È davvero la fine dei supereroi?

Elaborazione AI di Alessio De Santa

Dopo aver dominato per 15 anni i botteghini di tutto il mondo con effetti speciali all’avanguardia e uomini volanti in tute aderenti, e dopo aver completamente cambiato il volto della più grande industria dell’intrattenimento del mondo, la Marvel ha collezionato una serie di insuccessi al botteghino. Che la gente si sia stufata dei supereroi?

da Quants numero 9, gennaio 2024

Se non avete vissuto gli ultimi quindici anni in una grotta, sarete incappati anche voi in almeno uno dei film della cosiddetta superhero frenzy (la frenesia da supereroi). Parliamo di decine di film e serie tv con uomini e donne in tutina aderente che, grazie ai loro poteri soprannaturali, combattono le forze del male. Che voi siate degli appassionati o meno potrebbe esservi sfuggita la dimensione, sia culturale che economica, di questo fenomeno.
Per darvene una misura, Avengers: Endgame (2019) è stato il film con gli incassi più alti della storia del cinema, entrate che hanno quasi raggiunto oggi i 3 miliardi di dollari (più di Titanic, più del capitolo finale della trilogia del Signore degli anelli). 
Il successo di questo film è però da considerarsi soprattutto come il successo di un sistema produttivo, quello dei Marvel Studios, che è stato l’Eldorado di molte altre case di produzione di Hollywood, che hanno cercato di imitare la macchina da botteghino di Disney/Marvel (spesso con esiti disastrosi), tanto che si parla, da ormai qualche anno, di “marvellizzazione di Hollywood”. 
I tre miliardi di dollari di incassi di Endgame sono stati infatti il coronamento di un lavoro di costruzione del cosiddetto Marvel Cinematic Universe (MCU), un ambizioso progetto produttivo cresciuto sotto l’egida del colosso Disney: una sequenza di (allora) ventidue film ambientati in un unico universo narrativo e tra loro interconnessi; un modello che si è dimostrato capace di fidelizzare e portare al cinema, con continuità, un numero impressionante di spettatori. Questa formula, apparentemente intuitiva, è stata dirompente nei confronti dell’ingessato sistema di Hollywood, in alcune maniere che vedremo a breve. 
Ne stiamo parlando adesso, però, perché negli ultimi tempi sembra essere in difficoltà. 
Sì, perché gli ultimissimi progetti Marvel, tra cinema e tv, hanno ricevuto un’accoglienza di pubblico e critica a dir poco tiepida. The Marvels, uscito a novembre, ha raccolto a malapena 200 milioni di dollari di box office a fronte di un budget di 220, il peggior risultato di sempre per un film dei Marvel Studios. Tanto che Variety, una delle più influenti riviste di settore, ha parlato con preoccupazione di “Crisi della Marvel”. 
Cos’è successo alla gallina dalle uova d’oro?

Altri generi, come il western, hanno avuto una curva di clamoroso successo, seguito da un momento di sovrapproduzione di film sempre più appiattiti su cliché e luoghi comuni, fino al punto in cui hanno scatenato nel pubblico il disinteresse più totale.

Tra gli addetti ai lavori si parla ormai da qualche tempo di superhero fatigue, “affaticamento da supereroi”: dopo oltre quindici anni di strapotere, i film supereroistici avrebbero subito un fisiologico calo di interesse da parte del pubblico. È un fenomeno plausibile, ma i buoni incassi di alcuni cinecomic recenti, come The Batman, Spider-Man: Across the Spider-Verse e Guardiani della Galassia vol. 3, e di contro i risultati poco convincenti di blockbuster molto attesi, come il quinto Indiana Jones o il decimo capitolo della saga di Fast&Furious, delineano un quadro più complesso, che non coinvolge solo il cinema supereroistico ma tutto il sistema hollywoodiano dei film ad alto budget.
Per capire cosa sta succedendo partiamo da una premessa legata ai film: nel caso del Marvel Cinematic Universe, è evidente che i prodotti usciti dopo Endgame – che di fatto costituisce un riuscito finale per tutto quanto lo ha preceduto – hanno fatto fatica a trovare una precisa direzione narrativa, aprendo tante sottotrame e scenari privi della coesione che aveva caratterizzato le prime fasi del progetto. Senza questa direzione, l’attenzione del pubblico si è per forza di cose affievolita, e i difetti dei singoli capitoli si sono resi più evidenti.
Non hanno aiutato prodotti qualitativamente deboli (Thor: Love & Thunder) o serie tv costosissime quanto deludenti (She-Hulk), e soprattutto un film come Ant-Man and the Wasp: Quantumania, che aveva il delicato compito di introdurre il villain principale di questa nuova fase narrativa (Kang il conquistatore) ma è stato affossato dalla critica e non è riuscito a raggiungere il mezzo miliardo di dollari al box office.
Senza dubbio la “marvellizzazione” di cui abbiamo parlato ha anche conseguenze sul piano narrativo: con un universo ormai così espanso, la tendenza a concentrarsi sulla costruzione di narrazioni interconnesse penalizzando l’autonomia dei singoli progetti, l’uniformazione stilistica a scapito delle autorialità dei registi e il ricorso sistematico a meta-narrazioni, inside-joke, effetti nostalgia e richiami tra film, rischiano sempre più di allontanare il pubblico casuale (espulso da un mondo che non sembra pensato per lui) e contemporaneamente di stancare quello abituale. 
Ma questo non basta a descrivere la crisi. Per capire questa deriva occorre fare un salto dietro le quinte del sistema produttivo Disney/Marvel Studios, alla scoperta di una serie di nodi fondamentali che, in un contesto come quello attuale, sono venuti al proverbiale pettine.

