Desiderare Bowie

Nottetempo

Sono trascorsi dieci anni esatti dalla scomparsa di David Bowie, avvenuta il 10 gennaio 2016 a due giorni soltanto di distanza dalla pubblicazione di Blackstar, l’ultimo capolavoro. È stato un decennio de-siderato, con una stella in meno, e un decennio in cui non si è smesso di desiderare Bowie, in vita un artista deleuzianamente intriso di desiderio. Ne ha scritto Massimo Palma, e lo abbiamo intervistato.

da Quants n. 24 (2026)

Desiderare Bowie è il volume di Massimo Palma uscito nel novembre 2025 per Nottetempo. Non è una biografia e neppure un saggio in senso stretto. Si tratta piuttosto di un “libro attorno a David Bowie” che approfondisce alcune aree tematiche o esistenziali percorse dall’artista e lo fa con un piglio picaresco e una struttura rizomatica che aderiscono molto bene al soggetto. Ne abbiamo parlato con l’autore, filosofo e critico musicale.

Come nasce l’idea di un libro su Bowie e come mai hai deciso di dargli questo taglio? Come lo definiresti – o non lo definiresti visto il soggetto?

Semplicemente, Bowie è, assieme a Dylan e ai Beatles, il personaggio del rock che sembra destinato a durare oltre le generazioni, oltre la fisiologia del ricambio. Per la sua versatilità, per il suo essersi cimentato in prima persona in molte arti diverse, e aver sfondato a più riprese i confini tra generi, tra audio e video, tra terra e cielo, tra cultura alta e bassa, Bowie sembra però godere di uno statuto speciale, che ne fa quella che oggi si definisce fin troppo facilmente un’icona riconoscibile, e interpretabile da più prospettive. Ma capire Bowie, ridurlo a una formula unitaria, una definizione, è evidentemente impossibile. Bowie sfugge, è come Proteo – inafferrabile. E quindi è stata una sfida cercare di spostare il focus: cogliere questa inafferrabilità dal punto di vista delle sue motivazioni. Chiedersi perché un ragazzo di origini semplici, di estrazione piccolo-borghese, alla ricerca della fama come cantante, si è reinventato in personaggi ogni volta diversi, che ogni volta dicevano il suo retroterra psichico e sociale in modi diversi.

«Bowie è, assieme a Dylan e ai Beatles, il personaggio del rock che sembra destinato a durare oltre le generazioni, oltre la fisiologia del ricambio».

Per me e credo molti altri l’incontro con Bowie nella prima adolescenza è stato il più decisivo, ha trasformato la vita. Non soltanto per lui e la sua musica, altrettanto per le scoperte laterali che arrivavano come attraverso uno stargate. Tramite Bowie scopri Burroughs, il Giappone, l’espressionismo tedesco… Mi sembra che Bowie inteso come ipertesto e rizoma indirizzi il contenuto e la forma del tuo libro che è anche un libro “attorno a Bowie”. È così?

Assolutamente – Bowie è stato un catalizzatore: di attenzione, senz’altro, ma anche un generatore rizomatico, dici bene, di nuovi interessi da lui mediati in una sorta di prisma che rifrange l’alto e il basso, l’eccentrico e il banale, il pop triviale e la sperimentalità più audace, T.S. Eliot e Nina Simone, Anthony Burgess e Mr. Crowley. Nel libro avanzo la tesi che Bowie sia stato tanto un adattatore quanto un acceleratore. Adattatore, nel senso che è riuscito ad “abituare” il pubblico a tematiche laterali, avvicinando i margini alle masse, addestrandole a trattare (a un livello spesso non razionale) etiche non-conformi. Un acceleratore, perché ha costretto tutti (media, pubblico, collaboratori) a stare al suo frenetico passo, cambiando, trasformandosi, mutando ogni anno (spesso ogni semestre) le sue maschere e i suoi temi, velocizzando reazioni e risposte. Non è un cantore della serenità, Bowie. È lui stesso una sostanza iperattiva che fa circolare il sangue sociale più rapidamente.

«Capire Bowie, ridurlo a una formula unitaria, una definizione, è evidentemente impossibile. Bowie sfugge, è inafferrabile».

Un aspetto particolare del tuo libro è che mi sembra tu non abbia voluto fare un santino.

