C’era una volta lo slacker

Figura sfuggente e poco celebrata, lo slacker ha incarnato l’apatia e il disincanto di una generazione senza ambizioni. Né ribelle né conformista, ha attraversato gli anni Novanta in sordina, lasciando un’eredità culturale più profonda di quanto si creda. Dello slacker resta oggi soltanto l’ironia e la nostalgia, unite a nuove forme di alienazione.

da Quants n. 21 (2025)

«I’m a loser baby, so why don’t you kill me?» Beck, “Loser”;
«Everything’s ending here.» Pavement, “Here”;
«I’m a negative creep, and I’m stoned.» Nirvana, “Negative Creep”.

Altro che “Volevo essere un duro”, gli slacker non vogliono essere nulla. Nessuna mitologia del ribelle, nessuna lotta eroica contro il sistema, così come nessuna epica del fallimento: lo slacker è l’assenza di movimento, il rifiuto passivo di ogni aspettativa. Non è contro il mondo, semplicemente non partecipa. Rappresentano il vuoto che si spalanca quando il futuro non promette nulla di eccitante, quando ogni orizzonte è già stato occupato dal mercato, quando l’unica scelta possibile sembra essere lasciarsi trasportare dalla corrente senza cercare di nuotare.
Non è fannullonismo, semplicemente nessuno di loro lotta per il successo. Non vogliono conquistare niente, non vogliono arrivare da nessuna parte, perché sono contro la performatività. La loro creatività è un’espressione spontanea, spesso disordinata, a bassa fedeltà, con un’estetica che rifugge la patina professionale in favore di un realismo grezzo, ironico, disilluso. Se il punk aveva l’urgenza di urlare il proprio disprezzo per il mondo, lo slacker si limita a osservarlo, con un sorriso stanco e un sopracciglio alzato. L’apatia è la sua filosofia. L’ironia è la sua difesa. Il fallimento è il suo punto di partenza, ma non ha nessuna intenzione di trasformarlo in redenzione.
Lo slacker emerge come figura simbolica nella cultura popolare tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando la Generazione X si trova schiacciata tra le promesse disattese del boom economico e l’imposizione di un mondo sempre più spietato e orientato alla performance. Cresciuti in un periodo di recessione economica, nel post-Reagan senza grandi ideologie cui aderire, con genitori baby boomer che avevano creduto nel sogno americano solo per trovarsi immersi nel precariato e nell’alienazione, gli slacker non si riconoscono in alcun progetto sociale.
Se gli anni Sessanta e Settanta avevano visto movimenti politici e controculturali molto attivi, negli anni Novanta sembra che non ci sia più nulla per cui valga la pena lottare. La Guerra Fredda è finita e il muro di Berlino è stato abbattuto, il capitalismo si è imposto come sistema globale e il futuro non è più una promessa, ma un’ombra grigia di lavori senza senso, TV via cavo e fast food.    Da qui nasce una generazione che non sogna, non progetta, non lotta: si lascia scorrere come un hikikomori giapponese, senza nessuna resistenza.

Lo slacker emerge come figura simbolica nella cultura popolare tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando la Generazione X si trova schiacciata tra le promesse disattese del boom economico e l’imposizione di un mondo sempre più spietato e orientato alla performance.

