Nel culto moderno del benessere, kombucha e funghi sostituiscono incensi e preghiere tra rituali quotidiani, ansia da prestazione e desiderio di controllo.
Per capire da dove arriva questa ossessione per il fermentato, e perché sia diventato simbolo di salvezza, bisogna partire proprio dalla kombucha.
Nel 1998, i System of a Down urlavano nel loro pezzo “Sugar” «The kombucha mushroom people, sitting around all day, who can believe you? Who can believe you? Let your mother pray!» una riflessione sulla società statunitense di fine millennio. Ma cosa siamo diventati quasi trent’anni dopo? Dal fungo che galleggia nel tè alle microdosi di psilocibina, i kombucha mushroom people ora sono quella generazione che cerca nel naturale una forma di controllo e nello sballo una forma di ordine.
Per chi non fosse esperto, la kombucha, sì al femminile, è una bevanda tradizionale cinese a base di tè (principalmente nero o verde; tuttavia, si usano anche altre varianti di tè e altri ingredienti, come cereali, latte e perfino funghi), zuccherata e poi fermentata da una specifica combinazione di microrganismi probiotici.
Se l’origine è cinese, il consumo occidentale è ampio, lievitato dalla fine degli anni Ottanta in poi, grazie alla ricerca di salvezza nelle pratiche orientali. La kombucha infatti contiene polifenoli del tè, aminoacidi, vitamine, minerali, acidi organici, zuccheri e microrganismi probiotici. E questi probiotici, si diceva avessero degli effetti miracolosi. Negli Stati Uniti la kombucha ha iniziato ad avere popolarità a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta proprio in concomitanza con le prime ondate del virus HIV; molti pensavano potesse essere una cura alternativa, orientale e new age per l’AIDS e di alcuni tipi di tumori.
Dal fungo che galleggia nel tè alle microdosi di psilocibina, i kombucha mushroom people ora sono quella generazione che cerca nel naturale una forma di controllo e nello sballo una forma di ordine.
L’effetto però è quello che si può riassumere nella scena ambientata nelle Filippine di Man on the Moon (1999), quando Kaufman, malato terminale di cancro, si accorge che il guaritore finge di estrargli il “tumore”: l’uomo ha nascosto un pezzo di carne nel palmo della mano. Questa epifania è un momento amarissimo e Kaufman sorride, consapevole che la sua speranza è solo una messa in scena. Anche noi, come lui, oggi sorridiamo di fronte al trucco, ma continuiamo a cercare quella finzione che ci faccia credere di poterci far star bene, curare e redimere, a tutti i costi. Sappiamo che molte di queste cose non curano, ma ci rassicura l’idea che male non facciano. È un bisogno silenzioso dove la promessa non è più la guarigione, ma l’innocuità. L’industria del “tanto male non fa” è una delle più redditizie: vendere l’illusione del controllo, a basso rischio e alto margine. Così successe con la kombucha: da cura prodigiosa è poi diventata una bevanda del benessere, popolare tra gli hipster di Portland, Oregon, che secondo i dati nel 2017 hanno comprato circa 78 volte più kombucha della media statunitense, ma oggi puoi trovarle nelle enoteche radical chic milanesi. Il consumo di kombucha è soprattutto un fenomeno delle metropoli creative: New York, Londra, Toronto, Berlino, Melbourne, dove culture giovanili, start-up del benessere e reti social sono pronte a trasformare pratiche alternative in prodotti di mercato. I Millennial e la Gen Z sono il target di riferimento, particolarmente attivi nella ricerca di prodotti che promuovano la salute mentale, la longevità, ma anche i trend e l’estetica.
L’ossessione del wellness è diventata una religione laica occidentale.