Il primo segreto di Marvel per riuscire a creare un universo narrativo enorme ma allo stesso tempo coerente e omogeneo è stato la centralizzazione delle scelte creative.
Il team al lavoro su ogni singolo progetto deve sottoporre periodicamente il proprio operato al Parlamento (un comitato creativo che analizza quanto prodotto e fornisce note e correzioni) e partecipare a frequentissime riunioni e incontri con l’alta dirigenza, e in particolar modo con una figura assolutamente centrale nel processo produttivo Marvel: il Presidente dei Marvel Studios Kevin Feige.
Feige, aria gioviale e cappello da baseball sempre calato sulla testa, è da molti considerato la vera mente dietro il Marvel Cinematic Universe: ogni decisione passa da lui e, quando qualcosa non è coerente con il resto dell’universo o non incontra le esigenze di lungo periodo degli Studios, è lui a tirare le redini del progetto, sovrastando il regista in nome del risultato. 
La scelta dei registi a cui affidare i film (e conseguentemente i contratti che li vincolano a Marvel) è fatta sempre tenendo presente questa modalità di lavoro: soprattutto per i film più importanti e centrali nello sviluppo dell’universo narrativo, i Marvel Studios selezionano o filmmaker con uno stile e un tono di voce molto vicini a quello già impostato per l’MCU, o autori con poca esperienza nel genere d’azione (spesso provenienti dalla commedia o dal cinema indipendente), in modo da poter mantenere un maggior controllo sull’output finale. 
In questo senso, è sbagliato considerare “tirannico” l’operato di Feige e soci: le testimonianze di alcuni dei suoi collaboratori lo descrivono infatti come una persona dalla cultura fumettistica enciclopedica, capace di elargire sempre, con entusiasmo da fanboy, le direttive giuste per sistemare una storia che non gira. Un montatore ha descritto addirittura gli interventi della direzione Marvel sui film come un “guidare con il mignolo sul volante”. 
Quel che è certo è che Feige agisce a tutti i livelli del percorso produttivo dei film Marvel al punto che, secondo alcuni, il momento in cui il suo impatto sa essere più significativo è a riprese finite: non è un caso che il montaggio di ogni prodotto Marvel si svolga a Burbank, California, a due passi dal suo ufficio.

Un film che è costato 200 milioni di dollari, oggi, per cominciare a rientrare dei soldi spesi per realizzarlo e portarlo in sala, deve incassarne almeno 600.

