Scrivere la vita

Quodlibet

Intorno all’opera di Édouard Levé

da Quants n. 24 (2026)

Mentre comincio a scrivere questo articolo, mio padre sta morendo. Due anni fa gli è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Si è operato, ha fatto chemioterapia, radioterapia, immunoterapia. Due settimane fa, dopo i risultati dell’ultima tac, l’oncologo ha interrotto le cure. Mio padre ha 81 anni, dovrebbe compierne 82 il 29 dicembre, ma siamo al 15 oggi e non so se tra altre due settimane ci sarà ancora. Da qualche giorno è molto confuso, ha dei tremori, ed è così debole che non riesce nemmeno a tenere in mano un bicchiere d’acqua. Tuttavia, nemmeno adesso, mio padre parla di morte. Sicuramente ci pensa, non vedo come potrebbe essere altrimenti, ma non dice nulla al riguardo, si attacca ai minimi momenti di serenità, ai più piccoli segnali positivi. Quando mi affaccio nell’altra stanza là per controllare come sta, se non sta dormendo mi sorride, e di tanto in tanto mi accorgo che sta perfino provando a fare gli esercizi di movimento che il fisioterapista gli ha suggerito. Da un paio di giorni mi sono trasferita dai miei, per stare vicino a lui e a mia madre. E sempre un paio di giorni fa, ho cominciato a scrivere questo articolo, che avevo in programma da tempo e avevo rimandato per la consegna di un lavoro più urgente. Bizzarro e doloroso trovarmi a scrivere proprio adesso dell’opera di uno scrittore che la vita se l’è tolta volontariamente, a 42 anni. Quando si è ucciso, impiccandosi nel salotto di casa sua in rue Saint Sebastien a Parigi, Levé aveva circa la metà degli anni che ha mio padre oggi, ed era tutto quello che lui non è più o non è stato mai: un uomo sano, nel pieno delle forze, alto-borghese, artista sperimentale, fotografo e scrittore affermato. 

Quando si è ucciso, impiccandosi nel salotto di casa sua in rue Saint Sebastien a Parigi, Levé aveva circa la metà degli anni che ha mio padre oggi, ed era tutto quello che lui non è più o non è stato mai.

Lui di morte ha parlato spesso. La sua opera più nota, Autoritratto, che Quodlibet ha portato in Italia l’anno scorso nella traduzione di Martina Cardelli, è disseminata di frasi che col senno di poi suonano come indizi o confessioni:

«Gioco con la morte»;

«Ho tentato il suicidio una volta, ho avuto la tentazione di tentare il suicidio quattro volte»;

«Non voglio morire all’improvviso, voglio veder venire la morte lentamente»;

«Prevedo di morire a 85 anni»;

«Non perderò la vita, non perderò l’udito, non mi piscerò addosso, non dimenticherò chi sono, sarò morto prima.»;

«Desidero essere sepolto in una tomba individuale nel cimitero di Montparnasse. Desidero chiedere un finanziamento al Ministero della cultura per costruire la mia futura tomba come un’opera d’arte, con sopra la mia data di nascita e una data di morte per anticipazione, il 31 dicembre 2050.»;

«Voglio che alla mia morte non venga celebrato alcun rito religioso.»;

«Nei periodi di depressione visualizzo il funerale dopo il mio suicidio, ci sono tanti amici, è tutto molto bello e triste, un momento così struggente che ho voglia di viverlo, dunque di vivere.»

«Quindici anni è il centro della mia vita, quale che sia la data della mia morte. Credo che ci sia una vita dopo la vita, ma non una morte dopo la morte. Non chiedo se sono amato. Potrò dire solo una volta, senza mentire, «sto morendo». Il giorno più bello della mia vita è passato, forse.»

Ma Autoritratto non è certo un testo sulla fine. È un’opera sghemba, volutamente inclassificabile e decostruita, scritta nell’inconfondibile stile rapsodico e disinvolto che Levé ha inventato, che è difficile ricondurre a un genere preciso. «Non scrivo storie. Non scrivo romanzi. Non scrivo racconti. Non scrivo opere teatrali. Non scrivo poesie. Non scrivo fantascienza. Scrivo frammenti. Non racconto le storie che ho letto o i film che ho visto, descrivo le impressioni, formulo giudizi», scriveva di sé stesso.

