Lo zeitgeist di Elon Musk

Bollati Boringhieri

Elon Musk è, tra le altre cose, uno degli uomini più potenti del mondo. Ma cosa c’è dietro alla sua visione del mondo? Per capirlo abbiamo intervistato Fabio Chiusi: giornalista, ricercatore e professore aggiunto specializzato nelle conseguenze sociali delle nuove tecnologie, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, autore per Bollati Boringhieri del libro L’uomo che vuole risolvere il futuro, dedicato proprio all’amministratore delegato di Tesla.

da Quants numero 11, maggio 2024

Per una parte di società è ormai un personaggio completamente screditato, a causa delle sue posizioni politiche, delle promesse mai mantenute (dalle auto autonome all’approdo su Marte, che sarebbero entrambi già dovuti verificarsi) o del caos che ha generato il suo approdo a Twitter (poi diventato X). Per un’altra parte è invece quasi un eroe: l’uomo che sta cercando di cambiare il mondo con le sue innovazioni, che vuole metterci in guardia dai rischi portati dall’intelligenza artificiale e che, in nome di una controversa interpretazione della “libertà d’espressione”, si sta contrapponendo alla presunta dittatura del politicamente corretto e del “pensiero unico” progressista.

Indipendentemente da come lo si consideri, una cosa è certa: Elon Musk è il personaggio più discusso, analizzato e chiacchierato del nostro tempo. Forte della sua immensa influenza economica, sociale e politica, Musk è inoltre diventato l’alfiere di una visione ideologica che lo sta facendo diventare la figura di riferimento della destra, anche estrema, occidentale.

È un movimento in realtà che va in entrambe le direzioni: se l’ideologia di Elon Musk si è col tempo avvicinata sempre di più alla destra radicale, la destra radicale sta a sua volta dando sempre più spazio ai temi cari a Musk. Per tutte queste ragioni, è diventato importante inquadrare ideologicamente e politicamente l’imprenditore di origine sudafricana, come ha fatto Fabio Chiusi nel suo L’uomo che vuole risolvere il futuro (Bollati Boringhieri).

Elon Musk è un personaggio molto più complesso e sfaccettato di come viene spesso descritto: secondo te quali sono le sue caratteristiche principali?

Penso che sia un uomo con una missione, o che almeno si senta tale. Da questo punto di vista, è una persona genuina: non credo alle teorie secondo cui fa ciò che fa per soldi, soprattutto considerando che è già la persona più ricca del mondo. Il caso Twitter lo dimostra benissimo: Musk si è infilato in un vespaio di polemiche con gli inserzionisti, con molte parti politiche, con Biden in persona. Di conseguenza, la prima cosa da prendere in considerazione è che Musk è uno convinto in modo genuino di ciò che sta facendo. È convinto della necessità di salvare il mondo da alcune problematiche urgenti, alle quali ritiene di poter dare un contributo sia con le tecnologie che costruisce sia con le ideologie che propaganda. Personalmente, sono meno interessato all’imprenditore e molto più all’ideologo. Mi interessano le idee e la visione di mondo che sta portando avanti con questa tenacia, con questo potere e con questa influenza. Trovo corretta l’idea secondo cui c’è una sorta di “teoria del campo unificato” di Elon Musk, ovvero che le sue imprese rispondano a una stessa logica, che siano pezzi di uno stesso puzzle. In effetti, tutte le sue attività imprenditoriali, dalla più semplice alla più balzana, rispondono ad alcune sue necessità ideologiche. Essendo lui un imprenditore e un innovatore, fa ciò costruendo cose e cercando di cambiare il mondo intervenendo su di esso. È un approccio molto da ingegnere. Ma che ci sia una persona così ricca e potente, che pensa il mondo e interviene su di esso, è un fatto degno della massima attenzione, perché queste persone così motivate a livello personale tendono a fare ciò che dicono. Ed è ciò che può renderli pericolosi. Detto questo, alcune delle sue idee non sono negative: è un bene che ci sia qualcuno che ha vinto il muro di burocrazia e di asfissia sui viaggi spaziali, sulle auto elettriche e anche sulla robotica. Il problema è capire perché lo sta facendo: se pensi che i razzi spaziali servano per dare un piano B all’umanità minacciata dai rischi esistenziali – e se tra questi rischi inserisci, come fa lui, anche l’ideologia progressista – ciò diventa un problema, perché significa che la persona più ricca del mondo ritiene che tutti i programmi per la diversity e l’inclusione debbano sparire, in quanto discriminatori o manovrati da oscuri poteri forti alla George Soros. Musk smette allora di essere solo un visionario e diventa anche un attore politico, privo però di qualunque controllo democratico, senza mai essere stato eletto e senza avere sovranità.