Un’altra importante innovazione che si può ascrivere alla “marvellizzazione” di Hollywood è il ricorso regolare ai reshoot, cioè alla pratica di tornare sul set a film ormai quasi completato per fare altre riprese, pratica che può portare in casi estremi persino a stravolgere il progetto iniziale. Se infatti poteva succedere, quando si girava un film, di incorrere nella necessità di riprese aggiuntive per risolvere criticità emerse dopo l’ultimo ciak, i Marvel Studios ne hanno fatto una pratica sistematica e ineludibile. 
«Dopo i primi due Iron Man», spiega Louis D’Esposito, vicepresidente dei Marvel Studios, «abbiamo capito che non saremmo mai riusciti a fare tutto nel migliore dei modi durante le riprese ufficiali. […] Così ora diciamo da subito agli attori che saranno previste riprese aggiuntive e definiamo da subito le date, senza neanche sapere cosa gireremo».
Una simile pretesa, anche imposta ad attori di un certo successo, sembra confermare parzialmente una critica mossa al modello Marvel da Quentin Tarantino. Il regista di Pulp Fiction e Bastardi senza gloria ha infatti sottolineato, tra le conseguenze della marvellizzazione, l’erosione del potere delle star (il cosiddetto star-system che Hollywood ha faticosamente costruito nel corso degli ultimi settant’anni di storia) in favore di un cinema “di personaggi”, ben più importanti degli attori che li interpretano. Per dirla con altre parole: quando si parla di Marvel, la gente va in sala per vedere Thor, non per vedere Chris Hemsworth, e infatti non lo segue in massa quando recita in un film non legato a Marvel, cosa che succede invece con attori come DiCaprio.
Capite comunque che, con film che vengono modificati anche dopo essere stati girati, la sceneggiatura di un prodotto Marvel è un oggetto strano, che non può mai considerarsi definitivo fino all’uscita in sala o in streaming.

Aggiungere riprese a progetto completato ha un altro risvolto pratico pericoloso: c’è pochissimo tempo tra la chiusura del montaggio del film e la data di uscita dello stesso. Leggi: c’è pochissimo tempo per la post-produzione, e in particolare per la realizzazione degli effetti speciali.
Da tempo le società di effetti visivi e gli stessi dipendenti dei Marvel Studios lamentano la difficoltà di tenere il passo con i ritmi imposti dal lavoro di postproduzione per i prodotti MCU: se fino a qualche anno fa per un VFX artist lavorare a un film della Casa delle Idee era l’apice di una carriera, oggi si traduce in tour de force insostenibili e mesi di straordinari a causa delle scadenze stringenti. Di recente questa situazione, ormai portata ai suoi estremi, si è riflessa con grande evidenza anche nella qualità del lavoro finito.
Certo, le critiche mosse agli effetti speciali di una serie come She-Hulk possono essere ridimensionate considerando la sua natura di prodotto televisivo (anche se una puntata di She-Hulk ha un budget medio di 25 milioni di dollari, due volte e mezzo quello di un episodio del Trono di spade). Ma non si possono trovare simili giustificazioni per il già citato Quantumania, che è arrivato al cinema con effetti visivi talmente raffazzonati che hanno raccolto aspre critiche dagli addetti ai lavori, dalla stampa specializzata, e anche dal (poco) pubblico pagante.
L’effetto immediato, ad appena un mese dalla première del film, sono state le dimissioni di Victoria Alonso, Presidente responsabile della post-produzione e degli effetti visivi dei Marvel Studios. Ma questo sacrificio del capro espiatorio non è bastato a placare gli animi, e pochi mesi dopo, a settembre 2023, mentre Hollywood affrontava i fuochi dello sciopero degli attori e degli sceneggiatori, gli addetti agli effetti speciali in forze alla Marvel hanno deciso per la prima volta e all’unanimità di sindacalizzarsi.


Guardando il sistema produttivo dall’alto, possiamo accorgerci che molti dei problemi che il mondo Marvel sta riscontrando hanno la stessa fonte: la formula accentratrice dei Marvel Studios è riuscita in qualche modo a funzionare finché la quantità di materiale da coordinare e supervisionare era limitata. Ma con il moltiplicarsi dei contenuti, vista anche l’apertura dell’ulteriore fronte produttivo delle serie tv, il sistema ha iniziato a mostrare platealmente il fianco. 
Per capirci: nel 2019 i Marvel Studios avevano portato al cinema “solo” tre film; nel 2021 ne hanno distribuiti quattro, affiancati da ben cinque serie tv, tra cui una di animazione. Di fronte a questi numeri non c’è Kevin Feige che tenga.
È evidente che questa espansione sfrenata del franchise – non diversa da quella che Disney sta infliggendo anche a Star Wars – nasce da necessità produttive e non artistiche: da un lato è fondamentale per Disney mantenere impegnata la macchina che ha creato, dall’altro c’è la necessità di avere sempre nuovi contenuti per sostenere e promuovere la propria piattaforma streaming, Disney+, che a quattro anni dal debutto continua a essere un progetto in perdita, con un passivo che nel 2023 ha raggiunto gli 11 miliardi di dollari. 
Quello che Marvel sta subendo, d’altronde, è un problema diffuso: la competizione accesissima tra le varie piattaforme streaming per il predominio nelle nostre smart tv. Il modello “alla Netflix” (che alcuni chiamano “all-you-can-stream”, paragonandolo all’ “all-you-can-eat” di alcuni ristoranti), ingoia e digerisce una quantità di contenuti impressionante, basti pensare che nel 2009 negli Stati Uniti furono prodotte 210 serie tv, mentre nel 2022 siamo arrivati a 600.

