Un dialogo con Louisa Gagliardi, tra le voci più interessanti della scena artistica contemporanea, in occasione della grande retrospettiva Many Moons. Un viaggio tra chiaroscuri digitali, atmosfere oniriche e il perturbante che abita le nostre immagini quotidiane.
Nata a Sion, in Svizzera, nel 1989, Louisa Gagliardi è una tra le voci più interessanti della scena artistica contemporanea. Il senso di mistero che si cela dietro la natura liminale delle sue opere pittoriche tese verso «la ricerca di un chiaroscuro moderno e artificiale», come lei stessa afferma, chiama in causa una riflessione sulla natura dell’immagine e sulla complessità della vita contemporanea e dei suoi valori quali identità, relazioni sociali e rapporto tra individuo e ambiente. In occasione di Many Moons, la sua grande retrospettiva ospitata fino a luglio 2025 al MASI – Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano, una serie di nuove opere che oscillano tra il digitale e il manuale sono state pensate ad hoc per il progetto espositivo, entrando in dialogo con una selezione di dipinti di anni recenti. «L’ambiguità tra realtà e rappresentazione è un tema centrale nella ricerca artistica di Gagliardi. L’atto di creare un mondo alternativo attraverso la pittura, nel quale entrare visivamente, si lega alla capacità dei mezzi digitali di estendere lo spazio vitale e generare una realtà parallela, quest’ultima abitabile non solo idealmente», sottolinea Francesca Benini, curatrice della mostra.
Louisa, dopo aver visitato la tua mostra personale Many Moons al MASI di Lugano, vorrei chiederti qual è il riferimento al titolo del progetto e quale è stato il fil rouge che ha legato le opere che hai deciso di presentare in questa tua prima grande retrospettiva in Svizzera.
Ho scelto questo titolo principalmente per due motivi. Prima di tutto per l’espressione many moons ago, many moons to come [molto tempo fa e molte altre volte a venire] che indicava un tempo passato e futuro, ma anche quello attuale, il presente che stiamo vivendo adesso. E nonostante nelle opere esposte ci fossero alcuni indizi di contemporaneità, mi piaceva immaginare che esse potessero essere ambientate in tempi diversi. In secondo luogo, il titolo evocava anche un colore, una temperatura precisa. Le tonalità di blu della luce lunare ricordano infatti molto la luminosità di uno schermo riflessa sul viso di qualcuno… Una luce blu alquanto artificiale che colpisce la pelle. Quello che intendo dire è che vorrei che le opere scelte trasmettessero una sensazione di “chiaroscuro” moderno e al contempo artificiale. Penso che questo effetto sia stato reso evidente in mostra soprattutto nelle due stanze che ospitavano le serie di dipinti site-specific Curtain Calls (2025) e Streaming (2025).
Percorrendo l’ampio spazio espositivo, mi è capitato più volte di avvicinarmi alle opere per poterle scrutare attentamente, come se fossi alla ricerca di qualche simbolo o appiglio all’interno di composizioni più grandi e talvolta criptiche. In alcuni momenti, mi sono venuti in mente dei ricordi frammentati di scene sbiadite che oscillavano tra il quotidiano e visioni più oniriche, come nell’opera Linked (2019), dove due gatti neri danzano in cerchio uniti da una catena dorata che rimane penzolante tra loro, per poi poggiare a terra e arrotolarsi, fino a comporre la forma di un cuore. Potresti dirci qualcosa in merito alle influenze che plasmano e definiscono il tuo immaginario? In generale, mi sembra che il tuo universo artistico rimanga sempre aperto ad accogliere dettagli inquietanti e slittamenti percettivi.
A partire dalla vita quotidiana, dall’arte, i film, l’architettura, le interazioni e i sogni, posso dire che tutto esercita un fascino e un’influenza continua che rientra nel flusso del mio lavoro. Ho sempre con me un taccuino e scrivo idee, anche a caso. Ma in realtà, quando inizio un lavoro, il più delle volte lascio che sia il mio subconscio a guidarmi. Nel caso di Linked, il soggetto è legato al fatto che sono cresciuta con un gatto, e insieme ad altri molti gatti che gironzolavano nel vicinato. Ho sempre avuto un rapporto complicato con loro. Li adoro, ma mi terrorizzano, soprattutto per il loro comportamento notturno che per me è davvero imprevedibile.