Leggere Autoritratto significa essere presi per mano e seguirlo per una lunga, bizzarra, commovente, intensa ma mai noiosa passeggiata nella sua testa. Un girovagare in apparenza impreciso e proprio per questo così appassionante, come quelle passeggiate che si fanno il primo giorno in una città sconosciuta, quando tutto deve ancora succedere e dunque tutto può ancora accadere.

Per raccontarlo a chi non ancora non la conosce, si potrebbe dire che la scrittura di Levé ricorda Brathes, che riecheggia Perec, che fa il verso a Joe Brainard (il poeta americano da cui Perec a sua volta trasse ispirazione), e tutto ciò sarebbe indubbiamente vero ma anche falso, perché la sua scrittura non assomiglia a nessun’altra. Levé scrivendo crea qualcosa di nuovo, a tratti perfino indicibile. Di gelido ed espressivo, minimalista e generoso, solipsista e curioso del prossimo. Da una pagina a caso di Autoritratto:

«Non sono bello. Non sono brutto. Sotto certe angolature, abbronzato e con una camicia scura, a volte mi trovo bello. I momenti in cui mi vedo bello non coincidono con quelli in cui vorrei esserlo. Mi vedo più brutto di profilo che di faccia. Mi piacciono i miei occhi, le mie mani, la mia fronte, il mio culo, le mie braccia, la mia pelle. Non mi piacciono le mie cosce, i miei polpacci, il mio mento, le mie orecchie, la curva della mia nuca, le mie narici viste da sotto, non so cosa pensare del mio pene. Ho la faccia storta. La parte sinistra del mio viso non somiglia alla destra, Amo la mia voce al risveglio dopo una serata alcolica o quando ho l’influenza. Non ho bisogno di niente. Non provo a sedurre chi va in giro in Birkenstock».

«Non scrivo storie. Non scrivo romanzi. Non scrivo racconti. Non scrivo opere teatrali. Non scrivo poesie. Non scrivo fantascienza. Scrivo frammenti. Non racconto le storie che ho letto o i film che ho visto, descrivo le impressioni, formulo giudizi», scriveva di sé stesso.

Édouard Levé era nato a Neuilly sur Seine, sobborgo di Parigi, il primo gennaio del 1965. Apparteneva a una famiglia ricca e borghese, il genere di famiglie ricche e borghesi in cui i figli danno del «voi» ai genitori. Aveva studiato nella prestigiosa business school ESSEC, poi si era avvicinato all’arte da autodidatta («Per sbaglio ho fatto studi difficili che non mi sono serviti a niente, quando avrei potuto fare piacevoli studi artistici che mi avrebbero facilitato la vita»). Aveva cominciato come pittore, ma poi aveva deciso di distruggere tutte le sue opere. Era quindi diventato fotografo, e solo successivamente scrittore, ma non si considerava né l’una né l’altra cosa: «Quando il mio editore mi ha fatto firmare il mio primo contratto bisognava inserire un genere. Nessuna delle possibilità mi convinceva. Œuvres non era catalogabile: era un catalogo. Alla fine abbiamo messo poesia. In fondo, la poesia è il genere che accetta ogni cosa al suo interno». Ha firmato quattro testi (Œuvres, Journal, Autoportrait e Suicide) pubblicati tra il 2002 e il 2008 e diversi progetti fotografici (tra cui Angoisse, Reconstitutions, Fictions e Amériques) realizzati tra il 2003 e il 2006. Sia Œuvres che Journal non sono stati ancora tradotti in italiano. Il primo è appunto un catalogo di 533 descrizioni di possibili idee per opere d’arte; il secondo una raccolta di notizie vere divise in sezioni, che Levé ha volutamente «neutralizzato», ovvero epurato dalle informazioni contingenti sui luoghi in cui sono accaduti e le persone coinvolte, con lo scopo di rendere universale il particolare.

Seduta sul divano in quella che un tempo era la mia stanza e oggi è la camera degli ospiti a casa dei miei, ascolto la registrazione di una vecchia trasmissione di France Inter: une «table ronde» tra vari artisti, in cui a un certo punto Levé interviene per presentare la serie fotografica Amériques. Scopro per la prima volta la sua voce, trovo che gli somigli: felpata, ironica, risolutamente parigina, nel senso di distinta, facile all’eloquio, elegantemente «nonchalante», qualunque cosa questo aggettivo voglia davvero dire. Levé sta illustrando all’intervistatore il suo progetto fotografico: nei mesi passati, racconta, ha percorso oltre diecimila chilometri «on the road», alla scoperta di cittadine americane omonime di altre grandi città del mondo: Rome, Athens, Florence, Berlin, Oxford, Versailles, Baghdad. Gli interessava vedere in che modo quei posti «portassero il loro nome». Come del resto aveva già fatto per la serie Angoisse, dedicata a un paesino francese che rispondeva appunto al nome di Angoscia. Luoghi, nomi, coincidenze: ecco il genere di cose che da sempre lo interessava, una forma di arte involontaria verso la quale spesso si posava il suo sguardo. 

