di pagina, per intenderci) hai scelto la forma del memoir. Ti chiedo perciò: in questo caso, quanto di quello che tu pensi in astratto è influenzato dal tuo vissuto personale?
Sono un’assegnista di ricerca, in un contesto professionale in cui è abbastanza importante rispettare gerarchie, ruoli assegnati e standard di vario tipo. Proprio per questo ho scelto di scrivere qualcosa di diverso: amo il mio lavoro e spero di avere la fortuna di poter continuare a farlo, ma desideravo scrivere in maniera più diretta, senza le mediazioni, gli schemi e la premeditazione che la scrittura accademica richiede. Volevo che il mio libro si potesse leggere in spiaggia, in bagno, in metro e in autobus, e che potesse avere qualcosa di appetibile anche e soprattutto per chi arriva a fine giornata troppo stanco per aguzzare lo sguardo davanti alle note a margine. Volevo che fosse un libro democratico e a tratti anche divertente. Soprattutto, volevo sperimentare il piacere di cui parlo nel secondo capitolo: lamentarsi, la mia enorme passione.
«La mia teoria è che la fine di un grande amore è la condizione ideale per raccontare le relazioni da una prospettiva, se non collettiva, comprensibile a tutti, perché se c’è qualcosa che prima o poi esperiamo tutti è la sofferenza. Penso che amare non serva a niente e che avere la fortuna di essere amati non significhi meritare un lieto fine».
Il secondo capitolo del tuo libro è un bellissimo elogio del lamento: trovo che ci sia una splendida dimensione di rivendicazione dell’improduttività, come dici giustamente, nel lamentarsi (attività inutile) delle proprie sofferenze amorose (sentimento, a propria volta, inutilissimo). Mi affascina molto la disperazione affettata, il suo “melodramma:” la regina di questo atteggiamento di lamento e vittimismo è Taylor Swift, che rivendica la propria debolezza, fragilità, nel lamentarsi costantemente di avere il cuore spezzato. C’è anche qualcosa di forte nel riconoscere in maniera così plateale la propria fragilità, di cui adesso va molto di moda parlare ma che di fatto descrive la possibilità di farsi malissimo quando qualcun altro ci sfiora.
Penso che in una società fondata sulla performance e sulla capacità di aderire quanto più possibile a un’immagine pubblica immacolata, rivendicare la propria imperfezione, la propria angoscia e la propria mediocrità abbia qualcosa di profondamente liberatorio. Mi interessava uscire dallo standard, mostrare lo iato tra quello che ci viene chiesto di essere (“empowered”, leggere, ottimiste, positive) e quello che inevitabilmente si diventa quando si è immersi una precarietà economica, sociale ed esistenziale. Questa discrasia è evidente dal tipo di discorso che circonda la narrazione più diffusa sulle relazioni, sulle aspettative sociali e sulla vita in generale. Le parole che scambiamo con gli altri quando abbiamo paura di essere osservati sono il frutto di un intenso esercizio di mediazione tra quello che non possiamo lasciar trapelare e l’impulso di lasciarci andare e dire la verità. Sembrare in equilibrio è quasi più invitante di esserlo davvero: permette di affrontare non detti, accenni di sorrisi, persone che fanno domande scomode, ti guardano con compassione e poi ti lasciano le loro birre da pagare.
«Volevo che il mio libro si potesse leggere in spiaggia, in bagno, in metro e in autobus, e che potesse avere qualcosa di appetibile anche e soprattutto per chi arriva a fine giornata troppo stanco per aguzzare lo sguardo davanti alle note a margine. Volevo che fosse un libro democratico e a tratti anche divertente. Soprattutto, volevo sperimentare il piacere di cui parlo nel secondo capitolo: lamentarsi, la mia enorme passione».
Ho una domanda sul “pessimismo” presunto di questo libro, che sembra rifiutare l’amore in toto (s’intitola L’amore no, che mi sembra una dichiarazione d’intenti piuttosto netta). Nel tuo testo però a me sembra che insieme al tentativo di fuggire dalla sofferenza – come scrivi nell’ultimo capitolo, quando parli del ruolo dell’amante – tu esprima semplicemente la presa di coscienza che l’amore può essere una cosa terribile e dolorosissima, non sempre (anzi forse raramente) edificante ed epurata.
Mi viene in mente una bellissima scena di Boris: Stanis LaRochelle che arriva sul set e, vedendo Alessandro lo stagista per la prima volta finge di conoscerlo per pochi secondi: «E finalmente eccoti, il più grande di tutti! Ma tu chi cazzo sei?». Ecco, io mi riconosco nelle parole di Stanis: chi cazzo sono? Assolutamente nessuno e come tale non mi permetto di dare lezioni di vita agli altri – ci sono ben poche cose che trovo più irritanti di chi presenta le proprie convinzioni personali come se fossero i dettami di una chiesa o una lezione di scuola guida. Mentre fioccano opere con titoli che promettono di insegnarci il modo corretto di vivere qualsiasi cosa – dal femminismo alla cucina, dalla genitorialità alle relazioni romantiche – io penso che sia importante ricordare che non tutto si concorda, non tutto segue una logica e una coerenza comprensibile, non tutto edifica, ripara e insegna. L’amore appartiene a questa categoria: nessuna utilità, nessuna coerenza, solo una spirale di sensazioni difficilmente incasellabili e contraddittorie: l’amore no, l’amore forse, l’amore e quanti cazzi Seppia.