Non c’era bisogno di un’agiografia. E poi io non sono un fan di Bowie. Bowie non aveva bisogno di ulteriori biografie dettagliate (ce ne sono di enciclopediche), ma credo di un tentativo di lettura laterale che lo interrogasse come funzione sociale. Perché Bowie – come grande, grandissimo autore e performer – è stato questo. Da parte mia l’ho sempre ammirato infinitamente, ma raramente ho avuto per i suoi brani un trasporto emotivo, raramente mi sono commosso (certo, certi accenti di “Wild is the Wind”, o di “I Can’t Give Everything Away”, o perché no?, alcuni versi di “Rock ‘n’ Roll Suicide”, sono andati in quella direzione). Ma la commozione, o qualcosa del genere, è arrivata sempre di riflesso, legata a una sorta di riconoscimento della ricchezza straordinaria dei sottotesti, degli ipertesti, delle sfumature, che Bowie è stato capace di gestire, e semplificare.

Due aree che esplori sono il rapporto di Bowie con la paura e con il crimine. Ci dici qualcosa?

Nel libro ovviamente metto al centro il tema del desiderio. Ma la faccia oscura del desiderio è anche la paura (di non corrispondergli, di non ottenere soddisfazione, di non essere all’altezza). In “Let’s Dance” – uno dei brani più smaccatamente commerciali di Bowie, benché niente affatto riducibile a canzone ‘pop’ –, Bowie dice che bisogna ballare «perché la paura stanotte è tutto», è ovunque. Ecco, Bowie ha cercato in tutti i modi, in tutte le forme, di gestire, controllare, amministrare anche la paura – di metterla a distanza. Ma lo ha fatto anche col crimine – è incredibile quanto spesso Bowie parli di reati, pene, omicidi – fino a “Sue”, una murder ballad molto sui generis, che è stata il suo ultimo singolo “fisico”. Per non parlare di 1.Outside, che è incentrato sulla figura di un detective che indaga su “omicidi ad arte”. Per Bowie il crimine è stato un oggetto d’interesse, al limite anche un’opera d’arte, soprattutto perché è uno strumento d’indagine per arrivare ai confini dell’umano, spostarli ancora più in là – la trasgressione come strumento di conoscenza, pratica tutta interna a una società claustrofobica.

«Bowie è stato un catalizzatore: di attenzione, senz’altro, ma anche un generatore rizomatico di nuovi interessi da lui mediati in una sorta di prisma che rifrange l’alto e il basso, l’eccentrico e il banale, il pop triviale e la sperimentalità più audace, T.S. Eliot e Nina Simone, Anthony Burgess e Mr. Crowley».

A proposito del rapporto col corpo, uno degli aspetti più stupefacenti al confine col miracoloso è il controllo millimetrico che Bowie ha tenuto sulla sua immagine fino al muscolo più periferico (scomparendo come Greta Garbo quando la salute lo ha reso impossibile). Mi interessa il tema del controllo fisico e mentale e l’operazione che definisci «gestire la misura della trasgressione possibile».

Il controllo è stato il vero cuore della dimensione performativa di Bowie. Qualsiasi espressione di Bowie, anche quella più oltraggiosa, è riconducibile al tentativo di controllo, di “messa a terra”, da parte sua. Per far questo ha dovuto governare i suoi meccanismi psico-fisici con una proprietà di linguaggio del corpo che rimanda alle sue radici attoriali, e di mimo. Ma più profondamente ha dovuto e voluto “gestire”, appunto, la misura dell’irrazionale cui fare allusione in ogni suo gesto artistico. Ma questo vuol dire anche, paradossalmente, che non c’è identità tra Bowie e il suo corpo – ma c’è sempre una mediazione, sempre una volontà di renderlo “artefatto”.

Gli album della seconda metà degli anni Novanta sono molto sottovalutati e trovo una premonizione impressionante il testo che accompagna 1.Outside scritto con Eno dove parla di «surfare il caos» e «pluralismo del seduttivo». Tu riporti un paradosso pronunciato da Bowie in quel periodo: «Mi piace l’idea della disinformazione». Quanto e quanto oscuramente risuonano oggi 1.Outside e Earthling?