Tra skin care, detox e latte dorati al collagene, gli ingredienti più strani, non comuni e naturali diventano la nuova speranza a cui aggrapparci. L’ossessione del wellness è diventata una religione laica occidentale. Ma se dovessimo dare un sapore a questa religione sarebbe quello di uno SCOBY, ovvero la colonia simbiotica di batteri e lieviti dal retrogusto di aceto fermentato, sgradevole sì, ma che fa benissimo. Ma questa liturgia del benessere non si accompagna a una litania a un’unica voce della kombucha, si intreccia a un coro di diverse sfaccettature del capitalismo “soft”, fatto di auto-cura performativa e dell’estetica del corpo sano come status. A 68$ il Saffron Latte di Goop, l’impero wellness di Gwyneth Paltrow: bustine di zafferano e polvere di latte di cocco, o allo stesso prezzo 90 capsule Wellbel Women, di biotina e saw palmetto, una sorta di palma nana, racchiuse in un’estetica beige e inclusiva. Una cliente sul sito del prodotto commenta con una stella: «I see no change. Taken the supplements for a few weeks and my fingernails are still awful.» Un commento che riassume il paradosso del wellness contemporaneo: dopo settimane di integratori alla palma, l’unica cosa che cresce davvero è il conto in banca di Gwyneth. Ma tutto il mercato globale del benessere è in forte espansione. Secondo McKinsey, nel 2024 ha raggiunto un valore di 1,8 trilioni di dollari, con un crescente interesse per soluzioni scientificamente supportate e personalizzate per farci sentire speciali.
Ciò che un tempo liberava la mente oggi si vende in bottiglia.
Ma cosa succede quando i consigli delle guru del benessere si intrecciano con la psichedelia? Quando la purezza beige si trasforma in spirali tie-dye? È qui che la spiritualità del wellness incontra il suo doppio più visionario. Lo shroom boom è il fenomeno di cui si parla da anni online, dimostrando che il “fungo-beauty” sia la promessa del corpo sano attraverso un nuovo rituale estetico. Se reishi, lion’s mane e shiitake sono tipi di funghi ormai comuni come ingredienti di smoothie, zuppe e integratori, oggi le nuove frontiere del benessere cosmetico si sono aperte verso il microdosing. E su TikTok c’è già chi racconta gli effetti anti-age dei magic mushrooms. La psilocibina, sostanza psichedelica naturale presente in alcune specie di funghi, presente in molte parti del mondo tra cui Canada, Messico e Stati Uniti, è oggi al centro di numerose notizie, perché oggetto di sperimentazioni controllate, e la promessa non è lo sballo, ma una “produttività illuminata”, oltre che una pelle lucente. Ma questa psichedelia è soft perché non promette di cambiare il mondo. Non è più rock’n’roll, ma tenta solo di rendere la vita più gestibile: un microdosaggio di benessere in cui funghi e fermenti diventano strumenti del quotidiano, dalla skin care alla produttività. Infatti, attraverso queste sostanze, più che una fuga dalla realtà si ottiene un controllo dell’umore: non si tratta di perdersi, ma di restare lucidi dentro il flusso. Questo nuovo approccio prende la distanza dalla psichedelia degli anni ’60, quando era visione collettiva e rifiuto del sistema. Se Timothy Leary con il celebre «Turn on, tune in, drop out» raccontava gli hippie e i loro viaggi interspaziali con i funghi allucinogeni, oggi proviamo l’Organic Pickle Kombucha di Wholefoods, virale nell’estate 2025, un rituale del benessere che si traduce in prodotto di consumo quotidiano. Ciò che un tempo liberava la mente oggi si vende in bottiglia. Se un tempo la psichedelia era gesto di rottura, nel 2025 è diventata mainstream e monetizzabile: dal fermento punk al fermento premium. Mentre in Europa si avviano raccolte firme, come l’iniziativa PsychedeliCare per promuovere l’accesso sicuro e regolamentato alle terapie psichedeliche entro il 31 gennaio 2026, in Canada questo settore funziona ormai da incubatore di laboratori, politiche progressiste e nuovi business del benessere. La storia di Naric, giovane imprenditore dell’Ontario, passato dalla cannabis al kombucha, mostra come ciò che un tempo era anti-mainstream oggi diventi prodotto di consumo. E questo lo dicono anche i dati: gli studi del dottor Daniel Myran, ricercatore all’Università di Ottawa, stimano che nel 2023 in Canada il 5,9% della popolazione abbia utilizzato psichedelici come la psilocibina, percentuale che sale al 13,9% tra i 20–24enni.
La controcultura diventa palette, l’estasi si fa packaging.
