Da Marracash a Mark Fisher, il disagio psichico è collettivo

Raimond Klavins, P-Vine, Universal

Tra lavoro precario, farmacologia e psichedelia, emergono alternative che rimettono al centro la dimensione collettiva della cura.

da Quants n. 26 (2026)

Anni fa, sì, la tiravo, ora è raro
Canne sono ancora schiavo, paglie in calo
Ho problemi con il sonno più che altro
Senza pillole non dormo ormai da tanto
“Quanto?”, chiede, più di quattro anni, non mi guardi male
So che il foglietto diceva: “Max quattro settimane”
Ho strani sbalzi e non so cosa li causi
La mente mente, trova nuovi modi di ingannarmi

Marracash, “Dubbi” (2021)

Nell’album Noi, loro, gli altri di Marracash compare una traccia dal titolo “Dubbi”. Il testo della canzone racconta di una seduta di terapia immaginaria, in cui il cantante milanese esprime tutte le incertezze che lo attanagliano: dalla paura di non vivere appieno a ciò che conta e non conta nella vita, dalla possibilità di avere una relazione duratura all’uso e abuso di sostanze stupefacenti. Una frase del testo recita: «Forse la salute mentale è roba da ricchi». Uno dei più attenti e affilati critici della condizione psicologica delle società occidentali è stato Mark Fisher, filosofo britannico prematuramente scomparso nel 2017. Nella sua pur breve ma significativa esistenza, Fisher si è distinto per una produzione testuale immensa. Molti dei suoi scritti sono apparsi sul suo blog K-Punk, attivo dal 2004 all’anno della sua morte. Nel 2018, le riflessioni contenute nel blog sono state raccolte nel mastodontico volume di circa 800 pagine in lingua inglese dal titolo K-punk. The Collected and Unpublished Writings of Mark Fisher. Minimum Fax ha curato la traduzione italiana del testo, scegliendo di suddividere gli scritti in macro-aree tematiche, dividendo il corpus in quattro distinti tomi.
In questa sede si è scelto di analizzare Il mio desiderio è senza nome che, come spiegano i curatori del testo, «raccoglie gli scritti politici di Fisher, tra cui “Comunismo acido”, la preziosissima e incompiuta introduzione al libro a cui l’autore stava lavorando al momento della sua scomparsa».
Anzitutto è necessario puntualizzare perché Fisher scelga proprio il formato del blog per veicolare i suoi pensieri. L’autore si dichiara allergico alla modalità di trasmissione del sapere accademico, in cui il rapporto tra teoria e cultura popolare non è soltanto mal visto, ma è altresì deprecabile. Un pensatore che ritiene la jungle «già profondamente teorica», dà la misura della sua metodologia e del vettore delle sue analisi: Fisher è un attento critico musicale, e l’analisi della cultura pop è il punto di partenza delle sue riflessioni teoretiche. Un anti-accademico, che non fa mistero della ghettizzazione del pensiero operata dalle istituzioni universitarie a scapito di qualsivoglia produzione che esuli dagli interessi ufficiali: «Le università hanno del tutto escluso o quantomeno emarginato non solo chiunque fosse legato alla CCRU, ma anche molti di coloro che si trovavano a Warwick.» La Cybernetic Culture Research Unit (CCRU) è stata un collettivo di teorici culturali fondato nel 1995 presso l’Università di Warwick da Mark Fisher, Sadie Plant e Nick Land, che ha gradualmente cessato la sua attività negli anni 2000.

Se il lavoro è parte fondante della vita dell’uomo occidentale, allora è esso stesso capace di ridefinire il modo in cui ci comportiamo, pensiamo e agiamo nel mondo.

