Uzeda – Do It Yourself

Lab80

Guardare un documentario sugli Uzeda per capire il fallimento del sistema socioeconomico in cui viviamo.

da Quants n. 26 (2026)

Quando i tuoi figli iniziano ad avere sei o sette anni, e in certi casi anche prima, affiorano le prime questioni riguardo a quale sia il loro talento, e quale sia il modo migliore di svilupparlo. La società in cui viviamo oggi su questo aspetto è profondamente diversa da quella in cui sono cresciuto. Nella classe delle elementari che ho frequentato eravamo in diciotto e l’assunto era che nessuno di noi avrebbe fatto un cazzo di rilevante nella vita; potevamo diventare brave persone, e magari uno o due di noi avrebbero potuto persino prendere una laurea, e magari un mestiere decoroso con cui comprare una casa e mantenere una famiglia e perché no, una bella macchina. Ma gli orizzonti di nessuno si sarebbero spinti oltre. Nessuno di noi sarebbe diventato un grande atleta, o un grande scrittore, o un importante avvocato. Gli sport praticati in classe erano tre: calcio per i bambini, pallavolo per le bambine e nuoto per i bambini e le bambine che avevano bisogno di svilupparsi (prima grande nozione appresa alle elementari: il nuoto è uno sport completo). Nella classe di mia figlia grande (prima media) gli sport praticati sono otto solo contando quelli che prevedono l’utilizzo di una palla, poi ci sono diversi tipi di danza e ginnastica, atletica leggera, pattinaggio, arti marziali. Il rapporto tra sport e alunni è di uno sport ogni alunno e mezzo. Nella mia classe era di uno ogni sei. In ognuno di questi sport i bambini sono coinvolti a vari livelli di impegno. In molti casi questi sport sono praticati perché praticare uno sport fa bene alla salute; in altri si tratta di bambini che hanno mostrato predisposizione e talento nello sport che praticano, e di genitori che sono stati convinti a investire tempo e risorse dalle società sportive di cui fanno parte. Tra qualche anno arriverà un momento in cui questi ragazzi saranno messi di fronte a una scelta: fare di quegli sport il centro della loro vita investendoci una quantità di risorse impensabile (tempo, soldi, energia, occasioni) per arrivare al massimo livello possibile, o perseguire una normale adolescenza da perdigiorno senza talento. Negli anni successivi qualcuno di loro avrà la possibilità di continuare a migliorarsi, gli altri si sentiranno dire che hanno buttato via gran parte della loro gioventù in una cosa per la quale, a guardarci meglio, non erano affatto tagliati.

Si parla molto di scena indipendente nell’ultimo decennio, o più esattamente si dibatte molto in merito al fatto che esista o meno una scena indipendente.

Per lo sport è facile e crudele, perché ci sono il campo, il cronometro e gli avversari. I racconti di molte persone che frequento sono scoraggianti, e mi chiedo molto spesso quale potrebbe essere il mio atteggiamento se uno dei miei figli scegliesse di dedicare la sua adolescenza a uno sport. Fortunatamente nessuno dei due ha mostrato il minimo talento sportivo, o il più pallido interesse a entrare in questi meccanismi di competizione. Ma nello stesso modo in cui gli sport si sono moltiplicati nel corso degli anni, la contemporaneità mi permette di tenere sott’occhio molti altri talenti potenziali dei miei figli. Mia figlia ha mostrato una certa predisposizione al disegno (per essere esatti: ha dodici anni e a far fumetti mi spacca il culo), e per lei ci sono corsi di matita, acquerello, ritratto, urban sketching. Ci sono corsi di scrittura creativa, scuole che ti insegnano a suonare, corsi di lingue privati, corsi di teatro, corsi di informatica. Corsi e concorsi: piccole gare organizzate all’interno dei circuiti scolastici e cose simili. C’erano anche quando ero ragazzo io, ma erano molti meno, ed erano sostenuti da una base ideologica diversa. L’assunto su cui la società in cui viviamo sta costruendo il futuro dei suoi figli è recente, e quindi ancora visibile: dice che il sistema sociale in cui vivono sarà in grado di individuare la cosa che ogni bambino o adolescente sa fare con maggiore profitto, e incanalare la sua vita verso quella cosa, massimizzando i profitti della comunità. Il buon senso ci dice che questo assunto è sbagliato, ma d’altra parte l’assenza di prospettive su cui era stata costruita la mia infanzia non era più giusta, e se l’incertezza è tra illusione cronica e delusione cronica, ha senso che vinca la prima.