L’intervistatore alla radio poco dopo passa a parlare dei suoi testi, gli domanda se pensa di realizzare qualcuno dei 533 progetti evocati in Œuvres. «J’ai du temps pour travailler», risponde Levé serafico, ho tempo per lavorare, lasciando intendere che ha ancora molti anni davanti e magari qualcuno di quei progetti lo realizzerà davvero. Soltanto allora controllo la data della registrazione: era il 24 novembre 2006. Meno di un anno più tardi, Édouard Levé si toglierà la vita.

Levé scrivendo crea qualcosa di nuovo, a tratti perfino indicibile. Di gelido ed espressivo, minimalista e generoso, solipsista e curioso del prossimo.

Autoritratto aveva cominciato a scriverlo proprio durante quel viaggio in America. Ci lavorava la sera, nelle stanze dei motel, tra una tappa e un’altra. «1600 frasi scritte così come veniva, di getto, senza preoccuparsi di seguire alcuna particolare logica. Ci ha messo tre mesi. Alla fine», come ha scritto un giornalista di Télérama, «ha scelto di tenere le cose com’erano, rispettando l’ordine di scrittura, ritoccando giusto le prime e le ultime pagine. Il risultato è «un’impronta del mio cervello, ossessiva e impulsiva», come lui stesso la chiamerà tempo dopo.

Io Autoritratto l’ho scoperto per caso, in libreria, qualche mese fa. Ignoravo tutto di Levé quando ho cominciato a leggerlo, e anche quando mi sono messa in testa di scrivere della sua vita sapevo poco e niente. Molte cose le ho scoperte proprio in questi giorni, dal divano di casa dei miei genitori, leggendo un romanzo di Bruno Gibert inedito in Italia, che in Francia è uscito col titolo di Les forçats per le edizioni de l’Olivier. Gibert ha conosciuto Levé alla fine degli anni Novanta, all’epoca entrambi erano dei giovani artisti, e stavano provando, ciascuno a modo suo, a diventare dei «plasticiens». 

Lui e «Ed» allora si vedevano spesso, al tempo vivevano entrambi nel 17 arrondissement di Parigi, a 450 passi l’uno dall’altro. Levé abitava al 90 rue Legendre, in un appartamento che era appartenuto a sua nonna, che somigliava a un atelier d’artista. Le pareti di casa sua erano spoglie, il letto era poggiato per terra, Ed aveva usato degli scampoli di lino come tende, gli elettrodomestici come il frigo, il forno, la macchina del caffè li aveva verniciati color argento, la tv la teneva coperta da un feltro grigio «alla Joseph Beuys». Sempre in rue Legendre, a pochi metri da casa sua, c’era la sede parigina di Scientology. Un giorno Levé era entrato, aveva chiesto informazioni su come iscriversi, aveva perfino risposto al quiz delle 200 domande di ingresso. Gibert riporta nel romanzo la trascrizione delle sue risposte, e leggendola sembra di trovarsi di fronte a delle pagine inedite di Autoritratto:

«Cerco di non fare osservazioni sconsiderate o delle accuse impulsive di cui poi potrei pentirmi. Spesso, quando altri si agitano, resto piuttosto calmo. Sfoglio degli orari ferroviari, degli annuari o dei dizionari per il puro gusto di farlo. Non ho intenzione di mettere su una famiglia con più di due figli, anche se la mia salute e i miei redditi dovessero consentirmi di averne di più. A volte sono colto da delle agitazioni muscolari, senza che ci sia alcuna ragione logica che le giustifichi. Preferirei occupare una posizione che mi consentisse di non dovermi assumere la responsabilità di prendere delle decisioni. Gli altri mi considerano imprevedibile. Gli altri mi interessano molto. La mia voce è più monotona che varia. Di solito lascio che siano gli altri a intraprendere una conversazione».

Se Autoritratto è costruito come un monologo alla prima singolare, Suicidio è un testo che dà del tu al suo destinatario, tutto costruito rivolgendosi a questo fantomatico amico che non c’è più.