Non è un mistero che Fisher soffrisse di depressione, e che quest’ultima sia stata il punto di partenza di un’indagine tout court sulle condizioni di possibilità che hanno prodotto le attuali problematiche della civiltà contemporanea.
Il filosofo britannico riconduce il disagio psichico individuale nella struttura della società capitalista, in particolare, nel momento di passaggio dal fordismo al postfordismo. La crescente cibernetizzazione dell’ambiente di lavoro è andata di pari passo all’impossibilità di scindere il tempo del lavoro e il tempo della vita.
L’autore articola il suo pensiero su un preciso sillogismo: se il lavoro è parte fondante della vita dell’uomo occidentale, allora è esso stesso capace di ridefinire il modo in cui ci comportiamo, pensiamo e agiamo nel mondo. «Mentre produzione e distribuzione vengono ristrutturate, lo stesso avviene per il sistema nervoso.» Poiché i nostri cervelli sono plastici, ossia capaci di modificare struttura, funzione e connessioni per adattarsi agli stimoli cui sono sottoposti, il contesto lavorativo – in cui, ricordiamo, passiamo più della metà delle nostre giornate – contribuisce a modificare la nostra struttura cerebrale, ossia il modo in cui pensiamo, sentiamo, agiamo, desideriamo, ci comportiamo.
Dagli anni Cinquanta in poi, la medicina occidentale ha trovato come soluzione ai problemi psicologici la terapia farmacologica. Questa si basa sull’assioma secondo il quale il disagio psichico è uno squilibrio chimico, che può essere ristabilito grazie all’azione dei farmaci antidepressivi. «Concepire la malattia mentale come un problema biochimico individuale offre enormi vantaggi al capitalismo: innanzitutto rinforza la spinta del capitale verso l’individualizzazione atomistica (se sei malato dipende dalla chimica del tuo cervello), in secondo luogo crea un mercato enormemente redditizio che permette alle “psicomafie” multinazionali di spacciare i loro loschi farmaci (ti curiamo noi con gli SSRI)». Fisher argomenta la sua tesi sostenendo che, sebbene sia lecito considerare i disturbi mentali come manifestazioni neurologiche, questo non ci dice nulla sulle cause: perché alcuni individui presentano livelli di serotonina più bassi degli altri? La farmacologia non risponde in merito alle cause, ma ha come obiettivo curare i sintomi emergenti ed emersi.

La farmacologia non risponde in merito alle cause, ma ha come obiettivo curare i sintomi emergenti ed emersi.

L’operazione teorica dello scrittore britannico diviene dunque quella di analizzare le modalità di funzionamento della condizione lavorativa contemporanea. Siamo lavoratori abituati a portare il lavoro a casa, in vacanza, con gli amici. Rispondiamo alle mail mentre stiamo ordinando un cocktail, riceviamo messaggi di organizzazione di feste aziendali sotto l’ombrellone. Lo schema lavorativo fordista coincideva con una giornata lavorativa di otto ore condotta perlopiù nello stesso posto per tutta la vita. Il “contratto a tempo indeterminato” non è soltanto una formula contrattuale vantaggiosa: rappresenta un ideale di stabilità e certezza, la possibilità di raggiungere benessere economico, sociale, e quindi anche psichico. L’occupazione della società contemporanea è invece molto più affine al tipo di vita iperconnessa che stiamo vivendo: si preferisce fare smart working, lavorare dal luogo di vacanza, fare lavori cognitivi, essere nomadi digitali, cambiare lavoro alla stessa velocità con cui si cambia il guardaroba estivo-invernale. Tutto questo sembra, oltre che più affine al nostro stile di vita, un miglioramento delle condizioni lavorative. Non ci spacchiamo più la schiena in fabbrica, lavoriamo da Porto Cervo vista mare. Se questo non è miglioramento, allora cos’è?
«La vita quotidiana diventa precaria. Pianificare in anticipo diventa difficile, e non è possibile stabilire una qualsiasi routine. Il lavoro, di qualunque tipo, può cominciare e finire ovunque e in qualsiasi momento, e il fardello di crearsi una nuova opportunità di lavoro e di passare da un ruolo all’altro ricade sempre sul lavoratore. L’individuo è costretto a vivere in una condizione di costante disponibilità. Reddito prevedibile, risparmi, la categoria rigida di
“occupazione”: tutta roba che appartiene a un’altra epoca». Lavoriamo sì a Porto Cervo, ma
il prezzo da pagare è essere disponibili h24, con stipendi stagnanti, condizioni lavorative sempre più precarie, contratti sempre meno stabili.
Proprio gli stati occidentali dove imperversa questo modello lavorativo sono vittima di un drammatico crollo del benessere mentale. Nel 2021 ci sono stati circa 47.000 decessi per suicidio in Europa, il 7% della popolazione europea soffre di depressione cronica e, a livello globale, la depressione è aumentata del 18% tra il 2005 e il 2015.
Questo è, per Fisher, un problema eminentemente politico. Secondo l’autore, la malattia mentale è stata via via depoliticizzata, e se un tempo in una situazione di stress i lavoratori si rivolgevano ai sindacati, ora si rivolgono al medico o a un terapista.
Le stesse argomentazioni sono sostenute dallo psicologo e antropologo medico James Davis, che in un brillante scritto dall’emblematico titolo: Sedated: How Modern Capitalism Created our Mental Health Crisis, parla di depoliticizzazione come del processo attraverso il quale si è concettualizzata la sofferenza mentale in modo da proteggere il nostro attuale modello economico dalla critica. In altre parole: non ci rendiamo conto che è il sistema economico vigente a produrre sofferenza e disagio, e al contempo produce le terapie (e le fonti di guadagno) per curare le patologie di cui è esso stesso la causa.