È convinto della necessità di salvare il mondo da alcune problematiche urgenti, alle quali ritiene di poter dare un contributo sia con le tecnologie che costruisce sia con le ideologie che propaganda.

A proposito di politica: la sua attività imprenditoriale è sempre rimasta coerente, ma l’impressione è che le sue posizioni ideologiche si siano spostate col tempo verso destra, mentre inizialmente non era così…

È come se si fosse convinto che per realizzare le stesse idee che ha sempre avuto sia necessario oggi porre un argine al progressismo e alle idee che non sono congruenti con la destra reazionaria. Secondo me ha sviluppato questa visione anche in seguito ad alcune vicende personali: la figlia marxista che l’ha rifiutato, che ha affrontato la transizione di genere e che secondo Musk ha posizioni discriminatorie verso i ricchi e i bianchi. È la minaccia del cosiddetto “razzismo al contrario”: qualcosa che già negli anni Cinquanta sostenevano i segregazionisti e che oggi propugnano i suprematisti bianchi che si sentono minacciati dalla parità. In alcuni casi estremi potrebbe anche esserci una parte di verità, ma l’impressione è che Musk, nel complesso, si sia sentito costretto a cambiare radicalmente ideologia per portare a termine i suoi obiettivi di sempre. Se ti dovesse rispondere lui, ti direbbe che è la sinistra a essersi spostata molto più a sinistra. Invece è lui, assieme al baricentro di tutta la politica occidentale, che si è spostato a destra. Noi oggi percepiamo come estrema sinistra ciò che è invece banale progressismo. Allo stesso tempo, teorie che abbiamo sempre associato alla destra estrema, come la sostituzione etnica e altre teorie del complotto, sono diventate parte dell’armamentario della destra considerata normale. Non sta a Elon Musk sapere tutto ciò, anche perché non è una persona esperta di filosofia o scienze politiche. Per quanto la sua non sia una visione da mero imprenditore, non è certo uno che ha una visione sofisticata della politica. Anzi, è una sorta di analfabeta della teoria democratica. E si vede.

Questo suo approccio si è notato quando ha affrontato la questione della libertà d’espressione, che è un tema molto complesso e pieno di ambiguità che devono trovare un difficile equilibrio. Lui ha invece tagliato tutto con l’accetta, affermando che la libertà d’espressione è la libertà di dire sempre e comunque ciò che si vuole, eliminando, di conseguenza, la moderazione dei contenuti da X/Twitter e riammettendo personaggi che erano stati messi al bando, compreso Donald Trump.

La sua interpretazione è molto razionale, ma astratta e poco calata nelle dinamiche storiche e di potere. È facile per una persona nella sua posizione di potere e privilegio limitarsi a ciò che è razionale in astratto. In linea teorica, è vero: tutto ciò che non è illegale dovrebbe essere lecito. Dopodiché, naturalmente, non è la stessa cosa se a parlare sono io, una donna di colore, un attivista o un multimiliardario, perché le pressioni che si ricevono dalla società sono diverse. Musk verrà comunque chiamato a ripetere qualunque cosa dica in ogni forum del mondo, mentre un attivista che si esprime liberamente rischia di subire violenze inaccettabili. Tutto ciò in astratto non c’è. Musk ti direbbe che chiunque può dire quello che vuole, ma bisogna proteggere le persone mentre dicono quello che vogliono, devi fare in modo che la società le rispetti. Lui invece ogni volta scatena il branco contro queste persone, forte dei suoi milioni di seguaci. È una grossa forma di ingenuità, se vogliamo vederla nel modo migliore.

Musk smette allora di essere solo un visionario e diventa anche un attore politico, privo però di qualunque controllo democratico, senza mai essere stato eletto e senza avere sovranità.

Lo spostamento di Musk verso destra si ferma con lui o è invece un segnale di un cambiamento più generale di tutta la Silicon Valley?