Ed e Gibert all’epoca pranzavano spesso al Wepler, la storica brasserie di quartiere su place de Clichy. Andavano insieme ai vernissage e da Guerissol, leggendario negozio di vestiti usati che è un po’ l’equivalente parigino di quello che sono stati un tempo i magazzini Mas a Roma. «Ed», racconta Gibert, amava Raymond Roussel, Yves Klein, Georges Perec, Robert Bresson, Eric Rohmer. Era piuttosto avaro, piuttosto mondano, grande amante delle donne. Vestiva spesso capi della marca APC, e il giorno del suo funerale, dopo la funzione, Gibert e altri suoi amici sono andati a una svendita in suo onore:

«Capitava che sparisse per intere settimane. Non rispondeva più al telefono, e nemmeno ai messaggi che uno gli lasciava in segreteria. Noi, che eravamo i suoi più cari amici, ci mettevamo allora a fare ipotesi sulla sua salute. Pensavamo che, colto da una crisi esistenziale, si fosse rifugiato in casa come un animale morente. Poi incontravamo qualcuno che l’aveva incrociato a questo o a quel vernissage, e che ci rassicurava: Ed stava benissimo. Lavorava molto, viaggiava di continuo, vedeva un mucchio di persone. Allora lo lasciavamo vivere e aspettavamo il momento in cui sarebbe riapparso». Ricompariva sempre, fino al giorno in cui non è ricomparso più.

Non esagerano quelli che affermano che Levé ha trasformato la sua stessa morte in un happening artistico: si è tolto la vita il 15 ottobre 2007, dieci giorni dopo aver consegnato al suo editore un manoscritto. L’editore in questione era il fondatore del marchio P.O.L., storico editore, tra gli altri, anche di Carrère, che ne ha raccontato la tragica fine in «Yoga». P.O.L. sta per Paul Otchakovsky-Laurens, scomparso prematuramente nel 2018, a seguito di un incidente stradale. È anche, mi accorgo, il nome della crema emolliente che ogni giorno io e mia mamma spalmiamo sulla pelle di mio papà per evitare le piaghe da decubito: stesso font nero su bianco, stesse maiuscole puntate: sono sicura che, se solo potesse saperlo, Levé troverebbe la coincidenza irresistibile. 

Il manoscritto che Levé aveva inviato all’editore portava il titolo di Suicidio, si chiudeva con queste parole: «La felicità mi precede, la tristezza mi segue, la morte mi aspetta». Questi versi non erano opera di Levé, ma dell’amico di infanzia al quale il libro era dedicato, che alcuni critici hanno accostato alla figura di Hervé Guibert.

Neutralità forse, credo, può essere la parola chiave per capirlo. Lo si intuisce quando, dopo essere rimasti folgorati da Autoritratto e da Suicidio, ci si domanda: cos’è che rende memorabile la scrittura di Levé?

Se Autoritratto è costruito come un monologo alla prima singolare, Suicidio è un testo che dà del tu al suo destinatario, tutto costruito rivolgendosi a questo fantomatico amico che non c’è più: «Non sei come coloro che abbiamo visto finire malati e vecchi, corpi sfioriti in fantasmi, simili alla morte prima di aver smesso di vivere. Il loro decesso era il compimento di una fatiscenza. Una rovina che muore non è forse una liberazione, non è forse la morte della morte? Tu, invece, te ne sei andato in piena vita. Giovane, vivo, sano. La tua morte è stata la morte della vita. Eppure mi piace credere che tu incarni il contrario: la vita della morte. Non so sotto quale specie tu sopravviva al tuo suicidio, ma la tua scomparsa è tanto inaccettabile da generare questa follia: credere nella tua eternità. Non sei andato in Perù, non hai comprato stivaletti neri, non hai camminato a piedi nudi su sentieri di ghiaia rosa. La quantità di cose che non hai fatto dà le vertigini, perché manifesta la quantità di cose di cui dovremo privarci».

Stavolta Levé non parla di sé, ma di qualcun altro. Ma siamo certi che parli solo di lui, e non piuttosto di sé? E soprattutto perché, sia in un caso che nell’altro, a leggerlo si ha sempre la sensazione che stia parlando anche di noi? Che si tenga in equilibrio, stretto in un universo singolare, per parlarci di qualcosa di ben più vasto?