Se il mercato dell’home video è scosso dallo streaming, quello delle sale non se la passa meglio. Partiamo anche qui da una premessa: negli ultimi anni abbiamo assistito alla sparizione del film a medio budget (quelli tra i 60 e i 100 milioni di dollari) e alla polarizzazione della produzione hollywoodiana sui film ad altissimo budget (dai 100 ai 250 milioni di dollari) e su quelli indipendenti che difficilmente arrivano a 40. 
La rincorsa alla creazione di saghe campioni di incassi, sempre ascrivibile alla marvellizzazione, ha portato le major ad aumentare la produzione di film costosissimi, con il risultato che se questi una volta erano vissuti dal pubblico come eventi, perché dominavano i cartelloni dei cinema e il discorso pubblico per mesi interi, ad oggi molti di questi fanno fatica a trovare posto in sala per più di qualche settimana, e difficilmente se ne parla alla macchinetta del caffè. 
All’accorciarsi della distribuzione nelle sale (che sembra ormai vissuta quasi come un fastidio necessario, prima di passare allo streaming), si contrappone un altro problema apparentemente senza soluzione: la sovrapproduzione di film ad alto budget obbliga le major a spendere cifre esorbitanti in marketing e promozione per convincere il pubblico a presentarsi in sala.

Secondo molti osservatori questa potrebbe essere la svolta che Hollywood stava aspettando da una decina di anni: budget medio-alti affidati a registi con voci forti e personali, e il ritorno a un cinema più autoriale.

Questo non è un punto trascurabile: l’aumento esorbitante dei costi di promozione dei film, l’aumento dei costi degli attori (che spesso erano scelti da Marvel tra i “non molto famosi”, ma che lo sono diventati sempre di più a causa proprio del successo dei film), il tutto mescolato con altre dinamiche congiunturali di questo periodo, sono tutte piccole gocce che hanno contribuito ad alzare il break even (ovvero la soglia oltre alla quale il film è profittevole e si ripaga dei soldi spesi per realizzarlo) a ben tre volte i suoi costi di produzione. Un film che è costato 200 milioni di dollari, oggi, per cominciare a rientrare dei soldi spesi per realizzarlo e portarlo in sala, deve incassare almeno 600 milioni di dollari. 
Questa dinamica insostenibile del mercato fa sì che un film che guadagna 400 milioni di dollari (incasso che fino a una decina di anni fa sarebbe stato considerato un ottimo risultato), venga ormai considerato un clamoroso fallimento.

Se a questo aggiungiamo una spruzzatina del fenomeno COVID, che da un lato ha fatto ulteriormente lievitare i costi di produzione dei film a causa di ritardi nelle riprese e adeguamenti di legge, e dall’altro ha disabituato il pubblico a recarsi in sala, facendogli preferire la fruizione dei film dal proprio divano, si comincia a capire perché l’enorme supernova dei film ad alto budget è sull’orlo del collasso.
In questo contesto, piccoli produttori (citiamo in testa la blasonata A24) sono riusciti, proprio in virtù delle loro piccole dimensioni, a sfruttare momenti di incertezza del mercato portando agli Oscar film con budget ridotti ma ben confezionati, e con attori che, anche se non di prima fascia, sono stati messi in condizione di dare il loro meglio.