Non abito nella Silicon Valley, ma visto da fuori si direbbe che sia un cambiamento più generale e che lo spirito del tempo sia oggi completamente diverso. Dalla loro creazione fino all’elezione di Donald Trump, i social erano considerati una sorta di bastione del liberalismo progressista. L’ideologia ingenua di un Mark Zuckerberg era di connettere il mondo per renderlo più tollerante e multipolare. Questa idea ha ovviamente mostrato i suoi limiti ed è stata attaccata sia da sinistra sia da destra. Da sinistra è stata accusata di aver causato tutti i danni a cui la politica liberale non ha saputo porre rimedio, diventando una sorta di capro espiatorio di un liberalismo incapace di guardarsi dentro. Allo stesso tempo, ogni tentativo di darsi delle regole, di fare fact checking e tutto ciò che contravveniva la visione originaria è stato vissuto dalla destra come se fosse censura. Da un lato c’era chi ti accusava di non fare niente e dall’altra chi ti dava del censore. Era una impasse da cui uscire era impossibile e da cui infatti si è usciti cambiando completamente attitudine. L’atteggiamento delle piattaforme, adesso, è che fanno quello che vogliono loro. È l’idea di base di Musk e si sta facendo largo anche altrove. Di sicuro, se la sinistra liberal americana avesse fatto politica invece di scaricare le colpe sulla tecnologia, allora Musk e i suoi simili avrebbero avuto molti meno argomenti. Per molti versi li abbiamo armati noi. Con questo non voglio dire che Musk sia un estremista pazzo, anche perché c’è effettivamente stato un tentativo di far passare la censura per moderazione dei contenuti, soprattutto quando si parlava di leggi contro le fake news e simili. Se avessimo evitato queste cose non avremmo armato ulteriormente le mani della destra.

È forse anche per questo che per la parte più liberal della società è ormai un personaggio impresentabile, mentre viene invitato a parlare e a confrontarsi da Rishi Sunak o da Giorgia Meloni. Sembra che una parte importante di classe politica voglia apprendere da lui, il che mostra la sua enorme influenza.

C’era un articolo di Nicola Porro in cui, il giorno dopo la partecipazione di Musk ad Atreju (la convention di Fratelli d’Italia, ndr), diceva che potrebbe essere proprio lui il “profeta della destra”. Io sono convinto che abbia più senso questa affermazione di molte delle contraddizioni che gli sono state rinfacciate. È vero che Musk non è completamente sovrapponibile a un bigotto conservatore di ultradestra, ma quel mondo sta cercando di nobilitarsi tramite lui, per mostrare come l’uomo più ricco del mondo, quello che vuole cambiare il futuro, sta dalla parte di quelli che invece vengono considerati conservatori, passatisti. Vogliono dirci che, se Musk sta dalla loro parte, forse allora sono loro il futuro. In parte è anche vero, com’è vero che lui si presta a fare da megafono perché gli interessa cambiare le cose. Ma per cambiare le cose bisogna andare sui palchi dove ci sono le persone che governano. E in questo momento governa la destra. Dal punto di vista ideologico è un rapporto benefico per entrambi: Musk cerca di realizzare ciò che vuole realizzare, mentre la destra lo usa per nobilitarsi.

Chi decide però quali sono i rischi esistenziali? Chi sceglie le priorità? Sono sempre le stesse persone: i tecnocrati. A fronte di questa visione morale, non c’è una visione politica altrettanto sofisticata.

Prima parlavi di visioni razionali e astratte, che non funzionano quando si scontrano con la realtà. È un’interpretazione che mi ha fatto pensare al lungotermismo: la scuola di pensiero secondo cui dovremmo prendere in considerazione solo i rischi esistenziali per l’umanità, non importa quanto distanti nel tempo. È una teoria che, dal punto di vista del calcolo logico, funziona, ma che può avere derive molto pericolose (per esempio derubricando la crisi climatica a emergenza di secondaria importanza). Eppure questa ideologia sta iniziando ad avere un impatto reale sul mondo e sulla politica, anche a causa dell’influenza di Musk.