Il termine “slacker” esisteva già prima, indicando in senso dispregiativo qualcuno che non si applica, un fannullone, ma diventa un vero e proprio archetipo grazie al cinema indipendente e alla musica alternativa. Tra i film di riferimento figura senz’altro Slacker (1990) di Richard Linklater. Quest’ultimo, texano, ha sempre rifiutato di lavorare a Hollywood, preferendo scrivere e dirigere i propri film nella sua Austin (una delle città slacker per eccellenza, insieme a Seattle), guardando da lontano ciò che accadeva negli altri Stati americani. Slacker è il suo esordio, ed è un manifesto di questa figura: un film senza una trama vera e propria, dove i personaggi si susseguono, parlano, divagano, senza mai arrivare a nessun punto, esattamente come la loro esistenza. Discussioni senza fine sugli ufo, teorie complottiste su JFK, il tutto con ospiti di eccezione, come Teresa Taylor, batterista degli immensi Butthole Surfers. Linklater era infatti immerso nella scena culturale americana, come si può ben vedere nel documentario Richard Linklater: Dream is Destiny (2016).
Quello della scena da seguire è uno degli aspetti fondamentali della personalità slacker. La scena locale, prima di tutto, in quanto lo slacker è profondamente radicato nel suo quartiere, ma non nel senso politico o comunitario del termine. Il suo mondo è la cameretta, il negozio di dischi, il minimarket aperto 24 ore, il bar in cui può rimanere seduto per ore senza fare nulla. Si muove poco, perché spostarsi significa cambiare, e il cambiamento è faticoso – qualcuno ha detto comfort zone? Diversamente dal nomade digitale contemporaneo, non cerca esperienze, non vuole “scoprire il mondo”, non ha il minimo interesse per la crescita personale. Eppure, nonostante la sua apatia, è in grado di produrre arte e cultura straordinaria. Alcuni degli artisti più influenti degli anni Novanta e Duemila hanno assunto questa impostazione: produttori senza voler produrre, creatori per inerzia più che per volontà. Pensiamo a Daniel Johnston, che ha registrato alcune delle canzoni più struggenti della storia su cassette autoprodotte, senza alcuna strategia di carriera, spinto poi quasi per caso dai Sonic Youth, i Butthole Surfers e da Jad Fair degli Half Japanese, fino a vedersi dedicare un brano (“Wood Jackson”) nientemeno che da David Bowie. Perché lo slacker sembra non fare nulla, ma è proprio da questo nulla che nascono alcune delle più brillanti riflessioni sulla società contemporanea. Attraverso la sua inattività, riesce a guardare il mondo con una lucidità che chi è immerso nella macchina produttiva non può permettersi. Ironia della sorte: pur detestando l’idea di lavorare, spesso diventa un’icona culturale proprio perché la sua inattività viene trasformata in valore. Un concetto espresso in maniera cristallina nel capolavoro Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, un autore che, in qualche modo, ha incarnato lo spirito slacker, pur essendone il doppio riflessivo e tormentato. Infinite Jest è, infatti, il monumento definitivo all’intrattenimento come arma di distrazione di massa, alla paralisi dell’iperconsapevolezza, al collasso dell’agire di fronte a un mondo in cui tutto è simultaneamente ridicolo e tragico. Wallace era uno slacker nel senso più intellettuale del termine: un pensatore che ha sezionato con precisione chirurgica l’incapacità della Generazione X di trovare un senso alla propria esistenza, se non nella costante procrastinazione, nel consumo di esperienze surrogate, nella consapevolezza che ogni scelta è una trappola. Prima di Wallace, è possibile trovare lo stesso vuoto generazionale nell’emblematico Generazione X (1991) di Douglas Coupland, o ancora più a ritroso, prima che lo slacker fosse codificato, in alcune tracce del nichilismo tossico e anedonico di Meno di zero (1985) di Bret Easton Ellis. Ma indubbiamente lo slacker è anche il nerd musicale, goffo e ossessionato dalle playlist, protagonista di Alta fedeltà (1995) di Nick Hornby.

Cresciuti in un periodo di recessione economica, nel post-Reagan senza grandi ideologie cui aderire, con genitori baby boomer che avevano creduto nel sogno americano solo per trovarsi immersi nel precariato e nell’alienazione, gli slacker non si riconoscono in alcun progetto sociale.

Pensando a questa figura non possono non venire in mente i Pavement, la band che più di ogni altra ha incarnato lo spirito slacker nella musica. Stephen Malkmus cantava come se si fosse appena svegliato, con una noncuranza studiata ma incredibilmente autentica, con testi che sembravano flussi di coscienza casuali e arrangiamenti che davano l’impressione di poter crollare da un momento all’altro. Slanted and Enchanted (1992) è la bibbia sonora dello slackerismo, e “Here” è uno dei suoi manifesti: “Everything’s ending here” non è solo un verso, è una filosofia di vita, un’accettazione passiva del fallimento come unica certezza possibile. Lontano dalla competizione del mainstream (pur essendoci finiti poi, quasi a forza), i Pavement hanno definito un intero modo di fare musica che rifuggiva la perfezione, il professionismo, la tensione verso il successo. Canzoni come “Gold Soundz” o “Cut Your Hair” deridono il culto della fama e della produttività con un’ironia che è al tempo stesso beffarda e disillusa. Basta col nichilismo, basta con la ribellione: si sono limitati a osservare il meccanismo e a decidere di non farne parte.
Ovviamente ci sono anche i Nirvana, la band che ha reso lo slackerismo un fenomeno globale e, paradossalmente, lo ha distrutto nel momento stesso in cui lo ha reso visibile. Se i Pavement incarnano la versione più giocosa e intellettuale dello slacker, i Nirvana ne rappresentano il lato più oscuro, il dolore esistenziale che sta dietro la maschera del disimpegno. “I’m a negative creep and I’m stoned” non è solo un ritornello, è un’esistenza ridotta ai minimi termini, una condizione mentale che non ha bisogno di spiegazioni, perché è già evidente nella sua ripetizione martellante e nella rabbia implosiva di Kurt Cobain.
Ma poi lo slacker dove è andato a finire? Cosa ne è stato di tutto questo disinteresse, di questa energia impiegata a non lottare?

La scena locale, prima di tutto, in quanto lo slacker è profondamente radicato nel suo quartiere, ma non nel senso politico o comunitario del termine. Il suo mondo è la cameretta, il negozio di dischi, il minimarket aperto 24 ore, il bar in cui può rimanere seduto per ore senza fare nulla.