L’evidente incapacità del sistema di provvedere economicamente alle band di cui si cura rispecchia da vicino l’incapacità del nostro sistema sociale a sostenere le aspettative che ha ingenerato nei suoi membri.

Le implicazioni di tutto questo sono tante, e perlopiù negative. Insistere su un modello in grado di incentivare la performance implica un sistema di misurazione della performance, che in effetti è molto più attento e capillare di quel che era una volta: gli studenti che si affacciano al mondo del lavoro nel 2025 hanno profili molto più dettagliati di quelli del 1995, e i processi di selezione naturale sono molto più brutali e disumani. Per combatterli bisogna pompare le aspettative alla base, e questo porta a un certo grado di irragionevolezza da parte dei genitori. Per questo, ad esempio, anche in Italia esiste uno slot di intellettuali di centro il cui cavallo di battaglia è lamentarsi dell’instupidimento del genitore medio, che considera i propri figli creature dal potenziale infinito senza rendersi conto che, per una questione puramente matematica, metà di questi figli ha un potenziale inferiore alla media del genere umano.

La stupidità dei genitori è un asset necessario per il funzionamento del sistema. Il sistema ci blandisce, nelle persone di professionisti e istituzioni e amici che hanno notato grandissima attitudine dei nostri figli – le persone che più amiamo al mondo – rispetto a una certa cosa. Ed è ovvio che molti di noi si montino la testa e vedano anzi come un pericolo qualunque cosa (tipo: eseguire i normali compiti a casa) che ostacoli quel che dovrebbe diventare il focus di mia figlia e la sua potenzialità di arrivare tra i primi cinque al prossimo saggio di ritmica. E peggio ancora è quello che succederà ai nostri figli quando qualcuno si prenderà il disturbo di dire loro che, appunto, il loro supposto talento non porterà a nulla di concreto e la maggior parte di loro è condannata a svolgere impieghi anonimi, spesso svilenti e poco considerati socialmente. Voglio dire, io e i miei compagni delle elementari sapevamo che qualunque cosa avremmo combinato nella vita sarebbe andata bene, che il mondo ha bisogno di grandi artisti e grandi sportivi per continuare a sognare, ma ha più bisogno di qualcuno in grado di sturare un lavandino o tagliare la mortadella.

L’unico modo di sopravvivere al collasso del sistema è, detto brutalmente, tirarsi fuori.

Il racconto della musica è speculare al racconto della realtà, e non è un caso che tanti biopic o documentari musicali inizino a raccontare la storia di un artista dalla prima infanzia, e che di solito siano storie che hanno in qualche modo a che fare con il destino (il grande talento, l’affermazione, le difficoltà, il trionfo). È curioso che l’hype cinematografico verso i biopic musicali sia arrivato immediatamente dopo quello verso i film di supereroi: se consideriamo la crisi del Marvel Cinematic Universe come una crisi del concetto di superumano, la risposta più ovvia sono i film che mettono al centro il sovrumano – ossia, esseri umani come noi ma così talentuosi da trascendere il quotidiano della nostra specie e assumere una forma semidivina. E nel caso delle popstar abbiamo le folle adoranti negli stadi che insistono sul concetto religioso. Il problema di questo formato narrativo è che sta in piedi solo se si accettano le premesse di base, che sono l’esatto contrario di quello che ci si aspetta siano lo sport e la musica – attività quotidiane, svolte dalla stragrande maggioranza della gente per passione, raramente a scopo di lucro. L’incapacità di cogliere la centralità di questo aspetto mondano e banale è evidente anche dal fatto che i documentari e le opere di finzione siano sostanzialmente indistinguibili a livello di struttura narrativa. Provate, tanto per dire, a mettere a confronto il documentario Gaga: Five Foot Two e Walk The Line, il film su Johnny Cash interpretato da Joaquin Phoenix. Entrambi cominciano nel backstage di quella che sarà la performance chiave dell’opera, poi c’è un flashback che ci porta alle origini del personaggio e alla storia cronologica che arriverà a quel momento (nel caso di Gaga è un’esibizione al Superbowl, per Cash il concerto a Folsom), e in mezzo le stesse tappe: umili origini, affermazione, successo, fase buia, riscoperta di se stessi, tripudio finale. Sembra fare tutto parte di un universo narrativo che si autorigenera a getto continuo, basato su principi inscalfibili: il duro lavoro, il destino, la sostanziale opposizione al sistema. Ma più di tutti, il talento. L’idea che il protagonista di un biopic musicale, tanto per dire, possieda un talento così cristallino e inscalfibile per la musica da avere la possibilità di illuminarci tutti con il suo operato. È un aspetto più romantico dello stesso darwinismo che anima l’ideologia del talento e contiene un messaggio in filigrana: chi non ci è tagliato può stare giusto ai margini del sistema, e sarebbe meglio se ne stesse direttamente fuori.

