Carlo Acutis icona vaporwave

Il primo santo così giovane, e il primo che il presente legge anche in chiave vaporwave: un’aura recente, fatta di immagini e interfacce. Carlo Acutis viveva due altrove, quello spirituale della trascendenza e quello astratto della virtualità digitale. La sua PlayStation diverrà una reliquia? Domande come questa ci fanno riflettere su cosa significhi la spiritualità oggi.

da Quants n. 27 (2026)

«Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura. Siamo stati elevati allo stato soprannaturale, redenti e salvati, siamo destinati all’eternità con Dio, la “co-eternità”». I discorsi che faceva Carlo Acutis erano di questo tenore. Non parlava di Pokémon o di Instagram: parlava di Dio e di realtà ultraterrene, dimensioni altre raggiungibili attraverso la fede. È per questo che è passato alla storia come il primo “santo millennial” e patrono informale di Internet. La sua figura rappresenta un inedito ponte tra la tradizione religiosa e la cultura digitale contemporanea: un “santo tecnologico” che, con il suo amore per computer e videogiochi, incarna la spiritualità nell’era di Internet.
La sua parabola può essere letta in un modo abbastanza semplice – quasi imbarazzante nella sua evidenza – senza cadere né nella cartolina edificante né nel sarcasmo da santo gamer: un ragazzo che abitava due “altrove”. Uno è l’altrove classico, verticalissimo, dell’esperienza religiosa: Dio, la grazia, l’idea che la vita non finisca qui e che l’essenziale non coincida con ciò che si vede. L’altro è un altrove molto più recente, orizzontale e quotidiano: il virtuale, lo spazio tecnologico in cui il mondo si replica, si estende, si ridisegna in immagini, dati, reti, profili e memorie sempre presentificate. La tentazione, davanti a questa doppia appartenenza, è ridurre una delle due dimensioni a metafora dell’altra: o il digitale come pallida imitazione del trascendente, o la fede come “sistema operativo” della psiche. In realtà, almeno nel caso di Acutis, la cosa sembra sia stata destinata a una coesistenza inseparabile. E questo è anche uno dei suoi più grandi lasciti: il farci ragionare sulla possibilità della spiritualità nel mondo iper-tecnologico contemporaneo.

Insistiamo sui due piani.
La spiritualità cristiana è, per definizione, una pedagogia dell’invisibile. Chiede di credere in ciò che non si può provare sul tavolo come un oggetto. È un’educazione alla distanza e alla pazienza, così come alla promessa, in quanto la verità non è mai interamente disponibile. Il virtuale tecnologico, al contrario, sembra l’impero della disponibilità: tutto è immediato, riproducibile, archiviabile; tutto può essere cercato, condiviso, scaricato, e addirittura portato con sé. Eppure anche il digitale è una scuola dell’invisibile: non tocchiamo la rete, non vediamo davvero i dati, ci affidiamo a un’interfaccia; l’essenziale accade in un altrove che si manifesta solo per effetti. Un file è reale ma intangibile; un contatto è presente e assente; una comunità esiste senza occupare uno spazio.
Da questo punto di vista, l’amore di Acutis per Dio e per la tecnologia smette di suonare come un contrasto curioso. Il punto non è dire che Internet somiglia al Cielo, ma notare che entrambi introducono un problema analogo: quello del vivere in dimensioni altre, prive di fisicità e astratte. La dimensione astratta e metafisica è quindi congeniale alla sua figura. Il vero corto-circuito si ha quando scopriamo che le sue reliquie vengono vendute a prezzi da capogiro e sono ricercate come quelle inerenti ai santi del passato. Ma è strano legare qualcosa di così concreto alle sue dimensioni altre, astratte e metafisiche.

Anche il digitale è una scuola dell’invisibile: non tocchiamo la rete, non vediamo davvero i dati, ci affidiamo a un’interfaccia; l’essenziale accade in un altrove che si manifesta solo per effetti.