«Povero amico geniale», lo ha definito proprio Carrère, che in un trafiletto pubblicato su Repubblica in occasione dell’uscita italiana di Autoritratto, ha scritto: «Édouard Levé era un tipo alto e biondo, asciutto, molto cool. Pur avendo lo stesso editore ci conoscevamo poco. Una sola volta è venuto a una festa a casa mia, ed è ripassato il giorno dopo perché aveva dimenticato qualcosa, una borsa, credo. Avevamo entrambi bevuto parecchio la sera prima, gli ho proposto un caffè e abbiamo trascorso il pomeriggio insieme, parlando del più e del meno e ridendo molto. (…) Era brillante, aveva un particolare senso dell’umorismo, privo di sarcasmo e di cupezza, di una strana neutralità».

Attraverso i suoi libri, Levé alla fine non fa che parlarci di attenzione, di cura. Uno è lì che legge le pagine di un suicida o per un suicida e si sente più che mai vivo, vicino alle cose, alla gente, agli oggetti, perfino.

Neutralità forse, credo, può essere la parola chiave per capirlo. Lo si intuisce quando, dopo essere rimasti folgorati da Autoritratto e da Suicidio, ci si domanda: cos’è che rende memorabile la scrittura di Levé? Si fatica a trovare una risposta, sulle prime. Come le tele monocrome, come le musiche atonali, i suoi libri sono le classiche opere di cui molti potrebbero azzardarsi a dire: a fare così son capaci tutti / avrei potuto farle io. Alla fine, viene da dire, alla fine quello che ci si risponde è che nei suoi libri non è poi così bello quello che c’è, quanto piuttosto quel che manca, quello a cui lui ha rinunciato, che ha con cura “espunto”: come nelle notizie «neutralizzate» del suo Journal, nelle pagine di questi libri c’è un’assenza – totale, saggia, sconsiderata, commovente (aggiungete pure gli aggettivi che volete, funzionano tutti) – assenza di psicologia. Levé elenca fatti, gusti, cose, persone, memorie e perfino giudizi senza mai pretendere di interpretarli. Li annota e li registra su carta, il suo è, come qualcuno ha definito Autoritratto, un fare da «enumerateur», ed è proprio questa la sua forza. Togliere, fare a meno. Rinunciare alle connotazioni, alle opinioni, alle prese di posizione. «Sogno una scrittura bianca, che però non esiste», ha detto una volta.

La scrittura bianca ovviamente non esiste, e infatti le sue pagine bianche non sono, ma piene di colori, odori, viaggi, impressioni, ricordi. Tutti suoi, o di un amico di cui non sappiamo nulla. Ma solo in apparenza, perché tutti questi fatti, questi dettagli, questi giudizi, creano un ponte, uno specchio, e rimandano ai nostri. Ci racconta di lui, Ed, o del suo amico scomparso, ma questo esercizio in apparenza formalista, malinconico, totalmente auto o monoriferito, è invece poesia collettiva: piena di intelligenza, di compassione, di ironia. E di amore per la vita.

«Quando devo comprare molte cartoline in uno stesso posto sono tentato di variare le immagini invece di prendere più copie della migliore, il che è assurdo, dal momento che i destinatari sono diversi. Quando scrivo molte cartoline nello stesso giorno mi sforzo di non raccontare le stesse cose, come se i destinatari potessero scoprire un giorno che ho scritto più volte la stessa cartolina».

Attraverso i suoi libri, Levé alla fine non fa che parlarci di attenzione, di cura. Uno è lì che legge le pagine di un suicida o per un suicida e si sente più che mai vivo, vicino alle cose, alla gente, agli oggetti, perfino. E anche adesso, da questo divano, mentre nella camera accanto mio padre se ne va ogni minuto un po’ di più, io so che studiare in questo modo il mondo, prendersi la briga di registrarne pensieri, manifestazioni, personalità, annotare dettagli, fatti, considerazioni senza importanza, raccoglierli e restituirli senza pretendere di interpretarli o di spiegarli, in fin dei conti, non è altro che supremo esercizio di pazienza, un atto di umanità, una forma di amore verso tutto quello che, a prescindere da noi stessi, esiste e continuerà a esistere.

Autrice del saggio "Proust et la peinture italienne" e del romanzo illustrato "Une demoiselle", nel 2014 pubblica "Proust – I colori del tempo" (Mondadori, 2014). Il suo romanzo Lux è entrato nella dozzina del Premio Strega e ha vinto il Premio Opera Prima. Nel 2020 pubblica il saggio "Viceversa – Il mondo visto di spalle" e l’anno successivo, per Feltrinelli, il romanzo a racconti "E siccome lei." Per Einaudi ha pubblicato "Paris, s’il vous plaît" (2022).