È una nonna calabrese con le ciabatte, il grembiule e Beautiful sul televisore, eppure Peppinella è anche una Grande Madre, una “divinità tirrenica” che diventa bellissima dopo gli ottant’anni. Quando nel suo giardino compare un Conte con un mazzetto di fiori, nasce qualcosa di antico e gratuito come un pomeriggio d’autunno. Emanuele Trevi racconta quell’amore — e il potere della letteratura di custodire ciò che il tempo porta via.
Mia nonna e il Conte (Solferino, 2025) è l’ultimo romanzo di Emanuele Trevi, scrittore, giornalista e traduttore, vincitore del Premio Strega nel 2020 con Due vite, il libro in cui aveva restituito il ritratto intrecciato degli amici Pia Pera e Rocco Carbone. La scrittura di Trevi è da sempre una scrittura del sé e della memoria: nelle sue pagine prendono vita le figure che hanno attraversato la sua esistenza, assumendo spesso contorni fantastici, al punto da rendere sottilissimo – e forse irrilevante – il confine tra immaginazione e realtà. Negli ultimi romanzi, in particolare, è la famiglia a occupare il centro della scena: il padre psicanalista Mario Trevi, allievo di Ernst Bernhard e tra i principali introduttori della teoria junghiana in Italia, è il protagonista de La casa del mago (2023); la nonna paterna, invece, vive nelle pagine di Mia nonna e il Conte.
Il romanzo racconta una storia d’amore tardiva e inattesa: negli ultimi anni di vita, la nonna dello scrittore – descritta come una figura quasi arcaica, primordiale, archetipica – incontra un misterioso Conte appassionato di storia, dai modi nobili e pittoreschi. Il loro avvicinamento avviene quasi per caso, e per caso sembra anche sbocciare l’innamoramento. In una Calabria calda e assolata, i due costruiscono un’intimità tenera fatta di compagnia, di pomeriggi assonnati, di soap guardate insieme: una vicinanza apparentemente platonica, ma del cui tepore si percepisce ogni sfumatura. La trama è scarna, quasi sospesa; l’unico vero evento del libro è questo amore, osservato da un Trevi ventenne che ne resta incantato.
Abbiamo incontrato Trevi per parlare di questo libro e di ciò che gli sta intorno: l’archetipo che si nasconde nella domesticità e la possibilità di un amore fatto di riserbo.
Cominciamo da lei, la nonna che è al centro del libro. Nel romanzo è insieme una donna calabrese concreta – con le ciabatte, il grembiule, le soap del pomeriggio – e qualcosa di molto più grande: una figura archetipica, quasi una Grande Madre. Il confine tra queste due dimensioni sembra sottilissimo. Dove si incontrano?
Le divinità si travestono sempre, e quella della nonna calabrese con le sue ciabatte e i suoi grembiuli è una delle loro innumerevoli maschere. Non è che queste nonne fossero immortali, ma nella loro vita avevano incarnato qualcosa di immortale. Era di questo che volevo parlare ed è un aspetto della storia che molti lettori mi hanno confermato di aver riconosciuto nella loro esperienza. Per questo trattamento di un materiale arcaico e mitologico del mio racconto sono molto debitore a certi scritti di Alberto Savinio, in particolare La nostra anima, che cala la favola di Amore e Psiche di Apuleio nella più sordida piccola borghesia romana del ventennio fascista, con i tinelli, le figlie da maritare, i pettegolezzi nel condominio…
Quel riferimento a Savinio illumina anche la forma dell’amore che il libro racconta: un amore che appartiene, come la nonna stessa, a un registro antico. È una maniera d’innamorarsi di cui tu stesso, narrandola, riconosci di capire pochissimo – non sappiamo come comunicassero, se andassero a letto insieme – e che tuttavia appare idilliaca, profondamente desiderabile. È un modo di amare molto lontano da quello che immaginiamo oggi. È stata proprio questa distanza a incuriosirti?