La parola “pirates” è usata dalla discografia ufficiale per definire chi copia cassette o scarica dischi, e l’arte di sopravvivere nutrendosi dei rifiuti generati dal mainstream è uno dei dettami principali del do it yourself che intitola il documentario sugli Uzeda.

Uzeda – Do It Yourself, il film di Maria Arena sulla storia degli Uzeda, parla sostanzialmente di cosa succede quando tutto questo sistema salta in pezzi.

Gli Uzeda sono un gruppo rock indipendente, formatosi a Catania alla fine degli anni Ottanta e ancora attivo. La loro storia è simile a quella di migliaia di altre band in giro per il mondo. Ci sono caratteristiche specifiche (la longevità, la provenienza, la relazione tra la cantante e il chitarrista) che li rendono diversi da chiunque altro, ma sono aspetti marginali che sembrano quasi entrare nel racconto complessivo più come elementi di disturbo. L’ossatura di Uzeda – Do It Yourself è la stessa di molti altri documentari del genere, una cosa che potremmo chiamare grammatica del rock indipendente. Persone folgorate da una cosa che sembra non interessare a nessuno, o quasi, e che passano la loro vita a cercare di farla – nell’interesse di quasi nessuno. La scoperta di una struttura sotterranea che è interessata alla tua musica, nei termini di un’inclusione tra pari in una rete di alleanze.

Furgoncini di terza mano utilizzati fino all’ultimo chilometro, dischi registrati in ritagli di tempo che avanzano dalle session di qualcun altro, produttori generici che non capiscono come si possa cantare stonati, chitarristi che si scaricano il van da soli.

La chiave interpretativa del documentario è fornita quasi subito da Steve Albini, a cui il film è dedicato (sia esplicitamente, nei titoli di testa, sia nel tornare continuamente al ruolo fondamentale che ha avuto per la band). Nel primo minuto dice che «Se operi nella scena indipendente, quando l’industria musicale collassa su se stessa o va incontro a cambiamenti come quelli che sono successi negli ultimi anni, non sei danneggiato». Si parla molto di scena indipendente nell’ultimo decennio, o più esattamente si dibatte molto in merito al fatto che esista o meno una scena indipendente. La premessa del dibattito è che gli attuali meccanismi di diffusione della musica non permettono di considerare una divisione rigida tra industria major e industria indipendente: molte etichette indie hanno distribuzioni corporate, molti gruppi hanno contratti major ma che garantiscono loro notevole libertà artistica, eccetera. D’altra parte il problema della divisione dei profitti continua a intasare il dibattito popolare, magari con diversi protagonisti (Spotify e le compagnie di streaming) ma gli stessi problemi di allora: gli artisti non riescono a guadagnare dal commercio delle loro registrazioni. O comunque non quanto dovrebbero. Rileggendo “The Problem With Music”, il celeberrimo articolo di Steve Albini di cui mi ero occupato anche in un vecchio numero di questa rivista, salta agli occhi la vicinanza di quel modello economico con il modello sociale a cui mi riferivo sopra. “The Problem With Music” è un conteggio economico di quello che succede a una band indipendente che viene cooptata dal mercato professionale. L’approccio viene fatto da un A&R che dichiara (spesso in buona fede) di “credere in loro”, li mette di fronte a un documento e li condanna. Da lì in poi il sistema fornisce loro tutto il capitale che serve a registrare e crescere come band, e la band ripagherà con una fetta dei suoi futuri incassi; un meccanismo che si rivela spesso una gabbia e porta al collasso del gruppo – insolvenza, scarsi guadagni, eccetera. L’evidente incapacità del sistema di provvedere economicamente alle band di cui si cura rispecchia da vicino l’incapacità del nostro sistema sociale a sostenere le aspettative che ha ingenerato nei suoi membri. L’unico modo di sopravvivere al collasso di quel sistema è, detto brutalmente, tirarsi fuori.