«Mi interessava uscire dallo standard, mostrare lo iato tra quello che ci viene chiesto di essere (“empowered”, leggere, ottimiste, positive) e quello che inevitabilmente si diventa quando si è immersi una precarietà economica, sociale ed esistenziale. Questa discrasia è evidente dal tipo di discorso che circonda la narrazione più diffusa sulle relazioni, sulle aspettative sociali e sulla vita in generale».
Nel sesto capitolo citi Twin Peaks e la risposta del Maggiore Briggs alla domanda su quale sia la sua paura più grande: lui risponde «La possibilità che l’amore non sia abbastanza» e tu scrivi che questa ipotesi non ti aveva mai nemmeno sfiorata. Mi sembra che questo libro sia un tentativo di venire a patti con questa possibilità – che l’amore non sia abbastanza per curarci, per tenere le coppie insieme per tutta la vita, per preservarci dal farci male gli uni con gli altri – senza per questo rifiutare l’esperienza amorosa in toto.
Scrivere un libro è certamente meno costoso (e, per quanto mi riguarda, meno frustrante) di andare in terapia. Io non rifiuto l’amore: è impossibile rifiutare qualcosa su cui non si potrà mai esercitare davvero il controllo. A mio avviso, anche in amore l’imprevedibilità fa più paura di tutto il resto, ma i programmi e le norme non tengono conto delle contingenze economiche e politiche, della morte e della malattia e della fragilità dei sentimenti. Cresciamo con il mito del lieto fine e con la convinzione, accuratamente tramandata dalle fiabe e dalle opere di intrattenimento, dalle discussioni politiche e dalle chiacchiere da bar, che se ci comporteremo bene e ce lo meriteremo, alla fine saremo felici a prescindere da tutto. Giustizia sarà anche dare a ciascuno ciò che merita, ma io dubito fortemente che viviamo in un mondo di infinite opportunità, nel quale chiunque se lo meriti può diventare qualsiasi cosa voglia diventare, soprattutto quando la società meritocratica non è altro che una società in cui il privilegio è impacchettato con cura. Se quando siamo sfiancati non riusciamo a rimanere insieme, forse dovrebbe venirci il dubbio che non avere i soldi, il tempo e l’energia per essere felici sia una questione che influisce sui sentimenti che pensiamo di provare.
«Non tutto si concorda, non tutto segue una logica e una coerenza comprensibile, non tutto edifica, ripara e insegna. L’amore appartiene a questa categoria: nessuna utilità, nessuna coerenza, solo una spirale di sensazioni difficilmente incasellabili e contraddittorie».
Ho avuto a tratti la sensazione che tu scivoli tra sesso e amore, amore e sesso – alle volte mi sembra che con lo stesso nome tu voglia indicare una cosa sola (o che l’uno serva all’altro: penso alle pagine in cui parli di desiderio non vanilla e non necessariamente eterosessuale o monogamo, e in cui concludi «È nel caos che accade l’amore». Altre invece mi sembra che tu li legga quasi come due istanze antitetiche: non c’è bisogno dell’uno affinché ci sia l’altro, e anzi spesso l’uno mette all’altro i bastoni tra le ruote – che è poi quello che dice Esther Perel in Mating in Captivity: non c’è niente di meno erotico della sicurezza e della stabilità, che però contribuiscono a rendere una relazione solida e sana. Mi chiedo cosa pensi di questa tensione.
Può esistere l’amore senza la dimensione corporea? Non per tutti, ma credo sarebbe illogico escludere che per qualcuno sia possibile innamorarsi senza provare desiderio carnale: ad esempio esistono le persone asessuali. Di certo la narrazione amorosa è servita per secoli a regolare un sistema sociale più ampio, imponendo limiti, regole e un’intera struttura di senso attraverso la gestione della sessualità. A fare sesso sono prima coloro che hanno istanze riproduttive e poi coloro che hanno una motivazione nobile: i sentimenti. Il matrimonio è stato per secoli un contratto economico, poi ci siamo inventati il romanticismo, legato alla passione e agli impulsi della carne. È facile affermare che in una struttura tanto sicura e definita da apparire come una prigione, il rischio sembra qualcosa di sexy, ma io penso che la questione sia un’altra, che soprattutto esista un caos che si combina con le norme e le regole della società in cui viviamo. A volte questa miscela di regole e caos ci porta a trovare irresistibile la configurazione composta da un marito, due figli, un mutuo e un cane labrador, a volte a innamorarci dell’idea del nostro corpo che esperisce situazioni e stimolazioni sessuali anarchiche, indefinibili o infelici.