Nonostante il panorama non sia roseo, non ci sono solo cattive notizie all’orizzonte. La prima buona notizia è che in Disney sono ben consapevoli di queste criticità. Dopo una lotta intestina che ha portato al licenziamento del CEO Bob Chapek, è infatti stato richiamato in fretta e furia lo storico CEO dell’azienda, Bob Iger (72 anni). Tornato a ricoprire il ruolo di CEO a fine 2022, Iger ha preso in mano l’azienda nel pieno del suo annus horribilis (per la prima volta in 10 anni nessuno dei film Disney ha raggiunto il miliardo di incassi), e ha dichiarato che d’ora in poi l’obiettivo sarà produrre di meno per produrre meglio. Il principio sembra essere rispettato dalla ridefinizione delle date di uscita dei nuovi progetti Marvel Studios, che vedono in programma per il 2024 un solo film (Deadpool 3) e un paio di serie tv certe – altre in via di definizione. 
Contemporaneamente anche il mercato sembra dare forti segni di cambiamento. Il “Barbienheimer” (la sfida al cinema tra Barbie e Oppenheimer, usciti a ridosso l’uno dall’altro) è stato una boccata d’aria fresca. Entrambi film a budget medio (100 milioni), sono riusciti a portare in sala una quantità di pubblico impressionante, pubblico che non si è presentato invece per saghe o personaggi che sarebbero stati, fino a qualche anno fa, una certezza al botteghino. Usciti nello stesso periodo citiamo The Flash, Indiana Jones e Mission: impossible, dei quali solo l’ultimo ha sfiorato, e a fatica, il famoso break even. 
Anche il successo di critica e di pubblico di Everything Everywhere All At Once, che pur ambendo a una lontana continuità con l’immaginario supereroistico della Marvel (non è un caso che tra i produttori ci siano i fratelli Russo, registi di diversi film della Casa delle Idee) è stato realizzato con il budget di un film indipendente (25 milioni), deve aver dato da pensare alla dirigenza Disney. 
Secondo molti osservatori questa potrebbe essere la svolta che Hollywood stava aspettando da una decina di anni: budget medio-alti affidati a registi con voci forti e personali, e il ritorno a un cinema più autoriale.


In realtà questo è un campo in cui anche la stessa Marvel ha sperimentato, con risultati di botteghino a volte sorprendenti (il primo Guardiani della Galassia di James Gunn ha incassato quasi cinque volte il suo budget), a volte disastrosi (The Eternals, diretto dal premio Oscar Chloé Zhao, non ha raggiunto il famoso break even). Nonostante Igers abbia dichiarato l’intenzione di un “ritorno alle origini” e la necessità di concentrarsi su storie capaci soprattutto di intrattenere il grande pubblico, la direzione in cui stanno muovendo i Marvel Studios sembra anche avere le potenzialità per garantire un certo grado di sperimentazione, con l’avvio di progetti inusuali che potrebbero servire all’azienda come scialuppa di salvataggio mentre la grande nave dei film ad alto budget si inabissa. 
Sembrano guardare in questa direzione l’apertura dell’etichetta “Spotlight”, dedicata ai contenuti ambientati nell’Universo Cinematico Marvel ma non legati ai macro-eventi del franchise, che potrebbe essere l’occasione di raccontare storie più particolari e mature, e Deadpool 3, che si ripromette di essere un delirio meta-narrativo sulla scia dei due predecessori, e sarà il primo film Rated-R (vietato ai minori) nella storia dei Marvel studios. 
Non è comunque detto che gli sforzi basteranno. Anche di fronte ai cambiamenti che l’azienda sta mettendo in atto, non è escluso che la “superhero fatigue” resti il problema di fondo, irrisolvibile. 
A pensarci, in effetti, non sarebbe la prima volta che Hollywood assiste a un fenomeno di questo tipo. Altri generi hanno avuto una curva di clamoroso successo, seguito da un momento di sovrapproduzione di film sempre più appiattiti su cliché e luoghi comuni, fino al punto in cui hanno scatenato nel pubblico il disinteresse più totale. Pensiamo ad esempio al genere western, esploso e poi sostanzialmente abbandonato nell’arco di una ventina d’anni. 
Che i film di supereroi diventino un fenomeno generazionale del passato, una “cosa da vecchi”, sembra ad oggi impensabile, ma la verità è che i prossimi anni saranno determinanti per capire proprio questo. 
Staremo a vedere.

Alessio De Santa: sceneggiatore, divulgatore ed esperto di storytelling, è laureato in Scienze della comunicazione. È stato il primo a parlare di cinema su TikTok Italia. Ad oggi è un content creator seguito da quasi un milione di follower sulle tre piattaforme su cui opera. Alessandro Diele: sceneggiatore, copywriter e content manager, esperto di storytelling e comunicazione per il cinema. Ha scritto di cinema e fumetto per Comicus, Komix.it e altri portali specializzati. Attualmente, cura comunicazione e contenuti digitali per la casa di distribuzione indipendente I Wonder Pictures.