Ma chi era Carlo Acutis?
Nato a Londra da genitori italiani e cresciuto a Milano, Carlo fin da bambino mostrò una particolare inclinazione per la tecnologia e l’informatica. Secondo sua madre, era un vero mago del computer, con un talento spiccato per il coding, oltre che una grande passione per i videogame. Già a otto anni ricevette in regalo la sua prima console (una PlayStation), anche se i genitori ne regolamentavano l’uso a solo un’ora di gioco alla settimana. Parallelamente, Carlo coltivava una profonda fede cattolica: partecipava quotidianamente alla messa e si dedicava ad attività caritative. Questa doppia anima, digitale e devota, lo portò a realizzare progetti come la creazione di un sito web sui miracoli eucaristici riconosciuti dalla Chiesa, con l’intento di condividere online la bellezza della fede. Per questo suo impegno spirituale 2.0, Carlo fu affettuosamente soprannominato “l’influencer di Dio” o “il santo di Internet” dalla stampa popolare.
La vita di Carlo Acutis si spezzò prematuramente a quindici anni, nell’ottobre 2006, a causa di una leucemia fulminante. La sua testimonianza di fede, unita a un presunto miracolo di guarigione attribuito alla sua intercessione, hanno avviato rapidamente la causa di beatificazione, culminata nel 2020 con il riconoscimento di beato. Pochi anni dopo, il 7 settembre 2025, la Chiesa cattolica lo ha proclamato santo a tutti gli effetti, presentandolo ufficialmente come il “primo santo millennial” della storia. Alla solenne cerimonia in Piazza San Pietro, davanti a decine di migliaia di fedeli entusiasti, Carlo Acutis è diventato così il più giovane santo dell’epoca contemporanea, e anche un modello di santità nell’era digitale.
Da notare, a margine, che Carlo proveniva da una famiglia estremamente agiata. Suo padre, Andrea Acutis, è un importante finanziere torinese, erede e amministratore delegato di una delle maggiori compagnie assicurative italiane. In virtù di ciò, alcuni osservatori hanno ipotizzato (in maniera polemica) che la solida rete di contatti e risorse familiari abbia potuto indirettamente facilitare la rapida ascesa di Carlo agli altari. Resta il fatto che, secondo la Chiesa, a guidare il processo di canonizzazione siano stati unicamente la santità personale del ragazzo e le evidenze del miracolo attribuitogli.
Il suo profilo di “santo tecnologico” ha suscitato enorme interesse tra i fedeli più giovani e negli ambienti dei media. La Chiesa stessa, nel canonizzarlo, ha voluto proporlo come patrono dei giovani “nativi digitali”, additandolo quale esempio positivo di come si possa vivere una fede profonda senza rinunciare a computer, internet e giochi elettronici.
Chiese vuote in molti contesti occidentali, vocazioni in calo, un rapporto sempre più intermittente con i sacramenti e una fede ridotta a marcatura identitaria oppure a ecologia del conforto personale: la crisi profonda che sta vivendo la spiritualità non è solo una diceria. Moltissime sono state negli anni le critiche rivolte anche a Papa Francesco, per la sua capacità (o la sua strategia) di occupare la scena mediatica con il suo linguaggio accessibile, toccando una pluralità di tematiche spesso non prettamente teologiche. Insomma, per il suo essere pop. La canonizzazione di Carlo Acutis ha aperto scenari inediti anche riguardo a queste problematiche.

Chiese vuote in molti contesti occidentali, vocazioni in calo, un rapporto sempre più intermittente con i sacramenti e una fede ridotta a marcatura identitaria oppure a ecologia del conforto personale: la crisi profonda che sta vivendo la spiritualità non è solo una diceria.