«Nella società imprenditoriale dei sogni ci viene insegnato che vince solo chi è benestante, e che l’accesso ai massimi livelli è disponibile a chiunque sia disposto a lavorare duro, indipendentemente dal background familiare, etnico o sociale: se non hai successo, c’è solo una persona a cui puoi dare la colpa».

Ricondurre il disagio psichico a un malfunzionamento del cervello delle persone significa da una parte ricondurre la responsabilità di queste problematiche esclusivamente all’individuo, dall’altra, escludere l’attribuzione di qualsivoglia causa di questo malessere alla società. Il modello individualista rafforza la convinzione secondo cui ci si ammala da soli e ci si cura da soli, o tuttalpiù con l’aiuto specialistico dei professionisti e dei farmaci.
«Nella società imprenditoriale dei sogni ci viene insegnato che vince solo chi è benestante, e che l’accesso ai massimi livelli è disponibile a chiunque sia disposto a lavorare duro, indipendentemente dal background familiare, etnico o sociale: se non hai successo, c’è solo una persona a cui puoi dare la colpa. È arrivato il momento di ammettere che quella colpa sta altrove. Dobbiamo ribaltare la privatizzazione dello stress e riconoscere che la sanità mentale è un problema politico».
Alla fine della raccolta di saggi de Il mio desiderio è senza nome, compare uno scritto dal titolo Comunismo Acido, in cui l’autore dichiara: «L’ipotesi di questo libro è che gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero».
Fisher è stato colui il quale ha definito il laconico concetto di realismo capitalista, ossia l’idea secondo la quale il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico possibile, e che non sia plausibile immaginare un’alternativa. In questo scritto invece, l’autore analizza la produzione della cultura pop anni Sessanta e Settanta e individua lo sviluppo di tre tipi di coscienza: la coscienza di classe, quella socialista-femminista e quella psichedelica, qualificandoli come il punto di partenza per il superamento del realismo capitalista. In particolar modo la coscienza psichedelica ha un immenso potenziale: permette agli individui di vedere come i contorni di ciò che chiamiamo “realtà” siano più sfumati, mutevoli e soggettivi di quel che comunemente immaginiamo.
«La diffusione della sperimentazione sulla coscienza non prometteva altro che una democratizzazione della neurologia stessa: una nuova e diffusa consapevolezza del ruolo del cervello nel creare ciò che veniva percepito come realtà. Coloro che si sottoponevano a un trip di acidi stavano esternalizzando il funzionamento del proprio cervello, e potenzialmente imparando a utilizzarlo in maniera diversa.»
L’esplorazione psichedelica propria degli anni Sessanta ha prodotto nuovi immaginari, capaci di mettere in discussione lo stato delle cose presente. I testi delle canzoni dei Beatles, dei Kinks e dei Temptations immaginavano tanto il rifiuto del lavoro, quanto il rifiuto alla sottomissione dello sguardo borghese. “Tomorrow never knows” dei Beatles, adattamento musicale del libro tibetano dei morti di Timothy Leary, parla di una modalità di accesso all’esistenza lontana dalla ripetitività della vita quotidiana: è un invito a esplorare i territori sconosciuti della coscienza, a bazzicare nei territori insoliti della realtà: «Abbandona tutti i pensieri… abbandonati al vuoto.. Perché tu possa vedere il significato dentro di te».

«L’ipotesi di questo libro è che gli ultimi quarant’anni siano stati dedicati a esorcizzare lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero».