«Per me è molto importante che il dipinto venga completato da chi osserva, e il perturbante permette di lasciare l’interpretazione aperta. Cerco di guidare lo spettatore in modo tale da portarlo in un “altrove” senza però mai chiuderlo in esso».
Nelle tue immagini generate al computer, i soggetti e l’atmosfera sembrano spesso trarre ispirazione da movimenti artistici come il surrealismo, la metafisica e il realismo magico. Qual è il tuo rapporto con la storia dell’arte e in che modo la cultura visiva come la intendiamo oggi si mescola a questi riferimenti?
Immagini generate al computer non è esattamente il termine più accurato. Anche se lo strumento che utilizzo per creare le mie opere è il computer, è sempre il mio polso a disegnare ogni singola linea con il mouse. Con tutti i discorsi sull’intelligenza artificiale, non posso lasciare che lo strumento esegua troppo lavoro… Sono ancora maniaca del controllo. La storia dell’arte è la mia più grande biblioteca, è una cassetta degli attrezzi, è la più grande insegnante di sempre.
Potresti approfondire il concetto di Unheimliche o di perturbante che metti in gioco nel tuo lavoro? Cosa ti affascina maggiormente di questo sentimento?
Per me è molto importante che il dipinto venga completato da chi osserva, e il perturbante permette di lasciare l’interpretazione aperta. Cerco di guidare lo spettatore in modo tale da portarlo in un “altrove” senza però mai chiuderlo in esso. Quando le persone mi comunicano cosa immaginano stia succedendo in un dipinto, è quasi come essere dentro a un test di Rorschach… A volte rivelano più di sé stesse che dell’opera.
«Lavoro su molti dipinti allo stesso tempo e ciò mi permette di saltare da un quadro all’altro, influenzando il successivo. A volte due dipinti diventano uno, e viceversa».
Hai un background in graphic design, ma dal 2012 in poi, nella tua pratica artistica sono cominciati a comparire degli interventi gestuali, marcando vari cambiamenti nei processi digitali di creazione dell’immagine, come il rapporto con lo spazio fisico e il contrasto tra l’intimità del tocco e il distacco dello schermo. Potresti dirci brevemente qualcosa su questo aspetto e sulla genesi delle tue opere?
Mi sono laureata nel 2012, ma già durante i miei studi inserivo delle immagini nei miei lavori. Ho molto rispetto per la disciplina del design grafico, ma già ai tempi percepivo di avere bisogno di qualcosa di diverso. Per giustificare l’inserimento di immagini nel lavoro utilizzavo i programmi impiegati per il design, che possono sicuramente spiegare la genesi delle mie opere.
Ti capita mai di lavorare su più di un dipinto alla volta?
Oh si, devo farlo! È raro che io trovi tutte le soluzioni per un’opera in una sola volta. O mi blocco o, se penso che stia andando molto bene, probabilmente sto lavorando troppo. Come ho già detto, mi piace poi lasciare che sia il mio subconscio a trovare spazio all’inizio di una serie. Così lavoro su molti dipinti allo stesso tempo e ciò mi permette di saltare da un quadro all’altro, influenzando il successivo. A volte due dipinti diventano uno, e viceversa.
«Non voglio mai “ingannare” lo spettatore facendogli credere che si tratti di quadri “tradizionali”. Non li incornicio perché mi piace che il bordo del dipinto denunci il fatto che si tratti di una stampa. Amo il PVC perché ha una consistenza quasi simile a quella della pelle e una lucentezza che ricorda lo schermo».
Le tue opere sono stampate su vinile lucido di PVC e impreziosite in alcuni dettagli, come gli occhi, utilizzando del gel umido e lattiginoso combinato con inchiostro, glitter o smalto per unghie. Ne risultano dipinti eleganti, quasi aerografati, spesso con immagini trompe-l’œil. Puoi parlarci della tua relazione con il colore, con il costante avvicinarti e allontanarti dai personaggi e dagli oggetti che ritrai, e del tuo rapporto con i materiali?