Nella sua capacità di dipingere il mondo straccia tutti i documentari e i film sulle popstar e le leggende del rock che vengono prodotti nel presente.

Nell’ultimo disco degli Shellac di Steve Albini c’è una canzone intitolata “Scrappers”. Racconta la storia di un uomo che si è licenziato dal lavoro, ha acquistato un pickup e iniziato a vivere come robivecchi, raccontata dalla figlia che sogna di unirsi a lui e vivere da “pirati”. Come quasi tutti i testi degli Shellac non ha un esplicito significato metaforico, ma è impossibile non vederci una metafora della vita indipendente. La parola “pirates” è usata dalla discografia ufficiale per definire chi copia cassette o scarica dischi, e l’arte di sopravvivere nutrendosi dei rifiuti generati dal mainstream è uno dei dettami principali del do it yourself che intitola il documentario sugli Uzeda. Cosa sia precisamente l’estetica della musica indipendente è oggetto di aperte discussioni, ma se lo chiedete a me è fatta di cose che compaiono di continuo in Uzeda – Do It Yourself: furgoncini di terza mano utilizzati fino all’ultimo chilometro, dischi registrati in ritagli di tempo che avanzano dalle session di qualcun altro, produttori generici che non capiscono come si possa cantare stonati, chitarristi che si scaricano il van da soli. Alla fine della storia degli Uzeda non c’è il Superbowl ma una festa di compleanno: una festa celebrativa, nella loro città, assieme alle band a cui sono più legati, per il trentesimo anniversario della band. Una storia di sopravvivenza.

Il mondo in cui viviamo sa essere molto più crudele di quel che ci aspettiamo. È una crudeltà generata dalla nostra stessa caparbietà: sono i nostri figli a fornire la dedizione che serve per fare quattro allenamenti di ginnastica ritmica in una settimana, e l’assoluta mancanza di garanzie verso un futuro nella ginnastica ritmica è nascosta quel tanto che basta a non scoraggiare i più pavidi. Ci si aspetta che la stessa dedizione e la stessa forza morale saranno in grado di salvarli dalla delusione quando la maggior parte di loro terminerà in modo traumatico e probabilmente umiliante il suo percorso verso l’eccellenza, e imboccherà quello verso la mediocrità. È all’inizio di quel percorso che parte il cammino verso l’illuminazione. Salumieri, impiegati e idraulici hanno una possibilità in più degli altri: riescono a prosperare in un sistema che si è già fatto riconsegnare le chiavi della stanza, coltivano la loro vita al di fuori delle aspettative del mondo e hanno iniziato da tempo a cesellare la loro parabola. In un certo senso Uzeda – Do It Yourself di Maria Arena è il corrispondente musicale di questa cosa, e nella sua capacità di dipingere il mondo straccia tutti i documentari e i film sulle popstar e le leggende del rock che vengono prodotti nel presente. Ma del resto anche i dischi di queste popstar e leggende sono umiliati dai dischi degli Uzeda, per cui…

Romagnolo, classe 1977, scrive di musica. Collabora con Rumore e tiene una newsletter intitolata "Bastonate per Posta".