E mentre il prodotto di consumo cambia, cambia anche il linguaggio visivo che lo accompagna: la controcultura diventa palette, l’estasi si fa packaging. Basta passeggiare su Queen Street West a Toronto per imbattersi in vetrine colorate con scritte tonde, accoglienti e a forma di fungo. Perché nonostante la vendita di funghi allucinogeni resti illegale in Canada, a Toronto ci sono veri e propri “mushroom dispensaries”. Le forze dell’ordine chiudono un occhio, o forse due, perché le retate sono costose e poco efficaci, e i casi di semplice possesso vengono ormai archiviati o deviati verso programmi alternativi. Come accadde con la cannabis prima della legalizzazione, anche i funghi vivono oggi in una zona grigia: un’economia semi-clandestina ma sempre più normalizzata, che trasforma il microdosing in un gesto quotidiano. Anche nell’immaginario stesso e nel linguaggio contemporaneo, il detox ha ripulito la controcultura dei funghi. La nuova estetica del micelio si intreccia al vaporwave, ai colori sgargianti, in una metafora di connessione, attraendo non solo la nuova generazione, che crea con l’IA video e chatbot per guidarsi nei trip psichedelici, fungendo da “trip sitter” virtuali. L’artista trans Noa Kalos (@MycoLyco) trasforma i funghi in performance visiva e sonora, suggerendo che il micelio sia tanto estetica quanto ecosistema.
Sì, il fungo è diventato un prodotto che promette di farci stare meglio, ma anche un alleato del capitalismo travestito da rimedio naturale, un tentativo di restituirci lucidità e farci produrre di più. Eppure, nel micelio si nasconde anche un’altra possibilità: quella di ricomporre ciò che è stato spezzato. Le popolazioni indigene canadesi, ad esempio, che conoscono e hanno utilizzato funghi per millenni, oggi li utilizzano anche per affrontare traumi causati dal razzismo e dal colonialismo. Il fungo e la psilocibina diventano strumenti per la terapia collettiva, intergenerazionale, contro i disturbi da stress post-traumatico. Il Naut sa Mawt Centre a Vancouver utilizza la psilocibina anche per affrontare il dolore in fase terminale, depressione e Alzheimer. Monnica Williams, Canada Research Chair in Mental Health Disparity all’Università di Ottawa, spiega che: «Gli psichedelici aiutano le persone ad abbattere quei muri che hanno costruito per proteggersi dai ricordi dolorosi, aumentando al contempo la capacità di tollerare ansia e disagio».
Forse il vero gesto rivoluzionario oggi è tornare alle radici, non come fuga dal presente ma come atto di autenticità: un benessere che non si compra, ma si coltiva, organico, condiviso, imperfetto.
Così, come sosteneva il micologo Terence McKenna, il fungo diventa «un ponte tra corpo e coscienza, come dei “messaggeri molecolari” che hanno fatto evolvere la consapevolezza umana» nonché la forma vivente più antica e interconnessa del pianeta, capace di rigenerare, nutrire e trasformare. «Il micelio è una rete di intelligenza collettiva», ricorda il micologo Paul Stamets, perché non solo ha la capacità di proteggere l’ambiente, ma anche l’intelligenza per farlo intenzionalmente. La sua teoria deriva in parte dal fatto che i miceli trasmettono informazioni attraverso le loro enormi reti simili a quelle del cervello umano. E alcune recenti scoperte mostrano che gli umani condividono attorno al 50% del DNA con i funghi, molto più che con il pothos dell’IKEA che troneggia in salotto, e tutte le altre piante in generale. Ma non solo, i funghi hanno la capacità di degradare il petrolio, la plastica e altri agenti chimici di guerra, per quello vengono chiamati da Stamets grand disassemblers of nature ovvero degli smontatori molecolari, da molecole complesse a semplici. Insomma questi sì, forse, funghi anticapitalisti.
In un desiderio collettivo di controllo in un mondo instabile, ogni rituale, dal microdosing al kefir fatto in casa, diventa non più evasione, ma una crescita, che, come ci insegnano i funghi, non è mai lineare. Fatta di intrecci, di invisibile cooperazione, di trasformazioni lente. Forse il vero gesto rivoluzionario oggi è tornare alle radici, non come fuga dal presente ma come atto di autenticità: un benessere che non si compra, ma si coltiva, organico, condiviso, imperfetto. Nel caos dell’oggi, il benessere e la natura diventano un rituale per restare umani. Forse la kombucha non ci guarirà, ma almeno ci tiene vivi e frizzanti, cosa che, di questi tempi, è già metà del miracolo.