Quali che siano le strade che abbiano portato alla canonizzazione di Acutis, resta il fatto che è diventato un personaggio molto popolare, e che qualsiasi cosa lo riguardi è ormai degna di un interesse religioso – per l’appunto.
Una reliquia è ciò che resta fisicamente di un santo o che ne ha fatto parte. Secondo la tradizione della Chiesa cattolica, esistono tre classi di reliquie ufficialmente riconosciute. Quelle di prima classe: parti del corpo di un santo (ossa, sangue, capelli, organi), considerate le più preziose e sacre. Le reliquie di seconda classe: oggetti posseduti o utilizzati dal santo in vita – per esempio abiti, oggetti personali, strumenti del martirio – che hanno un valore devozionale in quanto appartenuti direttamente al santo. Infine, quelle di terza classe: oggetti che sono stati a contatto con una reliquia di prima o seconda classe (tipicamente, frammenti di stoffa toccati dal corpo del santo, terra dalla sua tomba, e cose di questo tipo).
Alla luce di questa suddivisione, quale status avrebbe un oggetto moderno come una console per videogiochi appartenuta a un santo? La PlayStation 2 di Carlo Acutis è o non è una reliquia?
La domanda, apparentemente bizzarra, è stata sollevata online, da un utente di Reddit, e poi a catena da altri utenti e dalla stampa, all’indomani della sua canonizzazione. In effetti, attenendosi alla definizione formale, la console rientrerebbe nelle reliquie di seconda classe, in quanto oggetto d’uso quotidiano del nuovo santo. Qualora la Chiesa dovesse autenticarla ufficialmente con sigilli e documenti, diverrebbe a tutti gli effetti il primo oggetto videoludico annoverato tra le reliquie nella storia del cattolicesimo, aggiungendo un tassello singolare al mosaico della devozione religiosa.
Finora, tuttavia, il Vaticano non si è espresso sulla questione e la PlayStation di Carlo rimane custodita privatamente dalla famiglia. Ciò non ha impedito a media e osservatori di speculare. L’esperto Rohan Salmond, nella sua newsletter Modern Relics, ha commentato che persino il joypad usato da Acutis potrebbe essere visto come una reliquia di seconda classe al giorno d’oggi. Sui forum cattolici e di appassionati di gaming il dibattito è acceso: c’è chi trova l’idea affascinante, e chi invece la considera una banalizzazione del concetto di sacro. In ogni caso, l’inedito connubio tra culto dei santi e cultura videoludica posto dal caso Acutis segna un capitolo nuovo, obbligando a ripensare quali oggetti – anche tecnologici – possano acquisire un’aura di sacralità.
Interessante è anche l’estensione del discorso alle reliquie digitali. Poiché Carlo «viveva anche sui social», come ha notato Harper’s Magazine, c’è chi su Reddit si è spinto a teorizzare una sorta di santità perfino per i suoi profili online. Ad esempio, il nome di dominio del sito web che Carlo aveva realizzato potrebbe essere visto come un cimelio santo, e “per “contatto persino il server che lo ospita. Si tratta ovviamente di provocazioni intellettuali, ma che sollevano domande concrete: un dominio web legato a un santo, se non rinnovato, può scadere come un qualunque indirizzo internet? E se qualcun altro ne acquista la proprietà, può dirsi proprietario di una ex-reliquia?    Sono dilemmi nuovi e sorprendenti persino per un’istituzione antica come la Chiesa, che nei secoli ha disciplinato ogni aspetto del culto delle reliquie, ma che ora si trova davanti a scenari mai immaginati. L’era tecnologica è arrivata da un po’, ma alcuni degli effetti si stanno propagando pian piano. Sarà interessante vedere come (e se) le autorità ecclesiastiche risponderanno a queste inedite sfide teologiche e giuridiche.

Il santo adolescente che parla il linguaggio di Internet ci ricorda che la dimensione del sacro non è statica, ma dialoga con i cambiamenti sociali e tecnologici.

Parallelamente alle discussioni teoriche, l’interesse concreto per gli oggetti appartenuti a Carlo Acutis è esploso dopo la sua beatificazione e canonizzazione. Migliaia di fedeli in tutto il mondo bramano reliquie del giovane santo, di qualsiasi tipo esse siano. Questa forte domanda devozionale ha generato, come lato oscuro, un mercato nero di reliquie e souvenir non autorizzati. Già prima della canonizzazione ufficiale, su eBay e altri siti di aste online era comparso un fiorente commercio di presunti effetti personali di Carlo. In un caso eclatante, un venditore anonimo ha messo all’asta addirittura alcune ciocche di capelli di Acutis (a quanto pare autenticate), che sarebbero state vendute per oltre duemila euro. Di fronte a episodi simili, la Chiesa ha reagito con fermezza: già nell’aprile 2025 aveva chiesto alla polizia italiana di indagare sulla vendita online di reliquie di Carlo, ricordando che la loro commercializzazione è severamente vietata dal diritto canonico. Il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, ha condannato tali compravendite come una «grave offesa alla fede religiosa». In effetti, le norme vaticane prescrivono che le reliquie vadano venerate evitando ogni forma di superstizione e di mercimonio. Vendere parti del corpo di un santo o oggetti santi per profitto costituisce un sacrilegio secondo la tradizione cattolica, oltre che un reato.
Non sono mancati neppure episodi di cronaca legati alla frenesia per le reliquie di Acutis. Appena due giorni dopo la sua canonizzazione, è stato denunciato in Venezuela il furto di una reliquia di terza classe – un piccolo pezzo di stoffa che aveva toccato il corpo di Carlo – dalla teca di una chiesa locale. Fortunatamente si trattava di un frammento non insostituibile; resta però indicativo del clima di esaltazione collettiva attorno al giovane santo. La Chiesa, da parte sua, cerca di canalizzare questa devozione in forme corrette: è prassi che reliquie ufficiali (soprattutto di terza classe) vengano concesse in prestito gratuito alle parrocchie che ne fanno richiesta per l’esposizione ai fedeli. Così è avvenuto per numerose diocesi nel mondo che hanno chiesto e ottenuto reliquie da esporre, alimentando pellegrinaggi e momenti di preghiera, ma sempre in un contesto regolamentato e senza scopo di lucro.
Va sottolineato che Carlo Acutis riposa ad Assisi, nel Santuario della Spogliazione, e la scelta di traslarne il corpo nella città di San Francesco non è casuale. Assisi, già luogo simbolo della santità giovanile e digitale di Carlo (San Francesco è il santo patrono d’Italia che Carlo ammirava, e Assisi è stata fra le prime diocesi a promuoverne la causa), è oggi il fulcro del culto acutisiano. Nella cappella, il corpo di Carlo è esposto in una teca di vetro, vestito con tuta e scarpe da ginnastica – abbigliamento semplice che richiama la sua quotidianità terrena – non con sandali e tonaca. Attorno a questa devozione genuina si è sviluppato anche un indotto commerciale: negozietti e chioschi, nelle vie di Assisi, vendono immagini, reliquie souvenir (come pezzetti di stoffa “benedetti”), rosari e gadget dedicati al nuovo santo. L’iconografia di Carlo, col suo volto sorridente incorniciato dai capelli ricci, spesso raffigurato con un’aureola stilizzata nelle immagini sacre, è diventata familiare quasi quanto quella di santi molto più antichi. La sua è infatti una popolarità esplosiva, raggiunta in pochissimo tempo.