I primi quadri che ho fatto sono stati dipinti su tela, ma mi è sembrato da subito sbagliato. Dava un effetto “polveroso” e una sensazione di aerografia ancora più marcata. Non voglio mai “ingannare” lo spettatore facendogli credere che si tratti di quadri “tradizionali”. Non li incornicio perché mi piace che il bordo del dipinto denunci il fatto che si tratti di una stampa. Amo il PVC perché ha una consistenza quasi simile a quella della pelle e una lucentezza che ricorda lo schermo. L’approccio al colore – escluso il fatto che li ho sempre tutti a disposizione – è abbastanza simile a quello di un pittore tradizionale. Mi piace usare il medium gel o lo smalto fondamentalmente per due ragioni: la prima è che strizza l’occhio alla pittura tradizionale, in quanto sono io che aggiungo fisicamente l’ultimo strato di colore all’opera; la seconda è che, mentre lo spettatore cammina intorno al dipinto e la luce colpisce la superficie nel modo giusto, alcune aree prendono vita, rivelando o nascondendo alcune parti.
Come accennato prima, in Many Moons due nuovi cicli pittorici site-specific scandivano il percorso espositivo, creando due ambienti separati, più intimi e immersivi. In Curtain Calls, il visitatore si trovava dentro a un “non luogo” – forse una sala d’attesa o degli uffici – in cui una serie di figure immobili e anonime convivono con piccioni e ombre umane che tengono al guinzaglio dei cani. In Streaming, il pubblico era invece avvolto dal sonno profondo di due enormi personaggi sdraiati. In questi ambienti erano installati anche degli oggetti fisici in dialogo con i dipinti – nello specifico, due poltrone LC2 nere, su modello di quella progettata da Le Corbusier per il Salon d’Automne a Parigi nel 1929, e un paio di grandi sculture a disco di orologi da polso. Qual è stato l’impulso alla base di questa serie?
Il progetto al MASI è stata la mia più grande mostra personale realizzata fino a oggi. Quando ho visitato per la prima volta lo spazio, un anno e mezzo fa, sapevo di avere l’opportunità di “spingere” il lavoro, oltre al fatto di produrre qualcosa di nuovo. Per me, le due stanze che citi, sono da intendere semplicemente come un altro dipinto, molto più grande e su una scala più immersiva. Lo spettatore vi entrava completamente. Le sculture nella stanza sono realizzate con una tecnica molto simile a quella dei dipinti, tranne per il fatto che ho dato loro delle forme tridimensionali.
«In un mondo iperconnesso, dove i social media sono onnipresenti, non ci siamo mai sentiti così isolati».
I tuoi personaggi sono spesso isolati, anche quando sono rappresentati in gruppo, trasmettono una sensazione di alienazione e incomunicabilità. Sono immersi nel silenzio e spesso osservati attraverso una finestra, un riflesso o un filtro. Abitano spazi domestici e liminali – spesso soglie – esplorando le dinamiche tra assenza e presenza, tra visibile e invisibile. Cosa si cela dietro questa urgenza di indagare con le tue immagini l’ambiguità tra la realtà e la sua rappresentazione, tra la superficialità e l’assenza di significato dietro ai simboli della società e della cultura contemporanee?
In un mondo iperconnesso, dove i social media sono onnipresenti, non ci siamo mai sentiti così isolati. Presentiamo al mondo una certa versione online di noi stessi, forse un ideale personale, ma siamo sempre più terrorizzati dall’essere in rete. La pandemia non ha certo aiutato in questo senso. A volte è tutto molto triste. Io sono una persona piuttosto positiva, direi molto solare, ma non posso fare a meno di vedere i miei quadri in questa maniera. Potrebbero anche essere terapeutici per me, ma mi rendo conto che non trasmettono il massimo della speranza. Con i dipinti che ritraggono animali o ambienti naturali sto cercando di portare più ottimismo nel lavoro. La natura ha recuperato il suo territorio, noi siamo ancora qui, ma siamo passati in secondo piano.
E qual è il tuo rapporto con i social media?
È purtroppo uno strumento oggi necessario. Sono solo felice di essere abbastanza grande da essere cresciuta senza subirne troppa influenza.
Ci sono momenti nei quali ti senti o ti sei sentita smarrita nel lavoro?
Sì, ma non proprio smarrita… Più sopraffatta, credo.