Devo dire che a me piace molto la loro riservatezza, l’idea che per stare bene insieme non c’è bisogno di possedere tante informazioni sull’altro. Il modello della coppia reciprocamente onnisciente, che è quello dei miei tempi, l’ho sempre un po’ patito… Questo non toglie che il mio punto di vista su quei due vecchi è il punto di vista di una persona molto diversa da loro, perché io appartengo a un’altra epoca storica, ho un’altra mentalità, un’altra sensibilità.
«Il mio tipo di scrittura dipende dal fatto che non so fare altro, non ho fantasia e la mia immaginazione è pigra, troppo spesso dimentichiamo che siamo il risultato, o il frutto, delle nostre incapacità molto più che delle nostre limitate capacità».
In questa riservatezza c’è anche un’altra qualità del loro stare insieme: una sospensione del tempo. Nel libro la vecchiaia diventa lo spazio in cui il tempo si dilata – o forse, come suggerisci tu, semplicemente rallenta. C’è in questa sospensione qualcosa che affascina oltre misura: l’idea che ci sia ancora un tempo buono, che la tenerezza ci radichi alla vita. Cosa ti interessa di questa fase?
Più che una dilatazione, penso a un rallentamento… Un sentimento che nasce dal suo contrario, perché dopo i sessant’anni il tempo sembra (posso testimoniarlo) andare a una velocità folle, da capogiro. Credo che la strategia di mia nonna e del Conte sia stata quella di vivere mattina per mattina, pomeriggio per pomeriggio. La tenerezza può avere un ruolo decisivo, perché queste imprese di rallentamento si fanno in due.
Questa seconda vita che la tenerezza sembra concedere a chi la vive trova, nella tua scrittura, un’eco precisa. Molti dei tuoi romanzi sono “ritratti” di persone che non ci sono più: Pia Pera e Rocco Carbone in Due vite, tuo padre ne La casa del mago, e ora tua nonna. In che modo, se c’è un modo, la letteratura lavora con il lutto e con la perdita?
Sì, decisamente io sono uno scrittore di ritratti molto più che di romanzi, come romanziere farei acqua da tutte le parti! Più che con il lutto e con la perdita, direi che la letteratura ha a che fare con la seconda vita che ognuno di noi è destinato a vivere nella memoria di chi ci ha voluto bene, ci ha conosciuto profondamente. Anche questa è una vita effimera, perché è radicata in altri mortali, così come è effimera la scrittura, ma è una durata che trascende il puro limite biologico.
«La letteratura ha a che fare con la seconda vita che ognuno di noi è destinato a vivere nella memoria di chi ci ha voluto bene».
In questo libro torna, come in La casa del mago, il nome di Ernst Bernhard – grande introduttore della psicanalisi junghiana in Italia, prima analista e poi maestro di tuo padre. Citi in particolare la sua Mitobiografia. Cosa ti è più caro di questa tradizione, pur non avendo lavorato in prima persona come psicanalista?
Guarda, un libro di Jung che mi ha molto colpito è Psicologia e alchimia, perché parla di una proiezione di contenuti psichici profondissimi nella materia con cui si lavora, che nel mio caso è la lingua. Poi devo confessare che non me ne intendo più di tanto, ho un po’ studiato per scrivere La casa del mago, ma non diligentemente come avrei dovuto.
La confessione ci porta a un’ultima questione, che attraversa in filigrana tutto il libro. In un’intervista hai detto che della storia che ricordi hai cambiato alcuni dettagli – e d’altronde i ricordi stessi, come sappiamo, non sono mai del tutto affidabili. Quanto è importante, in un romanzo di non fiction, saper conciliare l’invenzione letteraria – o se vogliamo la menzogna – con quello che si ricorda, o si crede di ricordare, della realtà?
Ma sì certo, mica stiamo a fare delle testimonianze in tribunale! L’importante è non scambiare quello che si fa con un’opzione tra tante altre possibili, non siamo capaci di tutto. Il mio tipo di scrittura semmai dipende dal fatto che non so fare altro, non ho fantasia e la mia immaginazione è pigra, troppo spesso dimentichiamo che siamo il risultato, o il frutto, delle nostre incapacità molto più che delle nostre limitate capacità.