Nell’adattamento cinematografico di Alice nel paese delle meraviglie di Jonathan Miller del 1966 «il mondo normale appare come visto dietro un velo di nonsense, inspiegabilmente incoerente, arbitrario e autoritario, dominato da bizzarri rituali, ripetizioni e automatismi. Costituisce esso stesso un brutto sogno, una sorta di trance. Nella solenne e autistica irritabilità degli adulti». Nella canzone di John Lennon “A day in the Life”, «il normale sonnambulismo della vita lavorativa può essere compreso davvero soltanto dal punto di vista offerto da un diverso tipo di trance».
Eppure, gli anni Sessanta hanno fallito. Secondo Fisher, il fallimento si deve rintracciare nell’incapacità tanto della destra quanto della sinistra di trasformare le utopie degli anni Sessanta in realtà.
«A sinistra, la prima figura di questo genere era quella del compiaciuto rappresentante delle organizzazioni dei lavoratori e della socialdemocrazia negli anni della guerra fredda: retrogrado, burocratico, rassegnato all’“inevitabilità” del capitalismo, più interessato a preservare i livelli salariali e lo status dei lavoratori bianchi che non a espandere la lotta per includere […] , una figura definita dal compromesso e dal conseguente fallimento finale.»
Tale figura di sinistra accetta a testa bassa il capitalismo, senza cercare soluzioni per opporvisi. É lo stesso atteggiamento che oggi si riscontra nella coeva ondata di interesse sulle sostanze psichedeliche che ha preso il nome di Rinascimento Psichedelico. È interessante analizzare il fenomeno in questa sede poiché è possibile vedere come, attraverso la lente neoliberista e capitalista, si può sussumere e neutralizzare anche la liberazione della coscienza.

La coscienza psichedelica ha un immenso potenziale: permette agli individui di vedere come i contorni di ciò che chiamiamo “realtà” siano più sfumati, mutevoli e soggettivi di quel che comunemente immaginiamo.

Il rinascimento psichedelico ha come obiettivo quello di legalizzare le terapie psichedeliche nel quadro normativo di salute mentale prima descritto: in questo scenario, le sostanze lisergiche non sono intese come possibili strumenti di consapevolezza e liberazione, al contrario sono concepite come strumento di cura per tornare a essere performanti all’interno del sistema. In tal senso, è la prima volta nella storia dell’Occidente che la narrazione sugli psichedelici è condotta al fine di sussumere gli stessi all’interno del mercato delle big pharma, anziché mostrare il potenziale rivoluzionario per una liberazione collettiva della coscienza. Per il rinascimento psichedelico la salute mentale non è una questione politica, anzi, escludendo qualsivoglia discorso politico, si cerca un dialogo con le istituzioni che hanno come obiettivo quello di mantenere inalterato lo status quo. Questo esempio mostra brillantemente come, senza mettere in discussione il neoliberismo, qualsivoglia alternativa resta sussunta all’interno del realismo capitalista, facendo in modo che dall’utilizzo di psichedelici benefici in ultima analisi il sistema economico anziché i cittadini.
Fortunatamente esistono modelli più virtuosi e comunitari di immaginare l’uso di sostanze lisergiche: diversi approcci femministi hanno sviluppato dei sistemi collettivi di trasformazione sociale basati proprio sull’utilizzo di tali sostanze. Criticando l’approccio del rinascimento psichedelico, che feticizza gli psichedelici mantenendo al contempo inalterata l’egemonia della tecnocrazia capitalista, il femminismo si interroga sul significato della parola collettivo, tentando di analizzare le condizioni strutturali che danno forma ai problemi individuali. È in questa direzione che si innestano i molteplici esempi sorti tra l’Europa e l’America da gruppi femministi e transfemministi.
In una serie di interviste condotte con casalinghe della classe media da Gretchen Lemke-Santangelo, professoressa di storia al St. Mary’s College della California, i primi esperimenti con gli psichedelici hanno svelato una profonda insoddisfazione per i vincoli imposti alle loro vite domestiche quotidiane. In seguito a pratiche di cura, ascolto collettivo e riappropriazione del proprio corpo attraverso gli psichedelici, le donne hanno rifiutato di continuare a svolgere compiti domestici tradizionali. Questo rifiuto è parte di un processo più ampio di liberazione in cui la cura diventa un atto politico e collettivo, non più un lavoro invisibile e individuale.