Moltissimo, in entrambi i sensi. In particolare 1.Outside. Quel progetto, e anche la decisione di Bowie di incarnare per la prima volta non uno, ma più personae insieme, sono decisamente avanti nel postulare una realtà “aumentata” dalle voci. Non si tratta tanto di verità o post-verità, ma di profilare un universo della comunicazione che è decisamente più largo, più esteso, seducente o respingente, sicuramente perturbante. Ma in Bowie/Eno (e qui c’è il tratto elitista, e schiettamente individualista del suo approccio), c’è un certo godimento del disordine, per le possibilità che si possono creare a mescolare vero, falso, verosimile. Ad accelerare il caos, quindi – qui c’è qualcosa che può ricordarci l’ipercontemporaneo.

«È lui stesso una sostanza iperattiva che fa circolare il sangue sociale più rapidamente».

In generale una figura come quella di Bowie secondo te come reagisce con la contemporaneità? Continua a evolversi nella coscienza collettiva dopo la morte o si è cristallizzata? Rischia un processo di sanificazione e sterilizzazione come capitato per esempio a Pasolini?

La “sanificazione” è già in atto: è la sua riduzione a icona, l’esaltazione di aspetti d’immagine senza quasi indagarne o ricostruirne il contenuto semantico. La stigmatizzazione come “starman”, come Bowie fosse stato un celebratore dell’umano nello spazio (e non piuttosto il contrario). Ecco, “de-siderare” Bowie è stato anche cercare di togliere a Bowie quest’eco persistente di “sideralità” nella sua persona: mostrare invece in quanti nodi (non certo scioglibili con la melodia) la sua creatività è andata a svelare o semplicemente esprimere l’inconscio sociale, i non-detti, i desideri e appunto le paure di una società che da inglese per lui si è fatta americana, e ancora oltre occidentale tout court. Bowie è molto più scomodo e urticante di quanto mostri l’icona stanca della faccia con la saetta.

«Bowie non aveva bisogno di ulteriori biografie, ma credo di un tentativo di lettura laterale che lo interrogasse come funzione sociale».

Il desiderio sta al centro fin dal titolo. Quanto Bowie ha contribuito a emancipare le persone, a mostrare «cosa desidererebbe la gente se solo non avesse paura»?

Simon Reynolds, Paul Morley, Simon Critchley, nei loro libri su Bowie hanno raccontato tutti, da inglesi, quanto sia stato incredibile l’impatto del primo Bowie di Ziggy Stardust (e del celebre video di “Starman” a Top of the Pops, nel 1972), sul loro immaginario adolescenziale. Una sorta di detonatore di desiderio per un’intera generazione. Bowie ha mostrato a quei ragazzi nelle loro camerette con la moquette come allargare gli orizzonti del possibile fosse a portata di mano. Ma, su questo insisto, ha anche e sempre riportato “a terra” il possibile. Ha sempre parlato anche della paura, della chiusura, del ritorno coatto alla norma, della sanzione che segue alla trasgressione. I testi e i video di Bowie pullulano di “reati”, ma anche di istituzioni repressive, di manicomi e scuole in cui l’immaginario viene “contenuto”, costretto.

«La “sanificazione” è già in atto: è la sua riduzione a icona, l’esaltazione di aspetti d’immagine senza quasi indagarne o ricostruirne il contenuto semantico».

Infine andiamo sul personale. Dei molti Bowie qual è “il tuo”?

Biograficamente, il mio Bowie è quello di 1.Outside, perché è legato a una scoperta fatta da teenager: che quel signore un po’ troppo distinto che faceva canzoni pop abbastanza insopportabili era in realtà un artista sperimentale capace di rumore, di ritmi dispari, di distonia. Poi, andando avanti e tornando indietro nel tempo, ho scoperto che Bowie aveva già sondato l’insondabile in Low, che prendo in blocco, come Blackstar. È incredibile come tra questi tre dischi ci siano ogni volta vent’anni.

Si occupa di cultura at large e in particolare di cinema e arti visive. Ha collaborato con magazine e riviste tra cui Domus, Esquire, Icon Design, Artribune, Exibart, Salone del Mobile, Limina e Gli Spietati. Lavora inoltre con gallerie d'arte, festival e istituzioni scolastiche. È coautore di "Confine" (Delicious Editions), una narrazione collettiva del campo rifugiati allestito a Como nell'estate 2016.