Sì, soprattutto se si considera il lungotermismo come una costola dell’Effective Altruism. Ci sono un sacco di soldi in ballo e think tank come il Future of Life Institute che si espongono molto. Penso che sia molto importante studiare le ideologie di riferimento di queste persone, proprio perché ci consente di capire se le loro posizioni, come quella del “rischio esistenziale” dell’intelligenza artificiale, si sostanziano in cambiamenti reali, in attività di lobbying, in conferenze, paper, ecc. All’incontro tra Musk e Rishi Sunak erano presenti molte persone vicine a questo movimento, mentre il libro di William MacAskill (fondatore dell’Effective Altruism ed esponente del lungotermismo) è stato improvvisamente tradotto anche in italiano. C’è tutta una serie di interessi attorno a questa visione del mondo, che da un mero punto di vista concettuale e ideologico è una forma di utilitarismo radicale, che nasce per massimizzare e quantificare l’impatto concreto della beneficenza, ma si presta a estremi molto pericolosi e può giustificare ragionamenti come quello di Musk sulla crisi climatica, che secondo lui risolveremo con la tecnologia. Chi decide però quali sono i rischi esistenziali? Chi sceglie le priorità? Sono sempre le stesse persone: i tecnocrati. A fronte di questa visione morale, non c’è una visione politica altrettanto sofisticata. Anzi: c’è una teorizzazione ingenua di tecnocrazia dove si interpellano le persone per le decisioni plebiscitarie, come fa Musk su X/Twitter, mentre per le altre ci si rivolge a chi detiene il potere.

Il soluzionismo tecnologico è l’unica certezza della Silicon Valley, fin dalle sue origini. Conoscono solo la tecnologia e quindi hanno solo quell’arma. Pensano tutto il mondo in termini tecnologici e questa è una costante che si vede ovunque. Nel futuro cambierà? Penso di no, temo che ci andremo a schiantare prima che tutto ciò cambi.

Hai più volte usato la parola “ingenuo” per definire l’approccio politico, e non solo, di Musk. Se c’è una visione che personalmente considero ingenua è anche l’approccio tecnosoluzionista, che prevede di risolvere tutto – dalle fake news alla crisi climatica – solo attraverso la tecnologia. È un atteggiamento che, per chiunque abbia una visione critica e ad ampio raggio, è destinato a schiantarsi contro le complessità del mondo. Eppure ha preso piede e non sembra retrocedere. Pensi che riusciremo a superarlo?

Il soluzionismo tecnologico è l’unica certezza della Silicon Valley, fin dalle sue origini. Un pensatore come Evgeny Morozov ha da tempo individuato questa costante, che sembra quasi inscritta nel codice genetico di questo tipo di innovatori con una missione. Loro conoscono solo la tecnologia e quindi hanno solo quell’arma. Pensano tutto il mondo in termini tecnologici e questa è una costante che si vede ovunque. Nel futuro cambierà? Penso di no, temo che ci andremo a schiantare prima che tutto ciò cambi. Al momento mi sto occupando di migrazioni e automazione: è un campo in cui dovrebbe esserci enorme attenzione al diritto d’asilo, ai vulnerabili, ai disperati, ai diritti umani. Dovrebbe esserci tutta un’infrastruttura morale e legale che impedisce un soluzionismo tecnologico che invece, anche in Unione Europea, è la premessa di ogni discorso. Tutto deve passare attraverso soluzioni più rapide ed efficaci, anche se discriminatorie. È una costante che non siamo riusciti a scalfire neanche noi che la critichiamo da anni. Questo dovrebbe farci riflettere: come si critica in maniera più efficace questa visione che è chiaramente sbagliata? E perché, pur essendo sbagliata, continua a sopravvivere?

Forse c’entra il fascino della politica per la bacchetta magica, in grado di risolvere i problemi con un nuovo algoritmo o una nuova tecnologia…

Però dei sogni dei politici potremmo anche non interessarci. La verità è che il soluzionismo tecnologico porta dei risultati: vedere un razzo che ritorna dallo spazio e si posa per terra perfettamente dritto ha più valore di tutti i discorsi che possiamo fare noi. Dobbiamo riuscire in qualche maniera a far capire che il progresso tecnologico è sicuramente parte del progresso, ma che, se cancelliamo tutto ciò che sta attorno alla tecnologia, allora il progresso rischia di essere al servizio di progetti autoritari ed estremisti. O di portare vantaggi solo a chi quella tecnologia la produce e la diffonde.

Giornalista classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per Wired, Domani, Repubblica, Il Tascabile e altri. È autore del podcast "Crash: la chiave per il digitale" (Vois Network).