La sua aura “vaporwave” è un misto di nostalgia contemporanea, luminescenza soft, spiritualità e interfacce.

Il fenomeno di Carlo Acutis solleva dunque interrogativi profondi su cosa consideriamo “sacro” oggi, in un mondo permeato dalla tecnologia. Per secoli la santità è stata associata a figure vissute in epoche remote, spesso distanti dal vissuto quotidiano della gente moderna. Altri modi di pregare e vivere la spiritualità, e più in generale, altri modi di vivere anche la quotidianità. Con Acutis, invece, la santità entra nel XXI secolo portandosi dietro computer, console e account social. Questo ha generato entusiasmo ma anche spunti di riflessione inediti. Fino a che punto gli strumenti tecnologici comuni, che sono oggetti creati principalmente per l’intrattenimento o la comunicazione, possono diventare veicoli di trascendenza?
La vicenda delle possibili reliquie tecnologiche di Carlo ci obbliga a ripensare la distinzione tra sacro e profano. Ma ci invita a riflettere anche sullo scontro tra le dimensioni astratte e ultraterrene e quelle più materiali delle reliquie. Carlo Acutis, con la sua storia, è il primo a incarnare perfettamente questa tensione: è un modello spirituale autentico per i giovani, ma è anche un personaggio che ha fatto della tecnologia un tratto privilegiato della sua breve vita, oltre a essere un protagonista mediatico attorno a cui è nato un certo fervore commerciale e culturale. Tre caratteristiche che lo rendono un’icona vaporwave purissima, quasi misticheggiante. Il santo adolescente che parla il linguaggio di Internet ci ricorda che la dimensione del sacro non è statica, ma dialoga con i cambiamenti sociali e tecnologici. La santità può manifestarsi anche attraverso un PC, un sito web o una console per videogiochi, se usati come strumenti di devozione. La sfida per la Chiesa e per i credenti è accogliere queste novità senza snaturare la sostanza del messaggio spirituale. Carlo, dal canto suo, sembra aver già compiuto la sua missione: «tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie», amava dire, incoraggiando i coetanei a vivere da protagonisti e non omologarsi. Sembrano frasi che arrivano dalle sottoculture. L’alone di mistero che lo avvolge è affascinante. Ha riportato la spiritualità a un livello quasi esoterico, senza per questo sminuirla, facendola invece tornare praticabile dentro un ecosistema che normalmente divora ogni verticalità e la trasforma in estetica. Ha potuto fare questo, paradossalmente solo sfruttando forme involontariamente estetiche, come accade appunto con la sua aura “vaporwave”, che è un misto di nostalgia contemporanea, luminescenza soft, spiritualità e interfacce. Sarebbe stato impossibile fare ciò da vivi. Sarebbe stato impossibile fare ciò da adulti, epurando il suo martirio dal sano pietismo creato da una dipartita così prematura. Una concatenazione di cose che lo rendono il santo contemporaneo perfetto; l’unico possibile. E forse per godere davvero del mistero della sua santità non occorre interrogarsi sui significati, ma vedere direttamente cosa produce.

Nato nel 1987 e laureato in filosofia, si occupa di musica, cinema e letteratura, con un’attenzione particolare alla storia e alle sottoculture. Ha scritto "Elettronica Hi-Tech. Introduzione alla musica del futuro" (Arcana, 2019) e collabora con testate come HuffPost, FilmTV, Il Tascabile, Not.