Non è mai scomparso del tutto, ma ha dovuto adattarsi. Se negli anni Novanta il suo rifiuto del lavoro e dell’ambizione poteva ancora sembrare un atto di resistenza ironica contro la società produttivista, oggi lo stesso atteggiamento sarebbe semplicemente insostenibile. L’economia è cambiata, il lavoro precario è diventato la norma, e la cultura della procrastinazione è stata divorata dalla gig economy e dal capitalismo dell’attenzione. Essere uno slacker, oggi, non è più una scelta: è una condizione imposta. Negli anni Dieci, la figura dello slacker si è trasformata, incrociandosi con altre forme di esistenza precaria. Non più un disoccupato per pigrizia, ma un lavoratore intermittente che si muove tra stage non retribuiti, lavoretti freelance e contratti a termine, e dove prima c’era la resistenza passiva, ora c’è l’ansia della sopravvivenza. Non è un caso se uno dei momenti chiave della sua scomparsa coincide con le proteste del WTO a Seattle nel 1999. Un evento spartiacque, non solo per la politica globale, ma anche per l’immaginario della Generazione X e della cultura slacker. Quella protesta segna il passaggio da un’epoca in cui il disinteresse poteva ancora essere una forma di ribellione sotterranea, a un’epoca in cui la globalizzazione rende ineludibile il coinvolgimento. Lo slacker, che fino a quel momento aveva vissuto nella sua bolla di ironia e nichilismo soft, si trova improvvisamente di fronte a un mondo in fiamme, in cui i conflitti non sono più solo metaforici, ma concreti, visibili, ineluttabili.
Quegli scontri proprio a Seattle? La capitale del grunge? Incredibile. Significava non restare più chiusi in cameretta, ma scendere in piazza; quantomeno per vedere cosa stava succedendo. Altrimenti ci si sarebbe sentiti tagliati fuori dai discorsi degli amici. Molti scoprirono proprio grazie a quell’evento cosa fosse la globalizzazione, che di lì a poco li avrebbe travolti. Ma Seattle fu anche l’evento che prefigurò un altro grande mutamento: l’avvento di Internet come nuovo spazio politico e culturale. La protesta venne infatti documentata e diffusa in tempo reale, trasformandosi nel primo grande evento no-global a essere amplificato dalla rete. Fu un passaggio fondamentale: lo slacker, che aveva costruito la sua identità sull’apatia e sulla resistenza al coinvolgimento, si ritrovava improvvisamente in un mondo dove non era più possibile sottrarsi al flusso costante di informazioni e stimoli. L’inerzia non era più cool; semmai un difetto di connessione.

Negli anni Dieci, la figura dello slacker si è trasformata, incrociandosi con altre forme di esistenza precaria. Non più un disoccupato per pigrizia, ma un lavoratore intermittente che si muove tra stage non retribuiti, lavoretti freelance e contratti a termine, e dove prima c’era la resistenza passiva, ora c’è l’ansia della sopravvivenza.

Dopo quell’evento, il mondo cambiò rapidamente. Arrivarono gli attentati dell’11 settembre, l’Iraq, il tracollo finanziario del 2008, l’ascesa della gig economy. Il tempo libero, che prima era il rifugio sacro dello slacker, divenne merce da vendere in micro-tasking su piattaforme digitali. L’apatia ha smesso di essere un atteggiamento ed è diventata un privilegio di pochi. Il nuovo slacker non è più un ragazzo con la camicia di flanella che suona in un garage band senza futuro, ma un rider in bicicletta che consegna cibo per una multinazionale, o un content creator che monetizza la sua stessa esistenza per riuscire a pagare l’affitto. La procrastinazione non è più una forma di resistenza, ma uno stato mentale permanente.
Eppure è vero, il suo spirito aleggia ancora. Nella cultura, la sua eredità si è frammentata e dispersa in varie direzioni. La musica slacker è ancora viva, ma ha perso il suo contesto generazionale: i vari Mac DeMarco, Kurt Vile, Courtney Barnett, ma anche i Parquet Courts, Car Seat Headrest, Twin Peaks, o registi come Noah Baumbach e persino il Wes Anderson più pigro e disilluso, così come le narrazioni disincantate di Ben Lerner e Ottessa Moshfegh, continuano a mantenerne viva l’estetica, ma il disinteresse degli anni Novanta oggi si traduce più in nostalgia che in una vera condizione esistenziale.

Nato nel 1987 e laureato in filosofia, si occupa di musica, cinema e letteratura, con un’attenzione particolare alla storia e alle sottoculture. Ha scritto "Elettronica Hi-Tech. Introduzione alla musica del futuro" (Arcana, 2019) e collabora con testate come HuffPost, FilmTV, Il Tascabile, Not.