“Tomorrow never knows” dei Beatles, parla di una modalità di accesso all’esistenza lontana dalla ripetitività della vita quotidiana: è un invito a esplorare i territori sconosciuti della coscienza, a bazzicare nei territori insoliti della realtà.

Il Chacruna Institute for Psychedelic Plant Medicine è un’organizzazione tesa a promuovere informazione ed educazione nell’uso di piante medicinali e sostanze lisergiche. Attraverso i loro canali digitali e la loro attività editoriale, danno voce a progetti narco-femministi, all’esplorazione di sostanze da parte di persone non binarie e alla diffusione delle pratiche invisibilizzate delle culture indigene, mostrando al contempo potenzialità e criticità dell’utilizzo di questi composti da parte del mondo occidentale.
Il femminismo acido è invece un movimento che promuove politiche sulle sostanze in ottica di riduzione del danno e depenalizzazione. In questo contesto, l’uso di psichedelici è inteso come strumento di cura collettiva e di presa di coscienza, sfidando le narrazioni dominanti che associano l’uso di sostanze alla perdita di controllo o alla vittimizzazione passiva. Esse al contrario ne rivendicano un uso consapevole e politico, intendendo gli psichedelici come mezzi di trasformazione corporea e sociale, opponendosi ai discorsi patriarcali e medicalizzati.

Pensatori come Confucio sostenevano che il comportamento e il benessere psichico dell’individuo dipendono largamente dal tipo di comunità con cui si interagisce: vivere in una comunità virtuosa e armoniosa favorisce comportamenti e stati mentali sani, comunità alienanti e disfunzionali portano disordine emotivo e mentale.

Un altro esempio proviene da una cultura lontana da quella occidentale. Il professore di filosofia Alexus McLeodis ha scritto un interessante contributo dal titolo “Chinese philosophy has long known that mental health is communal”. Nel testo si scopre come la filosofia cinese antica abbia riconosciuto come la salute mentale non sia una questione esclusivamente individuale, bensì legata all’armonia della comunità di cui si fa parte. Mentre la psichiatria occidentale tende a concentrarsi sull’individuo – sulle sue esperienze, comportamenti, pensieri, predisposizioni genetiche e sulle terapie individuali – la tradizione cinese ha sempre dato grande importanza ai fattori sociali, culturali e comunitari nella genesi e nel trattamento delle malattie mentali. Nei testi medico-filosofici cinesi più antichi, la salute mentale è intesa come la risultante di una corretta gestione dell’influenza della comunità e delle emozioni. Queste ultime, lungi dall’essere intese come esperienze interne individuali, sono inquadrate come fenomeni che si manifestano e regolano nelle relazioni sociali, così come nelle norme condivise della comunità. Pensatori come Confucio sostenevano che il comportamento e il benessere psichico dell’individuo dipendono largamente dal tipo di comunità con cui si interagisce: vivere in una comunità virtuosa e armoniosa favorisce comportamenti e stati mentali sani, comunità alienanti e disfunzionali portano disordine emotivo e mentale.

Anziché accettare passivamente il realismo capitalista, è possibile ripartire dall’idea di collettività e guarigione comune, immaginando pratiche benefiche non per il modello economico dominante, ma per gli individui.

Questi esempi mostrano come esistano molteplici modi di intendere un’alternativa all’attuale sistema di cura dei disturbi mentali. Anziché accettare passivamente il realismo capitalista, è possibile ripartire dall’idea di collettività e guarigione comune, immaginando pratiche benefiche non per il modello economico dominante, ma per gli individui. Per farlo però, come sostiene Fisher: «È necessario ritrovare l’ottimismo di quella fase degli anni Settanta, esattamente come lo è analizzare nei dettagli i meccanismi dispiegati dal capitale per trasformare la fiducia in sconforto. Comprendere la logica di un simile processo di logoramento della coscienza è il primo passo per invertirne la direzione».

PhD in Storia della medicina, insegnante e ricercatrice indipendente, si occupa delle intersezioni tra cultura visuale, medicina e potere. Collabora con Kabul Magazine, L’Indiscreto, Piano B. É una delle fondatrici del Collettivo Trickster.